Emma Segat, fumettista di Moena, ha compiuto un viaggio particolare per inseguire il suo sogno: dalla Val di Fassa all’Accademia di Belle Arti di Bologna, immergendosi nell’universo del fumetto d’autore. Un percorso che l’ha portata a sviluppare uno stile personale, un tratto definito punk, e a collaborare con case editrici indipendenti che credono nella libertà creativa degli artisti.
Come hai scoperto la passione per il fumetto?
«Io ho sempre disegnato, fin da piccola. Ho ancora alcuni disegni di quando avevo quattro anni che considero i miei capolavori, però per molto tempo è l’arte è rimasta un po’ relegata ai bordi del quaderno, alle fan art di anime e manga che mi appassionavano in adolescenza. Non avevo ancora capito come sviluppare un mio stile, una mia voce personale.»
Come sei arrivata all’Accademia di Belle Arti?
«Il mio percorso è stato un po’ tortuoso. Avevo iniziato il liceo artistico, ma alla fine sono passata allo scientifico. Sono stata un po’ influenzata dal pensiero che “fare l’artista è difficile, non ci campi”. Dopo la scuola mi sono resa conto che l’unica cosa che portavo avanti tra tutte le varie passioni era il disegno, anche nel tempo libero, anche durante i periodi più intensi di lavoro. Poi per caso sono venuta a sapere di questo corso di fumetto all’Accademia di Bologna.»
Perché proprio Bologna?
«Bologna era l’unico corso accademico che c’era in Italia. Ci sono le scuole private come la Scuola Comics e altri istituti, però a livello accademico c’era solo il corso di Bologna. Bologna ha anche una storia particolare col fumetto, legata alla scuola di Magnus e alla scuola Zio Feininger. C’è una tradizione per cui il fumetto ha prevalso più che in altre città come Roma o Milano.»
Parliamo del tuo primo fumetto, “Cagna Macchina”. Com’è nato?
«È stata la prima cosa fatta da me interamente come autoproduzione. L’ho stampato dopo la pandemia, e tra l’altro racconta di una ragazza che sta chiusa in casa da sola. È una storia che avevo già scritto prima della pandemia per un esame in accademia. Non era nata per raccontare il lockdown, è stata una coincidenza.»
Di cosa parla questa storia?
«La protagonista è a casa da sola, in condizioni pietose: è tutto sporco, lei sta malissimo, si ordina la spesa online, mangia e basta. Piano piano capiamo che sta aspettando il suo ragazzo. Non ci sono didascalie né suoi pensieri, solo le conversazioni che ha con l’unico amico che la viene a trovare e i suoi sogni, nei quali finalmente arriva questo ragazzo che sta aspettando come un cane fedele.
Gli amici le dicono “Guarda che se n’è andato, non tornerà”, ma lei non vuole accettare la realtà. Si isola da tutto e da tutti. Va avanti in questa routine finché lui non le telefona dicendole che non sarebbe mai tornato. Solo quando lo sente dire da lui accetta la verità. C’è questa sorta di metamorfosi in cane, che è la rappresentazione della fedeltà cieca.»
La pandemia ha influito sul tuo percorso all’accademia?
«Sì, perché a metà del mio secondo anno c’è stata la quarantena che ha rallentato tutto, ha ammazzato la creatività. Seguivamo le lezioni online. Avevamo tempo per disegnare, però per tutti i miei compagni di corso è stato molto difficile. È paradossale perché io adesso faccio un lavoro part-time e non trovo mai il tempo di disegnare, però oltre al tempo serve tranquillità, serenità. Durante il lockdown, anche se avevo molto tempo e questa storia già pronta e scritta, non sono riuscita a mettermi a disegnare.»
Come funzionava il corso all’accademia?
«Il primo anno abbiamo fatto un corso introduttivo di layout e tecnica di visualizzazione, sia per quanto riguarda l’illustrazione, sia per quanto riguarda il fumetto. Al secondo anno abbiamo iniziato “Arte del fumetto”. Non erano le classiche lezioni frontali, il ritmo era molto tranquillo. Ho realizzato nel la mia tesi 2023. Ho scelto come relatore teorico un professore che lavorava presso Canicola, una casa editrice di Bologna che mi è sempre piaciuta molto.»
E dopo la laurea cosa è successo?
