Costruire comunità accoglienti

Intervista a Silvia Trotter, facilitatrice linguistica e insegnante di professione e, nel tempo libero, impegnata a costruire una società più giusta, aperta, e accogliente

Le storie e le geografie di chi decide di andarsene dal proprio paese (o è costretto a farlo), possono sembrare questioni lontane a noi che viviamo a 1.200 chilometri di distanza da Lampedusa, il più noto tra i punti d’approdo delle persone che tentano di attraversare il Mediterraneo. Trieste, punto d’arrivo di un’altra rotta migratoria, dista a malapena quattro ore di macchina; a farla sembrare lontana è l’assordante silenzio attorno a ciò che avviene lungo la rotta balcanica.

Eppure, anche nella nostra comunità c’è chi sente queste storie “vicine” – o meglio, ha scelto di non ignorarle e di iniziare a curarsene. Persone impegnate a costruire una società accogliente, inclusiva, che sappia fare tesoro della propria diversità. Ho fatto una chiacchierata con Silvia Trotter, insegnante alle scuole medie di Cavalese, e persona che assieme alla sua famiglia ha deciso di “prenderseli a casa sua”, i migranti – non in risposta ad una provocazione, ma per la convinzione che fosse la cosa giusta da fare.

Silvia, mi parleresti un po’ di com’è nato il tuo impegno nell’accoglienza di rifugiati e richiedenti asilo?

“Nel 2015 ero stata con i miei genitori ad una serata in comune in cui era stato presentato il vecchio progetto di accoglienza diffusa della Provincia, raccontando le prime esperienze fatte in giro per il Trentino. Dopo quella serata i miei hanno pensato di mettere a disposizione per queste accoglienze un appartamento che affittavano ma che in quel momento era libero. Prima di procedere, abbiamo voluto condividere la cosa con l’amministrazione comunale e con la Parrocchia, per avere l’appoggio della comunità: perché sì, la casa l’avremmo messa noi, ma la cosa avrebbe coinvolto un po’ tutti. L’iter è stato quindi avviato, dopodiché sono passati un po’ di mesi fino all’arrivo dei primi ragazzi ad aprile 2016. Erano in cinque: quattro nigeriani e un ragazzo del Gambia. Erano richiedenti protezione internazionale, ognuno con le proprie storie, toste… Così è partita quest’esperienza, che ci ha portato, come famiglia, a rivedere tante cose. Per i miei genitori essere chiamati mamma e papà un’altra volta, avere di botto altri cinque figli in più è stata un’esperienza intensa ma molto bella. I ragazzi sono diventati parte della nostra famiglia, perché l’appartamento è vicino a dove abitiamo. Ricordo il primo Natale passato tutti insieme. Insomma, con il loro arrivo si è allargata la famiglia. Con l’avvio del progetto è anche nato, all’interno della Parrocchia, il gruppo accoglienza, che è ancora attivo anche se ci siamo un po’ ‘sbrindellati’.”

Com’è andata l’inclusione nella comunità dei ragazzi accolti nel vostro appartamento?

“Inizialmente i ragazzi hanno fatto del volontariato con il comune. C’è stata la difficoltà iniziale di giustificare il fatto che loro ‘lavorassero’ per il comune. Ci sono stati diversi commenti spiacevoli, a cui noi abbiamo dovuto rispondere spiegando che era volontariato e che quindi i ragazzi non stavano rubando il lavoro a nessuno. Dover giustificare una cosa del genere è stato davvero triste. Il progetto di accoglienza non prevedeva che lavorassero – se avessero lavorato avrebbero perso il diritto a rimanere nel progetto. Il progetto era pensato come un ponte, un accompagnamento iniziale durante il quale i ragazzi iniziassero ad imparare l’italiano, a tessere delle relazioni, per poi in un secondo momento sganciarsi da noi e proseguire per la loro strada.

