Da Pozza a Bakuriani. Su una tavola

Emil Zulian ha 25 anni e vive nella Piazza del Malgher, in centro a Pozza. Non è uno facile da incrociare in paese, non fosse altro che non c’è mai. Tutto sommato, suo malgrado, è solito rimanere in Fassa al massimo un paio di mesi l’anno, vivendo costantemente in trasferta tra le destinazioni che ospitano la Coppa del Mondo di snowboard, gli eventi degli sponsor, gli allenamenti e i ritiri della squadra nazionale azzurra.

Noi lo abbiamo incrociato a Madonna di Campiglio a metà febbraio, in occasione del Burton Mountain Mash, l’evento di snowboard più importante della stagione in Italia. La sera dopo la gara, nel locale in centro di fronte al Race Office, lui e gli altri pro del Team Burton avevano un bicchiere in mano, si urlavano nelle orecchie cercando di chiacchierare in lotta con la musica alta, si facevano selfie e sorridevano alle ragazze che passavano di là.

Era appena tornato da una tappa di Coppa del Mondo negli Stati Uniti e pochi giorni dopo sarebbe partito per i Mondiali di Bakuriani, in Georgia, a un centinaio di km dal confine nord orientale con la Turchia e l’Armenia.

“Un’edizione da dimenticare per me, sotto tutti i punti di vista. Io gareggio in due specialità, lo slopestyle (quella disciplina olimpica che prevede discese funamboliche saltando e scivolando su strutture fisse come corrimani e box in acciaio) e il Big Air (figure acrobatiche in volo dopo aver saltato da un grande trampolino, ndr). Nello slopestyle sono caduto e ho perso punti, abbastanza per terminare solo 46° in classifica. Nel Big Air sono caduto in allenamento, sono finito in ospedale e non ho potuto nemmeno gareggiare. Diciamo che è stata un’esperienza: sono servite oltre dieci ore di volo, scali compresi, dall’Italia e altre quattro ore di navetta. Lì tutto è diverso, a partire dall’approccio alla neve dei Georgiani. Tutto bello ma piuttosto ventoso, cosa che non è esattamente l’ideale per una disciplina del freestyle che prevede di staccarsi parecchio dal suolo. Tutte le strutture erano preparate da una società specializzata tirolese ed erano perfette ma dubito che ci torneremo”.

A Campiglio ti abbiamo visto gareggiare nello slopestyle contest con la “divisa” del Team Burton. Cosa vuol dire essere un atleta di un team privato di uno sponsor?

“È semplicemente divertente. Ai fini della competizione non cambia nulla ma è divertente sentirsi parte di una squadra dove ci sono compagni che arrivano da tutto il mondo. Di base nelle competizioni FIS si gareggia con la squadra nazionale ma durante la stagione il calendario internazionale prevede una serie di contest – proprio come il Burton Mountain Mash – riconosciuti dalla Federazione Internazionale dove gli sponsor e i team privati diventano protagonisti. A differenza di quanto accada nello sci alpino, nello snowboard esiste un sistema che, grazie ai calcoli di un algoritmo, assegna punti in funzione della qualità e della quantità degli atleti presenti. In questo modo convivono sia le gare FIS che quelle private e gli sponsor hanno più visibilità: forse un giorno accadrà anche nello sci alpino”.

Come hai cominciato con lo snowboard in valle?

“Nel modo più strano. Come tutti quelli che vivono in Fiemme e Fassa ho cominciato con lo sci alpino. Da noi sei già sugli sci prima ancora di aver imparato a camminare. Ho fatto quindi un paio d’anni di sci club fino a quando, a fine stagione, partecipai ad una gara sociale del paese sulla Aloch. Qualcuno in partenza mi disse: “Guarda il traguardo, devi andare giù più veloce che puoi!” tanto che io mi sono messo a uovo, sono arrivato in fondo felicissimo e soddisfatto del risultato fino a che l’allenatore mi disse che dovevo fare anche le curve per prendere le porte. Mi è bastato per capire che volevo fare altro sulla neve. Così cominciai a seguire mio fratello, di sette anni più grande di me, che scendeva con la tavola nei boschetti. Mi sembrò divertentissimo. E non mi sono mai voltato indietro”.

