L’uomo che fa parlare le canne

Pubblicato nel 2014

«Posso dire di essere un organaro per caso» esordisce Andrea Zeni. Solitamente, infatti, si eredita la passione da una lunga tradizione familiare, per lui, invece, è stata una scoperta, un’avventura iniziata lavorando presso la ditta Ciresa e che lo ha portato, poi, a creare una propria azienda apprezzata e riconosciuta nel panorama europeo.

«La costruzione di un organo richiede una sensibilità particolare, si tratta di un lavoro personale nel quale si dà vita e voce a una propria creatura. Costruire un organo, dalla prima fase di incontro con il committente fino alla consegna può richiedere anche due o tre anni di lavoro. Nel nostro laboratorio seguiamo tutte le fasi della costruzione dello strumento; l’unico elemento che non curiamo direttamente sono le canne metalliche, ma ci appoggiamo a fornitori che le realizzano esattamente secondo il nostro progetto. Si concorda la tipologia di strumento da realizzare, la musica che si intende eseguire, gli spazi a disposizione, le sonorità che si vogliono ottenere per poi fornire un esemplare unico, con una sonorità propria ma che si possa ricondurre al mio pensiero musicale.

La soddisfazione più grande l’ho avuta quando alcuni importanti organisti hanno sentito suonare un organo realizzato in stile Silbermann (organaro di Dresda contemporaneo di Bach ndr) e un altro organo che ho realizzato secondo le linee guida della scuola romantico-francese e vi hanno sentito sia il forte indirizzo storico musicale, sia il mio modo di intonare e armonizzare l’organo: per me significa che l’obiettivo è raggiunto».

Il suono, dunque, è altamente caratterizzante per l’organo: «Il suono è quello che trasmette a chi ascolta il senso della “vita” dello strumento. L’organo ha due componenti fondamentali: il suono e la macchina. Il primo va creato attraverso le canne, che ne rappresentano l’aspetto artistico e sono proprio loro che, alla fine bisogna far “parlare”. La macchina rappresenta, di fatto, l’apparato meccanico che permette all’organista di tradurre in musica lo spartito e trasferire il suono alle note. La parte più delicata ma più creativa e forse intima, è quella dell’intonazione, della creazione del suono; è una questione istintiva, per questo ognuno ha un proprio modo di intonare che è particolare e caratterizzante».

Nel laboratorio vengono realizzati organi meccanici che andranno in tutto il mondo. Ora ne consegneranno uno in Giappone. «Sì, grazie alla musicista Ai Yoshida, che vive a Tesero, abbiamo realizzato tre esemplari per il Giappone. Ma lavoriamo soprattutto con il nord Italia, e in qualche caso sporadico nel centro e sud del paese, sia nelle chiese sia nei conservatori.

La predilezione è per l’organo meccanico rispetto a quello a trasmissione elettrica o pneumatica, che non si realizza più e che, a differenza del primo, prevede un sistema di trasmissione del suono attraverso l’aria, con dei minuscoli manticetti, che gonfiandosi aprono le rispettive valvole e danno l’aria alle canne. La velocità di trasmissione del suono non è immediata e sincronizzata con la pressione del tasto, a differenza dell’organo a trasmissione meccanica che dà, invece, all’organista la sensazione di avere quasi un prolungamento dell’arto».

Avete costruito finora oltre cinquanta organi, ne esiste uno che preferisce? «No, anche se la realizzazione dell’organo di Salgareda (Treviso) in stile romantico francese ha rappresentato una sfida particolare. Tuttavia, ciascuno degli strumenti che ho realizzato ha un proprio percorso ed è un elemento unico e originale. È questa la premessa fondamentale che faccio con i vari committenti all’inizio di ogni lavoro. Certo, a posteriori si notano particolari che potevano essere considerati in modo alternativo, ma ogni organo è come fosse una vera e propria creatura e talvolta è proprio quel particolare o piccolo difetto che lo caratterizza e lo rende unico».

Francesca Dondio

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