Nel tempo qualcuno è andato via da Predazzo per scelta personale, altri sono usciti dal progetto dopo aver trovato lavoro. La Provincia li sostituiva a mano a mano che uscivano, in tutto se ne sono avvicendati 12 nell’arco di tre anni, fino a giugno 2019. Quando poi la Provincia ha tagliato questi progetti di accoglienza, i miei genitori hanno deciso di continuare ad affittare l’appartamento. Sono tornati ad abitarci i ragazzi che ci erano stati prima, stavolta come affittuari. Opportunità lavorative qui ce ne sono, il grosso problema per chi decide di restare è trovare una casa. Il nostro gruppo accoglienza ha continuato ad essere attivo anche dopo la chiusura dei progetti, diventando un punto di riferimento per la ricerca casa, per la quale le persone fanno moltissima fatica. Ma anche noi facciamo fatica a trovare per loro: o non trovi, o trovi soluzioni poco dignitose. Al momento, ad esempio, stiamo cercando una casa per una nuova famiglia, ma non abbiamo trovato ancora nulla.”

Il vostro impegno si concretizza all’interno di una comunità. Quali sono state le reazioni a questo impegno? Avete incontrato supporto o rifiuto?

“Supporto ne abbiamo trovato, però ci sono state anche polemiche accese sui gruppi social, ad esempio quando sono arrivati i primi ragazzi. Noi abbiamo cercato di far incontrare i ragazzi con le persone della comunità, sempre però cercando di non ‘metterli in mostra’. Ci hanno chiamato gruppi giovani, catechiste, scuole… e questo secondo me è servito. Abbiamo sempre cercato di impostare questi incontri sull’informale, proponendo di farli in piccoli gruppi, di modo che non fossero semplicemente dei momenti in cui la persona racconta delle proprie disgrazie – anche perché avevano alle spalle delle storie che non è facile raccontare. Ed è lì che io ho visto la grande differenza: sembra una banalità ma quando ci si parla cade tutto il resto. A far crollare pregiudizi e paure è sempre la conoscenza diretta tra le persone.

In realtà episodi di aperto rifiuto o opposizione non ne abbiamo vissuti. Piuttosto indifferenza, però io non do tutta la ‘colpa’ alla società. Arrivare in un posto nuovo a 25-30 anni, l’età che avevano i ragazzi che abbiamo accolto, non è facile. Lo vedo anche con il mio lavoro: le relazioni le costruisci a scuola. Gli alunni che sono arrivati l’anno in cui poi c’è stato il lockdown sono quelli che hanno sofferto di più. Il lockdown è iniziato a marzo, quando loro iniziavano a parlottare un pochino. Poi sono stati chiusi in casa, è arrivata l’estate ma non avevano avuto il tempo di tessere relazioni a scuola, il luogo in cui le relazioni nascono e si sviluppano, a maggior ragione nell’età delle medie.”

Ecco, ti va di raccontarmi del tuo lavoro nella scuola?

“Lavoro alle scuole medie di Cavalese come facilitatrice linguistica per i ragazzini di origine straniera e come insegnante di inglese, per cui ho ottenuto il ruolo l’anno scorso. Inizialmente lavoravo come facilitatrice esterna all’Istituto, poi sono entrata a far parte dell’organico e da allora opero come facilitatrice linguistica interna. L’Istituto Comprensivo di Cavalese, infatti, destina una parte dell’organico agli alunni di origine straniera, che sono intorno al 10%.

Sono referente, assieme ad una collega, della Commissione Intercultura dell’Istituto, lei in rappresentanza della scuola primaria, io delle scuole medie. La cosa che ci impegna di più è l’accoglienza dei nuovi arrivati. Quest’anno siamo già a cinque, e non è ancora iniziata la scuola! Poi organizziamo i laboratori di lingua italiana L2: i bambini vengono prelevati dalla classe durante le lezioni che avrebbero più difficoltà a seguire, per partecipare a questi laboratori linguistici in cui partiamo dalle basi. E qui avviene la magia, perché io non so l’arabo, l’urdu, o il bengali, però utilizzando il linguaggio del corpo riusciamo in qualche modo a capirci. Il fatto poi che questi bambini siano in immersione linguistica a scuola li aiuta molto nell’apprendimento della lingua.