Eurotrentina

Com’è la vita dello snowboarder professionista? Quanto tempo riesci a passare a casa durante l’anno?

“Difficile fare il conto. È raro che io stia per lungo tempo a casa, di solito solo tra un ritiro e un altro. Durante l’inverno rimango magari un paio di giorni al mese ma d’estate non è diverso. Due anni fa sono stato in ritiro in Nuova Zelanda mentre l’anno scorso invece sono stato ad Asti per la riabilitazione alla spalla operata. Quello che mi conforta è che io ho la Val di Fassa dentro di me e ho sempre il desiderio di tornare a casa. Mi bastano due giorni per ricaricare le batterie. Dalla finestra della mia camera vedo Cima 11 e Cima 12 e questo fa tutta la differenza del mondo”.

Da anni giri tra le stazioni sciistiche più belle del mondo. Quali sono i posti più belli dove hai portato la tua tavola?

“Ogni posto ha sue caratteristiche specifiche ed è difficile per me fare paragoni. Pensando alle condizioni della neve, però, Mammouth Mountain in California è imbattibile. Quando arrivi, ti guardi in giro e ti accorgi che ci sono 5 metri di neve ovunque, sulle piste come in paese. i rifugi sono sotterrati sotto tonnellate di bianco, con la neve che arriva al secondo piano. Succede un po’ anche in Nuova Zelanda dove la natura incontaminata è sorprendente. Detto questo però bastava andare a pranzo per poter formulare un giudizio più completo: in America dentro ai rifugi ci sono i ristoranti delle grandi catene di fast food e io mangiavo burritos e piatti asiatici, pur essendo sulla neve. Al contrario in Georgia sognavo canederli e polenta di casa perchè ci davano solo carne di agnello speziata, con salse e condimenti molto pesanti: per me è stato ancora più complicato, dato che sono vegetariano”.

Quali sono gli snowpark che frequenti in Italia e dove ti alleni in Fassa?

“Se vuoi allenarti in park ci sono tre spot decisamente superiori, almeno per le mie specialità. L’Ursus Snowpark di Campiglio è certamente il numero uno, per la qualità delle strutture, per il lavoro degli shaper, per la quantità di eventi in calendario e per il panorama. Ci trovo un sacco di amici ed è vicino a casa. E poi ci sono quello all’Alpe di Siusi (dove spesso si allena la nazionale, ndr) e quello di Livigno al Mottolino. Quando sono a casa invece preferisco mollare lo snowboard e prendere lo splitboard, quell’attrezzo composto da due sci da usare in salita con le pelli che poi si agganciano e si trasformano in una tavola per scendere in neve fresca. Il mio posto preferito? La Val Monzoni, sopra casa, perchè ha mille vie poco frequentate e c’è sempre bella neve”.

Ora che la stagione è finita, cosa ci dici dei tuoi obiettivi per la prossima?

“Gli obiettivi di ogni stagione sono sempre diversi. Dipende da te, dalle tue condizioni e dal calendario che vai ad affrontare. Gli obiettivi di questa stagione, infatti, sono stati molto diversi da quelli della scorsa e lo saranno da quelli per la prossima. Lo scorso anno è stato difficile: era un anno dove ci si giocava la qualificazione olimpica. Ho dovuto quindi aprire il gas sempre al massimo e, essendo questo uno sport estremo, sono andato sempre al limite e mi sono infortunato una marea di volte. Ho rischiato ed è andata male: niente gare, niente punti e niente Olimpiadi. Quest’anno ho imparato a prendere tutto con più calma, sapendo che avrei dovuto prendere la rincorsa per il prossimo anno. In generale l’obiettivo della mia carriera è fare podi in Coppa del Mondo ed eventualmente ai Mondiali e alle Olimpiadi: fino ad ora ci sono arrivato vicino (quarto in un Big Air in Canada, quinto a Siusi in Slopestyle, ndr) ma non ci sono ancora riuscito. E poi, in fin dei conti, l’obiettivo è continuare a divertirmi facendo quello che faccio. È una vita bellissima, ha tanti lati negativi, tra sacrifici, infortuni e lontananza da casa, ma voglio mettere insieme ancora tanti ricordi da portare con me in futuro”.

Enrico Maria Corno

dentelin.eu
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