Dalle tigri Tamil ai cucù

Riportiamo qui l’intervista fatta a Massimiliano Gabrielli di Predazzo e pubblicato sul numero estivo dell’Avisio. 

Una parete di vecchi orologi campeggia all’ingresso della mansarda di via Dolomiti a Predazzo, dove vive Massimiliano Gabrielli detto “Abo”, 37 anni, laurea in Scienze forestali, da poco custode forestale della Regola Feudale di Predazzo, consigliere comunale di minoranza e già presidente del consiglio la scorsa legislatura. Non è per parlare dell’amministrazione comunale, né del Feudo di Predazzo che lo abbiamo incontrato, ma per capire come un “ragazzo” riservato, gentile, disponibile, apparentemente timido, con un vissuto avventuroso alle spalle, si stia dedicando da una decina d’anni ad un’attività che parrebbe destinata piuttosto a vecchi pensionati: la collezione e la riparazione di orologi antichi. Un’attività hobbistica sempre meno frequentata e, almeno apparentemente, poco confacente con l’adolescenza avventurosa e irrequieta di “Abo”, nomignolo attribuitogli dagli amici dopo la sua esperienza australiana.

Così, anziché fra lancette, pendoli, ingranaggi, catene, pigmenti e ceralacca, ci troviamo subito immersi in un racconto d’avventura iniziato 23 anni fa quando Max, a 14 anni, decise di partire per l’Australia. Ha base in una famiglia e frequenta una scuola australiana. L’anno dopo l’”aborigeno” Max ci torna durante le vacanze estive per farsi 20.000 km in solitaria, da Melbourne a Darwin, nel deserto. Tre mesi con la sola tenda. Nel 2000 con l’associazione Tremenbè trascorre 3 settimane in Brasile lavorando in una “Posada” a contatto con la realtà delle favelas, e l’anno successivo, diciottenne, se ne va in America col fratello a trovare alcuni cugini.
Il 26 dicembre del 2004 l’Estremo Oriente è funestato dallo tsunami e così “Abo” decide di partire con la Croce rossa nello Sri Lanka, la zona più colpita controllata dalle Tigri del Tamil dove entravano solo gli americani e la Croce rossa e con la guerra civile in atto fra Tamil e governativi. Due campi di un mese ciascuno: il primo come autista a portare i feriti in ospedale, attraversando 6 check point delle Tigri e dei governativi con altrettanti controlli e perquisizioni. Il secondo ad agosto a chiudere l’intervento della Croce Rossa che segnò anche la fine della tregua, la sconfitta delle Tigri e la cattura del loro capo, che “Abo” aveva conosciuto durante i suoi spostamenti. Dopo il progetto della Provincia di Trento, “Dialoghi in cammino” che lo portò in Medioriente, esattamente in Siria, nel 2012 Massimiliano affronta il grande giro degli USA. 21.000 km.: due volte coast to coast, due volte da nord a sud  e da sud a nord, e un giro in centro con un solo obiettivo: viaggiare fra gli ultimi, i senza tetto, i tossici, i criminali, i clandestini messicani, per scrivere le loro storie che ha raccolto su 4 moleskine e nei post di Facebook, e che un giorno forse pubblicherà. Un viaggio in cui ha rischiato di morire assiderato in una tenda nel Gran Canyon a -10° dove ha percorso tutti gli stadi dell’assideramento coi soli vestiti estivi, salvato solo dal sorgere del sole, o di essere accoltellato da un tossico in Arizona.
Un racconto, quello del giovane Max, che ha fermato il tempo. Come quello degli orologi appesi alle sue pareti: tutti fermi, tranne uno. “L’ho appena aggiustato, è in osservazione – si giustifica Massimiliano – è di un signore che mi ha visto su Geo&Geo. Nessun orologiaio lo voleva riparare: troppo difficile dicevano. Così me l’ha portato”.
Il fatto è che la riparazione richiede, spesso, troppo tempo, con costi che possono superare il valore dell’orologio, tanto che diventa sostenibile solo se si esegue per passione. “Per alcuni orologi ho impiegato mesi, ma un appassionato lavora solo quando è ispirato”.
“Sembrerà strano – prosegue – ma il tempo mi mette un po’ d’ansia. Il tempo mi ha stregato, in negativo e in positivo. Da una parte perché “tempus fugit” come ricorda il ticchettio del pendolo, dall’altra invece mi affascina il tempo come concetto”. Fatto sta che tutti i suoi orologi sono fermi, e li avvia solo occasionalmente o per qualche controllo.
Ma come è nata questa passione?
“Da piccolo entravo in una casa col cucù e attendevo sempre che uscisse l’uccellino, che ovviamente non usciva mai. C’erano invece i padroni di casa a raccomandare di non toccare nulla. Che stregoneria sarà mai, mi chiedevo. Così è nata questa passione, supportata dalla mia curiosità e dal piacere di smontare le cose”.
Fatto sta che un giorno Max acquista un orologio e lo smonta. Poi conosce Erich, che ha lo stesso interesse, oltre al ferromodellismo, e seguendolo “impara” un po’ il mestiere da vero autodidatta.
Sono passati 10 anni e gli orologi, in casa e in cantina, sono sempre fermi, ma molto cresciuti nel numero.
“Li ho acquistati rotti e un po’ alla volta li aggiusto. I più vecchi, quelli che mi affascinano di più, sono dell’800, anche se i primi pendoli risalgono al ‘600.”
Quando li prende in mano per aggiustarli immagina infatti tutte le persone a cui hanno scandito il tempo. Provengono quasi tutti dalla Foresta nera, anche se siamo portati ad attribuire il primato dell’arte orologiaia alla Svizzera. “Abo” ne possiede quasi un centinaio. In cantina ce n’è uno di 400 anni: “sarà un restauro difficilissimo”, nessun orologio italiano e solo uno inglese. C’è anche un esempio delle prime sveglie a campanellino: “ma fanno un rumore mostruoso”, assicura.
Volendo imparare questo mestiere, come si fa?
“E’ un mestiere custodito gelosamente. Io avevo chiesto di lavorare nella Foresta nera, anche gratis o addirittura dando qualcosa io per poter imparare. Niente da fare, sono gelosissimi. Ci sono le apposite scuole, ma dagli artigiani non esce nulla”.
Ce ne sono altri orologiai per passione che conosci in zona?
A parte Erich e un anziano a Forno, altri non ne ho conosciuti.
Massimiliano aggiusta anche i quadranti con i prodotti originali dell’epoca: colla di coniglio, gesso di bologna, i vari pigmenti, la gommalacca, e segue tutti i procedimenti tradizionali, compresi i restauri delle pitture. “Solo restauri conservativi – puntualizza – nessun falso”. E si tratta comunque di restauri reversibili.

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