Come Commissione Intercultura cerchiamo di fare da raccordo con il mondo del doposcuola, con servizi come il Polo Ovest, della Cooperativa Progetto 92. Lavoriamo molto in rete con le altre scuole della valle. Proponiamo anche corsi di aggiornamento per insegnanti su tematiche interculturali di vario tipo, e promuoviamo delle iniziative nelle scuole, come la mostra ‘seduti intorno alla lavagna’ sul tema del diritto all’istruzione e della scuola nel mondo. Facciamo ogni anno alcune attività per valorizzare il plurilinguismo, soprattutto in occasione della giornata della lingua madre. Cose piccole, ma importanti.”

Pensi che il mondo della scuola riesca a cogliere la sfida di includere questi ragazzini senza assimilarli, e quindi valorizzando la bellezza e la ricchezza della diversità di cui sono portatori?

“Da quando ho iniziato, nel 2012, ad oggi ho visto dei passi avanti in questo senso. Ad esempio, si opera meglio nelle prime fasi dell’accoglienza, nel capire quali sono le difficoltà che può avere il ragazzino neoarrivato. Anche la consapevolezza degli insegnanti è migliorata, così come il loro atteggiamento verso i ragazzini appena arrivati, rispetto a cosa aspettarsi da loro. Credo che siamo migliorati anche dal punto di vista della valorizzazione della diversità che ci troviamo in classe. Ho visto alcuni esempi di progetti e di iniziative fatte non solo con il bambino neoarrivato ma anche, per esempio, con la bambina albanese che è nata qua, che in Albania ci va solo in vacanza, ma che ha una ricchezza in più data dalla conoscenza di un’altra lingua e di un’altra cultura.

Queste cose vengono fatte un po’ a macchia di leopardo perché siamo presi da tantissime cose. Mi è servito molto entrare nelle classi per insegnare inglese. Mi sono resa conto che la classe è un mondo: c’è l’alunno neoarrivato, quello di seconda generazione, ma anche il DSA, quello che rompe, quello che dorme… ed è davvero difficile dare ascolto a tutte le voci. Mi sono messa dall’altra parte e ho capito che effettivamente lavorare per l’inclusione in classe non è cosa da poco. Poi le risorse sono quelle che sono e quindi si finisce per lavorare tanto sull’emergenza, ossia il nuovo arrivo, mentre invece sarebbe auspicabile lavorare proprio sull’inclusione a livello di classe.”

Sei mai stata testimone, a scuola, di episodi di rifiuto verso dei ragazzini neoarrivati o di origine straniera?

“L’anno scorso una terza ha fatto un progetto per il quale sono stati intervistati diversi alunni. Tra le altre cose, si chiedeva loro se avessero vissuto degli episodi di razzismo o di non accettazione. I ragazzi che hanno risposto hanno detto tutti di no, che al contrario si sentono accettati e inclusi. Devo essere sincera, in questi anni di esperienza non mi è mai successo di dover affrontare episodi di questo tipo. È vero, è un’età un po’ balorda ma i ragazzini sono ancora molto curiosi, è questo che mi piace di quest’età. Sono ancora malleabili, puoi parlare con loro e guidarli nella riflessione. Spesso quando se ne escono con stereotipi e discorsi negativi, si capisce che sono cose che sentono a casa e riportano. Quindi anche l’avere compagni nuovi non viene vissuto con difficoltà.”

 

Nelle scuole la diversità è la nuova normalità, è la realtà. Quello verso una società più aperta e inclusiva sarà un cambiamento naturale, non trovi?

