Chi porta le montagne nelle serie tv?

Dall’ultimo numero de L’Avisio, riportiamo questo articolo di Enrico Maria Corno sulla casa di produzione televisiva Giuma, che ha sede a Trento contribuisce a portare il verbo delle Dolomiti sul piccolo schermo in tutta Europa.

Il dato è sorprendente, da certi punti di vista, o quantomeno non scontata. Molti di quei 350.000 appassionati che si sono collegati per quattro domeniche in prima serata su Dmax (Canale 52 del digitale terrestre), per assistere alla messa in onda dei Signori della Neve non erano montanari. Anzi. La fortunata prima stagione della serie televisiva che vede protagonisti i dipendenti degli impianti di risalita impegnati nei lavori di manutenzione prima della stagione sciistica è riuscita ad interessare anche molti tra i non addetti ai lavori, anche in regioni italiane che ben poco hanno a che fare con le montagne.

Detto questo, sarebbe anche legittimo che qualcuno tra voi si domandi cosa ci può essere di più noioso e soporifero di quattro ragazzoni che potrebbero essere i nostri vicini di casa che testano cannoni da neve a inizio novembre o installano piloni di una telecabina a fine agosto. Al di là dei gusti soggettivi, ciò che fa la differenza è invece la capacità di raccontare la vita quotidiana della montagna, di dare ritmi veloci e incalzanti alla narrazione tanto che la visione delle puntate rimane sempre brillante e invita a vedere quelle seguenti.

Lo sa bene Ugo Pozzi, amministratore delegato di Giuma, la casa di produzione che sul territorio ha realizzato anche la fortunata serie Undercut ambientata nella Val di Fiemme post Vaia: “Le puntate de I Signori della Neve hanno raccontato la quotidianità del lavoro degli impiantisti di Pinzolo, Madonna di Campiglio, Pejo e Tonale che da fine agosto fino alla ipotetica data di apertura di inizio di dicembre hanno fatto manutenzione dei propri impianti, dovendo gestire anche i protocolli Covid come non ci saremmo mai aspettati di fare. Se non le avete viste, godetevi le repliche o la visione in streaming sul sito di DiscoveryPlus”.

Se raccontato bene – il che non significa romanzare ma semplicemente dare ritmo alla storia – anche la riparazione dei cingoli di un gatto delle nevi in emergenza può apparire un’avventura: “Noi non possiamo prescindere dalle esigenze del nostro pubblico che richiede intrattenimento, che vuole divertirsi e non annoiarsi. È chiaro che questioni eccessivamente tecniche potrebbe risultare un po’ ostiche da raccontare e noi dobbiamo semplificare il tema attraverso il meccanismo narrativo del problem solving. Quando il team de I Signori della Neve incontra un problema nel funzionamento di un cannone e lo deve risolvere, il pubblico a casa si appassiona, si rende partecipe, a volte si immedesima e comunque capisce come funziona”. Non a caso, la reazione più comune tra gli spettatori è stata di soddisfazione per poter finalmente comprendere cosa sta dietro ai 50 euro di costo dello skipass giornaliero: dopo aver imparato quanto lavoro ci sia a monte di una bella sciata, li pagheranno più volentieri.

 

Come è cominciato tutto? Da dove si parte quando si produce una serie di questo genere?

“La priorità sta nel trovare un’idea valida e trovare un canale televisivo il cui palinsesto e la cui linea editoriale possano coincidere con il soggetto. Bisogna comprendere quale sia il target principale e di conseguenza quale sia il codice linguistico con cui parlare ai telespettatori. Nel nostro caso, si tratta di un pubblico generalista in prevalenza maschile. Tutto cominciò quasi per scommessa nel 2019 girando un lungometraggio da 80 minuti in Val Gardena che aveva come protagonista la famiglia Marzola, proprietaria del Rifugio Comici e degli impianti di quel versante del Sassolungo: quell’unico episodio ebbe un grande successo e fu recensito positivamente da Aldo Grasso il 31 dicembre sul Corriere della Sera: scrisse che era un modo avvincente per raccontare l’eccellenza italiana”.

E poi c’è tutta la narrazione televisiva che passa attraverso le persone sul campo: la cosa più difficile è riuscire a scardinare il lessico istituzionale che i rappresentanti degli impianti e delle istituzioni locali hanno verso il pubblico: “Bruno Felicetti (protagonista in quanto direttore generale di Funivie Campiglio e ben conosciuto in Val di Fiemme, ndr) è stato bravissimo: parla con Linea Bianca su Rai1 in un modo e parla ai telespettatori sul nostro divano in un altro”.

Del resto, essere capaci nel proprio lavoro dietro a una scrivania o in un’officina meccanica alla base di un impianto non significa anche essere capaci di stare davanti ad una telecamera né essere capaci di capire qual è il tono corretto della narrazione che bisogna mettere in scena. “Bisogna diventare quasi “attori” per interpretare sè stessi. Noi non diciamo ai protagonisti cosa fare ma ricordiamo che le telecamere sono li per il pubblico. Nelle nostre produzioni, atteggiarsi o fingere di essere qualcun altro non funziona mai”. Non per nulla i personaggi più veri, come il mitico Omar – l’operaio tuttofare degli impianti di Pejo che ride e scherza come se non ci fosse la telecamera e manda maledizioni in stretto dialetto trentino è quello che ha suscitato più simpatia tra i telespettatori. “L’esperienza fatta con Undercut in Val di Fiemme è evidentemente servita. Oggi siamo già in produzione con la quarta stagione ed è un programma che ha riscontrato un grande successo”.

 

Questo stile factual tipicamente americano si chiama “tough jobs” e racconta le specificità dei lavori più duri: “Abbiamo fatto anche una serie sui cavatori di marmo sulle Alpi Apuane e stiamo lavorando sui pescatori di tonni a Carloforte in Sardegna”, continua Ugo Pozzi. “La narrazione di fatti e persone reali ovviamente non ricalca la forma del documentario ma lo stile del drama, nel senso più hollywoodiano del termine, con un pesante intervento del regista e degli autori che devono far stare tutto nei tempi della puntata. Il sogno nel cassetto sarebbe stato quello di raccontare la ricostruzione del Ponte Morandi a Genova che, al di là della tragedia, è una delle opere pubbliche più colossali, portata a termine ad una velocità che sarebbe stata perfetta per una produzione televisiva”.

Questo, come tutti gli altri di Giuma, sarebbe stato un format originale del quale non esistono uguali sul mercato: “Sono proprio i contenuti esclusivi che produciamo ad averci permesso di raggiungere l’interesse dei distributori internazionali che poi devono solo doppiare l’audio. I Signori della Neve, ad esempio, è stato preso dalla TV tedesca e ora è in catalogo al prossimo Festival delle Serie TV di Cannes. Per noi è un motivo di orgoglio e per le APT che ci hanno dato una mano è una efficace formula di promozione”.

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