Cronaca di un vaccino in compagnia della Croce rossa di Fassa

 

Già fatto? Vi ricordate la pubblicità? Ebbene, m’è venuto spontaneo dirlo alle due ragazze con la divisa della Croce rossa, presumo infermiere, che domenica pomeriggio nella palestra delle scuole medie di Vigo di Fassa, pardon, di S. Giovanni di Fassa, mi hanno inoculato la prima dose del vaccino Pfizer.

Tutto in meno di 48 ore da quando mi sono accorto che stavano iniziando le prenotazioni per le classi 1952/56. Non avevo mai pensato al vaccino prima. Vedevo attorno a me, insegnanti, impiegati della scuola, bidelli e quant’altri, tutti vaccinati. E a chi mi chiedeva se e quando l’avrei fatto, rispondevo: “Mah! Chissà forse a noi toccherà in estate…” Non perché non m’interessasse, ma per la semplice ragione che vedevo “categorie” e fasce d’età che sembravano aver più bisogno di me del vaccino. In fondo, ognuno di noi, se non ha particolari patologie, pensa che i fragili siano gli altri. Insomma, che tutto sommato sei ancora un giovanotto.

Ho scelto il punto vaccinale di San Giovanni, in alternativa a Cavalese, perché potevo farlo domenica e non lunedì. “Non fare mai domani ciò che puoi fare oggi” dicevano le mamme. Così ho deciso di scegliere la terra ladina che non frequentavo da un anno, dal lockdown di marzo 2020, quando proprio per l’Avisio raccontai il silenzio di una valle deserta.

Alle scuole medie niente code. All’esterno alcune persone in attesa. Saranno qui ad aspettare il loro turno? pensai prima di constatare che avevano tutta l’aria di essere degli accompagnatori. Notando la mia momentanea incertezza e anticipando la mia immediata presa d’atto della giovane età di alcuni, un signore con la divisa della Croce rossa, mi apre la porta dall’interno. Da come l’ha fatto ho avvertito la gentilezza di un portiere d’albergo. Ero in anticipo, ma all’interno c’erano solo 3 persone. Temperatura, sanificazione, controllo delle carte. “Si sieda”. Sono il quarto della fila e quando il primo entra nella palestra, dobbiamo scorrere tutti da una sedia all’altra. Ci resto davvero pochi minuti su ciascuna. Quando arrivo alla prima, appena il tempo di fare due foto che, ancora in piedi, il solito “crocerossino” (che suona male, ma come si chiamano gli appartenenti alla Croce Rossa?!) mi fa cenno d’entrare. Consegno le carte ad un signore che riconosco sotto la mascherina, ma lui mi aveva appositamente ignorato.

“Per questioni di privacy” dice. In un separé una signora tanto ben messa quanto simpatica, mi rivolge alcune domande, le solite: malattie, farmaci? Etc. Ho scritto tutto sui moduli scaricati dopo la prenotazione. Alcuni consigli: non grattare, non toccare, se si gonfia metti del ghiaccio (questo per la puntura). Per il resto, subito una tachipirina se si avvertono segni di malessere. E’ l’unica persona senza la divisa della Croce rossa. Attendiamo 2 minuti davanti a due gazebo e poi, velocemente, l’iniezione. Ma me l’hanno davvero fatta? O hanno fatto finta? Io l’ago non l’ho sentito. Mah… Al tavolo dove consegno i moduli sono in tre. Mi trovo a darli a una ragazza che quando incontro nelle mie passeggiate geriatriche da pensionato (prima di più sul lavoro) ci salutiamo sempre con molto entusiasmo, ma in questo caso soffoca il mio slancio.

Ho capito, sarà sempre per la privacy, o forse per mantenere quel portamento professionale che richiede il giusto distacco (dicono) ma che viene confuso a volte con la freddezza. Il giro della palestra si conclude al reparto “sedie d’attesa”, di fronte ad un orologione che segna le 15.25’: esattamente l’ora in cui avevo l’appuntamento. Devo starci 15 minuti. Poi un salto in farmacia che casualmente è di turno proprio a Vigo di Fassa, pardon a San Giovanni. Tachipirina e ghiaccio, non si sa mai. E mentre me ne torno a casa con la sensazione che mi stia succedendo qualcosa (una sorta di autosuggestione che svanisce quando mi metto a scrivere) penso a come mi sia sentito protetto, lì dentro quella palestra, da quelle divise rosse. A come è funzionato tutto bene.

 Penso ai racconti dei giornali su signori ottantenni in carrozzina convocati per sbaglio, a quelli di amici calabresi dove al disastro organizzativo dei “lumbard” aggiungono una carenza strutturale, dove hanno rallentato a processare i tamponi per rimanere in zona arancione (qualcosa del genere è stato denunciato a suo tempo anche in Trentino) ma il volontariato sociale strutturato non sanno cos’è, pur a fronte di grandi slanci di umanità dei singoli. E penso a quella palestra in cui domani torneranno nuovamente a correre i ragazzi, al lavoro di montaggio e smontaggio dei volontari per garantire questo weekend di vaccinazione. E penso che sono fortunato.

 

Share on facebook
Facebook
Share on twitter
Twitter
Share on whatsapp
WhatsApp
Share on email
Email

Un commento su “Cronaca di un vaccino in compagnia della Croce rossa di Fassa”

  1. Il volontariato è una grande ricchezza. Senza il famoso “Terzo Settore” la nostra vita sarebbe senz’altro diversa e meno agevole.

    Rispondi

Lascia un commento