“È vero, è la normalità. In un altro dei progetti fatti, avevo ideato un gioco per decostruire degli stereotipi, in cui i ragazzi dovevano indovinare di che luogo si trattasse partendo da un’immagine o una descrizione. C’era, ad esempio, l’immagine di una chiesa di Aleppo, in Siria. Uno dei brevi testi invece recitava: ‘nella scuola di questo luogo il 14% degli alunni è di origine straniera’. Nessuno dei ragazzi ha pensato che si trattasse di Cavalese, forse proprio perché ormai è la normalità. Se tu chiedi ad uno studente se ci sono alunni stranieri nella sua classe, identifica subito l’alunno arrivato da poco, ma per gli altri ci deve pensare. Quindi la diversità è proprio una nuova normalità, a cui le persone non fanno neanche più caso.”

Quando si parla di integrazione si pensa sempre che riguardi solo la persona neoarrivata, mentre in realtà l’integrazione è un processo bidirezionale. La classe può essere vista come una piccola comunità. Cosa pensi possano ricevere in cambio una classe o una comunità che decidono di accogliere, rispetto allo sforzo che fanno?

“Io l’ho visto in piccolo con la mia famiglia. Ricordo la prima domenica dopo l’arrivo dei cinque ragazzi, era fine aprile e siamo andati al passo Rolle. Io al Rolle a fine aprile, quando non è né estate né inverno, non ci sarei mai andata! Quando si incontrano persone ai nostri occhi ‘diverse’ si è portati a vedere le cose con occhi diversi, anche le proprie cose. E questo accade anche a scuola: i ragazzi che vivono queste accoglienze imparano a mettersi nei panni degli altri, e a rivedere certe cose sulla base di queste esperienze di immedesimazione. Poi sì, siamo un po’ orsetti qua da noi… ce lo dobbiamo dire! Ma alla fine si riesce a raggiungere tutti. L’ho visto ad esempio quando con una classe abbiamo organizzato un’attività per la giornata della lingua madre. Era una classe dove c’erano parecchi ragazzini di origine straniera, e nell’ottica di valorizzare le nostre lingue, abbiamo incluso anche il dialetto. C’era anche un ragazzino di Ferrara e ci siamo fatti delle grasse risate a tradurre le cose dal trentino al ferrarese, all’albanese, al rumeno, al curdo. Sono sempre momenti in cui i ragazzini di origine straniera sono protagonisti ma assieme gli altri. Non vengono messi in vetrina per la loro ‘esoticità’, ma partecipano ad un incontro in cui tutti danno qualcosa. Ed è la cosa che funziona di più.”

Torniamo per un momento a te: cosa ti ha spinto ad appassionarti a queste questioni?

“Sono da sempre una persona a cui piace viaggiare, a cui piacciono le lingue, quindi un’inclinazione in questo senso c’è sempre stata. Una delle esperienze che più mi ha spinta in questa direzione è stato l’Erasmus che ho fatto in Francia, ad Avignone. Quella è stata per me la prima esperienza ‘fuori’, di apertura al mondo. Poi però ho anche scelto di tornare a casa, che non è una cosa scontata. All’inizio mi ero allontanata, sono andata a fare la magistrale in ‘lingua e cultura italiane per stranieri’ a Bologna perché Trento, dove ho fatto la triennale in lingue, mi sembrava troppo vicina. Poi però sono tornata, forse perché ho sentito che anche a casa mia c’erano questi bisogni. Mi sono resa conto che c’era un po’ di mondo anche qui.”

È stato difficile per te tornare in valle, dopo queste esperienze in giro per l’Italia e all’estero?

“Devo dire che qui ho tante soddisfazioni. Il mio lavoro di facilitatrice mi piace tantissimo, e mi piace insegnare. Essere in questa valle, lontana da certe dinamiche più grandi, mi aiuta a vedere il bello che c’è qui, che è piccolo però c’è. Se nella mia piccola comunità, che sia scolastica o di paese, si riescono a fare dei piccoli passi avanti, per me è già un grande risultato. Ho un po’ relativizzato rispetto a qualche anno fa quando avevo grandi ideali e voglia di cambiamento su larga scala. Poi ci sono anche tante cose nel piccolo che mi fanno arrabbiare, però c’è più possibilità di azione. Sono arrivata a questo punto: piccole gioie, piccole soddisfazioni, piccoli risultati, piccole grandi rabbie.”

