Beatrice nel maso 2.0

Pubblicato nel 2017

La felicità sta anche nella fatica fisica – e non solo in quella sportiva – e soprattutto nel recupero del contatto con la natura, con l’ambiente dove siamo nati. Lo dicono tutti, dai guru del rebirth alle rubriche di psicologia spicciola delle riviste femminili. Fortunato, quindi, chi è nato nelle nostre valli che rimangono ancora posti dove la natura viene prima di tutto.

“É evidente che molti, anche da noi, sono costretti a fare una vita da ufficio tutto il giorno. Personalmente, non ce la farei mai. Nelle occasioni in cui anche io devo stare seduta davanti ad un computer, è davvero dura, soprattutto se fuori c’è il sole. Anche se faccio un mestiere molto impegnativo che occupa le mie giornate dalla mattina alla sera, cerco di prendermi del tempo per godere delle bellezze della Val di Fiemme. Bisogna trovare il tempo per farlo, soprattutto fuori stagione in primavera e in autunno”. Parole e musica di Beatrice Nones che gestisce con la famiglia il Maso Pertica a Castello di Fiemme.

La musica è quella dei campanacci e dei campanelli messi al collo delle sue cento capre, delle cinquanta pecore e di una decina di mucche di razza grigio alpina e pezzate rosse: “E poi abbiamo anche manzette e vitelli, maiali, cavalli, galline, un asino… insomma, un bell’assortimento”.

Non bisogna andare a vivere in una capanna sull’alpeggio per rimanere in contatto con la natura. Il suo è un “maso 2.0”, dove si fa la vita di una volta svegliandosi all’alba, dove si suda e si spostano tonnellate di letame, ma dove si rende anche necessario l’uso del web e dove i turisti vengono accolti come in un vero albergo di livello. Del resto, per tutta la nostra chiacchierata, Beatrice – recentemente intervistata anche da RaiUno per queste sue peculiarità – non ha mai affiancato sé stessa al termine “maso” ma al più congruo “azienda agricola”.

“Come avviene quasi sempre, anche la nostra azienda ha due volti, quello più classico dell’allevamento e della coltivazione (qui ci sono dieci ettari di superficie coltivata a prato con metodo biologico) e quello dell’accoglienza dei turisti che vengono per staccare dallo stress cittadino, scegliendo non la solita vita dell’albergo ma dimostrandosi interessati a conoscere e a condividere la nostra realtà contadina. Anche chi viene da noi d’inverno solo per sciare ama questo aspetto della nostra ospitalità. Non si svegliano all’alba a mungere, ma apprezzano l’atmosfera rurale, si informano e spesso tornano”.

Anche se all’interno dell’azienda familiare e senza dipendenti Beatrice si prende cura degli ospiti (“e di curare tutta la burocrazia che ci fa perdere tantissimo tempo”), non manca al suo ruolo di contadina quando si tratta di fare la fienagione con rastrello e trattore e di curare le capre e pecore.

“Durante la bella stagione, le portiamo ovviamente in malga all’alpeggio, a fine primavera sopra Masi e in estate verso il Passo Manghen. Ne rimangono a casa solo una trentina, le più giovani nate da pochi mesi. Fin dall’inizio, abbiamo fatto la scelta degli ovini (il padre peraltro è il presidente dell’associazione locale degli allevatori caprini, ndr), decidendo di investire sulla pecora tingola che è tipica della Val di Fiemme”.

La tingola – altrimenti detta Villnoesser Schaf – risulta essere all’origine un incrocio tra la pecora Bergamasca con la pecora Padovana ma è sempre stata allevata sulle Dolomiti. Da un lato è una pecora forte, resistente, sicura nel passo (riconoscibile facilmente dagli “occhiali” neri che ne contraddistinguono il muso), adatta alla vita di alpeggio, adattandosi bene alle temperature fredde, dall’altro è arrivata ad essere a rischio estinzione.

“Noi abbiamo voluto rispettare l’autenticità della valle, credendo inoltre nella produzione della lana per cui oggi la tingola viene rivalutata. È la lana con cui vengono tessute le giacche tipiche tirolesi, filandola con tecniche tradizionali”.

Proprio lo sfruttamento della lana al Maso Pertica risulta molto meno banale di quanto si potrebbe immaginare: “Non molti sanno che la lana appena tosata, la cosiddetta sudicia, è apprezzata anche per le sue doti curative: basta appoggiarla sulla parte dolorante con panno di cotone per sentirsi meglio. Con la lana lavata, inoltre, facciamo cuscini e coperte per il maso mentre con quella lavorata si fanno i gomitoli”. Ma non basta: “Oggi la lana viene usata anche nella bioedilizia. Il nostro stesso maso è stato realizzato con i criteri di Casaclima e tra le due pareti portanti di legno abbiamo messo la nostra lana grezza che è un perfetto isolante naturale”.

Tutto troppo bello? La retorica ci insegna che “la natura dona e la natura toglie” e niente in natura “toglie” più capre e pecore del lupo.

“C’è poco da scherzare. Quest’anno il lupo è diventato un motivo di preoccupazione per chi fa il nostro lavoro e ha mandrie e greggi sugli alpeggi. Stiamo molto attenti, siamo costantemente avvisati dei vari avvistamenti (di recente anche al Passo San Pellegrino e a Soraga, ndr). In teoria, dovrei dire che la reintroduzione del lupo sulle Alpi non è un grande affare per gli allevatori. Lo scorso autunno un gregge è stato attaccato nella zona di Valles. In nostro soccorso possono arrivare dei finanziamenti provinciali per l’acquisto di cani che aiutano la vita del pastore nel raccogliere il gregge, ma non tengono lontani i lupi. Anche questa però è natura. Significa che dovremo imparare a conviverci, collaborando con i forestali per tenere sotto controllo la situazione”.

Enrico Maria Corno

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