Ma quando si parla di persone, i piccoli risultati in realtà sono sempre grandi risultati…

“Penso al lavoro che faccio nella scuola: sto formando i cittadini di domani, quelli che un domani potranno fare cose grandi. Trovo bello il confronto, imparare e condividere buone pratiche con altre persone. Però non ho più quello spirito battagliero che avevo qualche anno fa. Ho ristretto il mio campo d’azione. Ma siccome c’è tanto da fare anche sul piccolo…”

Un impegno come il tuo può dare tante soddisfazioni, ma quando ci si mette al servizio degli altri c’è il rischio di uscirne sfiniti…

“In effetti ogni tanto mi sento un po’ crocerossina e mi chiedo: fino a che punto è giusto spingersi? Ne abbiamo parlato anche nel gruppo di accoglienza, perché vogliamo evitare che il nostro aiuto diventi assistenzialismo. Succede anche con i miei alunni a scuola, di diventare per loro una ‘persona stella’, un punto di riferimento. Una volta correvo per ogni loro piccola richiesta. Adesso ho imparato a pormi e porre loro dei limiti: ti do dei suggerimenti su come fare le cose, che mezzi utilizzare, poi però devi essere tu ad agire.

Qualche giorno fa è successa una cosa che mi ha dato moltissima soddisfazione. Due miei alunni, originari del Bangladesh e arrivati da poco in Italia, dopo essersi preiscritti alla scuola alberghiera e aver capito che non era quello che volevano fare, hanno preso da soli la corriera e sono andati a Villazzano per iscriversi alla scuola per meccanici. Dopo essere stati sgridati per essersi presentati in tempi di Covid senza appuntamento, sono riusciti a formalizzazione l’iscrizione e il passaggio da Tesero a Villazzano. Sono andati lì con le loro competenze di italiano frutto di poco più di un anno di scuola, lockdown compreso, e con queste sono riusciti a fare quello che dovevano fare. Non c’è stato bisogno di un assistente che andasse avanti per loro. Ho anche pensato che fosse proprio una cosa che volevano. Quanti studenti scelgono una scuola anche se non è quella dei loro sogni solo perché è comoda, è vicina o è l’unica disponibile nelle vicinanze. Loro hanno dimostrato di voler realizzare il loro piccolo sogno. Spesso la tendenza di chi si spende in questo campo è di fare troppo. Non va bene, le persone vanno accompagnate ma poi devono camminare da sole, anche sbagliando.”

Ti sembra che stiamo maturando come comunità, per quanto riguarda l’accettazione e l’inclusione di chi ci appare “diverso”?

“Sono abbastanza ottimista, direi di sì. Il lato positivo delle comunità piccole è che è facile conoscersi, intessere relazioni, abbattere muri, perché è impossibile non imbattersi gli uni negli altri. Nelle accoglienze dei bambini e dei ragazzi cerchiamo sempre di creare degli agganci sul territorio e nelle comunità, e in questo le nostre comunità piccole sono l’ideale. Che sia la mamma che passa a prenderti la bimba, o il compagno di calcio con cui andare insieme all’allenamento.”

Vorresti aggiungere qualcosa, in conclusione?

“Vorrei dire che in questa mia piccola esperienza di accoglienza sono in realtà contornata da molte persone, validi compagni di viaggio, sia nell’ambito scolastico che nel lavoro di accoglienza che facciamo qui a Predazzo. Queste non sono cose si fanno da soli. E la cosa più bella è riuscire a coinvolgere altre persone, ad allargare il cerchio, a passare delle buone pratiche alla comunità allargata.”

Profu…chi?

Alcuni concetti relativi al fenomeno delle migrazioni spiegati, ribaltati, e riordinati

“Nessuno lascia la propria casa a meno che
casa non sia la bocca di uno squalo”

Warsan Shire

Illegali, irregolari, clandestini?

Spesso i media utilizzano termini come migrante illegale o clandestino per definire chi entra in Italia senza documenti. Da un punto di vista giuridico, l’illecito compiuto da chi attraversa un confine in questo modo è di tipo amministrativo, non un reato contro le persone, la proprietà o la sicurezza. Per questo, non si può dire che la persona abbia compiuto qualcosa di “illegale”, tantomeno definire la persona stessa “illegale”.

Ma il punto fondamentale è che chi compie questi pericolosi viaggi in modo irregolare, lo fa perché non può farlo in altro modo. Noi Occidentali siamo abituati al fatto che per viaggiare verso pressoché qualsiasi paese del mondo, ci basta prenotare un volo e, tuttalpiù, richiedere un visto. Con un passaporto italiano si possono visitare senza visto ben 100 paesi, 36 paesi rilasciano un visto al momento dell’arrivo, mentre per 57 paesi è necessario richiederlo in anticipo. Chi viaggia, sa che il rilascio del visto se si è in possesso di un passaporto italiano è pressoché automatico. Al contrario, una persona in possesso di passaporto bengalese ha libero accesso, senza visto, a soli 11 paesi; una persona con passaporto marocchino a 24; una persona con passaporto afghano a 3[1]. Per entrare in qualsiasi altro paese oltre a questi pochissimi è necessario un visto, che raramente viene rilasciato.

La libertà di movimento è sancita dalla Dichiarazione Internazionale dei Diritti dell’Uomo, ma nella pratica spostarsi non è affatto un diritto di tutti. Muoversi in maniera veloce, sicura, economica e “legale” è un privilegio accordato a pochi.

Migranti economici versus profughi “meritevoli”

Queste due etichette, appiccicate sulla fronte di persone in viaggio verso l’Europa, vengono spesso usate da media e politici per distinguere tra chi “merita” di entrare in Italia, e chi al contrario dovrebbe essere rispedito a casa sua. In realtà questa distinzione è molto scivolosa. Le due etichette appartengono molto più a chi le crea, per la necessità di creare un folto gruppo di respingibili e rimpatriabili, che a chi le indossa, e che spesso ha alle spalle storie molto più complesse di quanto le due espressioni lascino intendere. S., che ho conosciuto in un campo profughi in Serbia, è un indiano del Punjab, che nessuno si sognerebbe di definire “profugo”. Ma sfido chiunque a condannare le sue ragioni: viene da una numerosa famiglia di contadini spinta alla fame dalle riforme del settore agricolo approvate negli ultimi anni dal governo indiano (e che hanno innescato le proteste dei contadini iniziate un anno fa e tutt’ora in corso). La sua famiglia ha investito su di lui perché potesse raggiungere l’Europa, trovare un lavoro, e mandare dei soldi a casa. Al momento si trova, irregolare, in Italia. Lavora in un negozio e i soldi che invia in India sono la maggior fonte di sostentamento della sua famiglia. Anche C. viene definita una “migrante economica”. Arrivata in Svezia con un visto di studio, una volta terminata l’università ha cercato di trasformare il suo visto in un permesso di soggiorno per motivi di lavoro – lavora, perché di forza lavoro a basso costo c’è sempre bisogno, ma a distanza di un anno non ha ancora ottenuto il permesso richiesto. Le è stato anche impedito di ottenere un ricongiungimento familiare per i suoi due figli, che non vede da tre anni e che stanno crescendo senza di lei in una regione del Camerun stravolta dalla guerra civile.

Da rifugiati si fa presto a diventare migranti economici, ma a volte succede anche il contrario. Pensiamo al caso degli afghani, che da un giorno all’altro, a seguito della conquista di Kabul da parte dei talebani si sono trasformati da migranti da rimpatriare (come hanno fatto diversi paesi europei tra cui Germania e Svezia), a profughi da accogliere a braccia aperte. Le persone, dall’Afghanistan, fuggono da anni, lasciandosi alle spalle storie terribili, e portandone le cicatrici per tutta la vita. Possiamo essere forse noi a stabilire da quando e fino a quando avranno ragione di farlo? Quando nel 2018 sono stata in Serbia, uno dei paesi in cui le persone in fuga verso l’Europa vengono trattenute anche per anni, gli afghani erano moltissimi. Tentavano la traversata assieme a pakistani, siriani, iraniani, curdi, e assieme a loro venivano ricacciati indietro, anche per 4, 5, 10 volte prima di riuscire a passare il confine con la Croazia – di nascosto, al buio, rischiando di venire trovati, torturati e derubati dalla polizia croata.

“È un’invasione!”

Nella pacifica Europa, la parola “invasione” non si usa più per parlare di armate, battaglioni ed eserciti stranieri – la si usa invece per descrivere i fenomeni più disparati: un’“invasione” di turisti, di cavallette, di immigrati. Lasciamo perdere la questione di quanto sia appropriato usare questo termine per riferirsi alle persone disarmate, stanche, affamate che giungono ai nostri confini: siamo sicuri che l’Italia e l’Europa siano le principali “vittime” di questo accorrere di persone in fuga? La risposta è no: stando all’ultimo report dell’UNHCR[2], l’Agenzia dell’ONU per i rifugiati, più di metà degli 82,4 milioni di migranti forzati nel mondo è costituita da “sfollati interni”, vale a dire persone che hanno dovuto abbandonare le proprie case ma che sono rimaste all’interno dei confini dei propri paesi di origine; l’86% di chi è riuscito ad uscire dal proprio paese è ospitato in paesi in via di sviluppo; il paese che accoglie il più alto numero di rifugiati al mondo è la Turchia (3,7 milioni di persone), mentre il Libano è il paese che accoglie più persone in rapporto alla sua popolazione (128 persone ogni 1000 abitanti, senza contare i profughi Palestinesi che hanno trovato rifugio nel paese dal 1948 in poi). I paesi dell’Unione Europea accolgono, in tutto, 2,7 milioni di persone (dati 2019)[3], su una popolazione di 447 milioni di persone. L’unico paese dell’UE a comparire nella lista dei primi 10 paesi per accoglienza di migranti forzati è la Germania. L’Italia si colloca sotto la media europea di 5 persone accolte ogni 1000 abitanti, fermandosi a 3.

È vero che l’UE si trova a fronteggiare numeri così bassi anche grazie alla sua politica di chiusura dei confini, che l’ha portata a diventare una vera e propria “fortezza Europa”. La domanda è: a che prezzo? Il prezzo della nostra “protezione” lo pagano le persone che, avvicinandosi ai confini europei, ne assaggiano la violenza. Nel Mediterraneo si muore di nascosto perché non c’è nessuno a guardare – salvo alcune navi della società civile a cui si cerca in tutti i modi di impedire di salpare per andare a salvare. Sulla rotta balcanica, invece, le forze di polizia poste a difesa dell’Unione Europea vedono fin troppo bene chi cerca di attraversare i confini per spingersi più a Nord. Li vedono, li bloccano, spesso li torturano, e li rimandano nel primo paese extra-UE più a Sud, come la Bosnia Erzegovina, senza rispettare il loro diritto a presentare domanda d’asilo[4]. Dovremmo chiederci se questo sforzo di crudeltà sia proporzionato all’“invasione” che stiamo subendo.  

Elisabetta Deidda

[1] www.passportindex.org

[2] Report in inglese: www.unhcr.org/flagship-reports/globaltrends/# alcuni dati in italiano: www.unhcr.org/it/risorse/statistiche/

[3] https://bit.ly/3BpM88k

[4] Reports del Border Violence Monitoring Network (in inglese): https://www.borderviolence.eu/category/monthly-report/

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