«Dopo la laurea sono andata a fare la stagione invernale in Val d’Aosta. È stato un momento di distacco dal disegno, una cosa molto comune tra i frequentatori del corso. Quando sono tornata a Bologna, mi hanno proposto di partecipare a un progetto con altri artisti per Canicola. Si chiama “I bambini tonti” ed è una raccolta di racconti dell’autrice spagnola Ana María Matute, con l’adattamento a fumetti dei racconti. Ognuno di noi era libero di rielaborare il racconto come voleva, mischiarlo con altri racconti. Eravamo in dieci artisti che hanno lavorato tutti a matita e tutti avevamo fatto l’accademia – questi erano i punti in comune per dare coesione al progetto. Non è né un libro né un fumetto, è un po’ entrambe le cose insieme. Il mio ex professore aveva trovato il libro dell’autrice e aveva visto che in Italia non era più disponibile da anni, quindi aveva avuto l’idea di riproporlo con le storie ridisegnate.»
Come è stata l’esperienza di lavorare con una casa editrice?
«È stata la mia prima esperienza con un editing e con un editore presente. Abbiamo avuto molta libertà, però era la prima volta che mi interfacciavo con una casa editrice che ti dà delle linee guida. Eravamo in dieci, quindi anche se lavoravamo in autonomia ci sono stati momenti di confronto e scambio. È stato bello vedere che anche uscendo dalla mia cameretta, anziché fare tutto da sola, potevo far vedere le cose anche in fase processuale, confrontarmi con altri, parlarne.»
Su cosa stai lavorando attualmente?
«Sto facendo una storia breve per la rivista Doomed. Questa rivista si propone di dare completa autonomia agli artisti: in ogni numero mettono quattro storie di quattro autori o autrici, senza dare un tema o voler condizionare la tecnica. L’unico limite è il formato, perché poi va stampato, e la lunghezza che può variare da una storia brevissima a una ventina di tavole. In realtà avevo in mente un’altra idea, solo che poi ha cominciato a lievitare e sarebbe diventata troppo lunga per la rivista. Poi ho ritrovato per caso un libro sugli alchimisti e mi è partita una suggestione. Ho scritto una storia che parla di questa persona che deve realizzare la grande opera alchemica, la trasformazione del piombo in oro, la ricerca della pietra filosofale. È un po’ una metafora anche del disegno, della ricerca di sé.»
Quali sono le tue ispirazioni artistiche?
«Faccio sempre fatica a rispondere a questa domanda. Mi piace un genere di fumetto non classico: quando una persona ha un segno molto personale. C’è un artista giapponese che mi ha ispirato molto, anche per la tesi: Taiyō Matsumoto. È un autore molto occidentale per essere un mangaka. Le sue storie sono molto oniriche, surreali. Spesso i protagonisti sono bambini che hanno un modo di muoversi e parlare molto infantile, però sono storie per adulti. Per quanto riguarda i libri, le storie per adulti come “Il Piccolo Principe” o “L’Alchimista” di Paulo Coelho sono quelle che mi emozionano di più.»
Appartieni più all’approccio indie o vorresti fare anche qualcosa di più mainstream?
«Non ho una voce o un tratto che possa diventare troppo mainstream. Sto capendo se posso sintetizzare quella parte un po’ punk con cose più sensibili, emotive, ma il mio stile rimane quello. Mi piacerebbe però vedere se effettivamente posso uscire un po’ da questa bolla.»
Qual è la tua opinione sul panorama del fumetto italiano attuale?
«Il panorama è interessante ma complicato. Sicuramente è troppo affollato. Ora come ora nel fumetto spesso pubblica chi ha tanti follower sui social. Chiaramente dipende da casa editrice a casa editrice, però tante case editrici anche grandi, come Feltrinelli, hanno una linea di autori che partono così, dai social. Fortunatamente le piccole case editrici indipendenti rompono un po’ questi schemi, ma qui a Bologna ho la sensazione che siamo sempre nella nostra bolla: facciamo le cose alternative, ma lo facciamo per un certo target di persone alternative, e quindi non si smuove mai niente. In generale, in Italia è molto difficile lavorare come fumettista senza scendere a compromessi.»
Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
«Il mio obiettivo sarebbe quello di avere il mio studio in casa dove posso stare tranquilla a produrre la mia arte, vivendo solo di quello. Ora sto cercando di capire come raggiungerlo. Sono già arrivata al punto in cui lavoro part-time per avere anche il tempo di disegnare, ma purtroppo devo ancora lavorare, perché non posso fare solo questo. Ho sempre pensato che valesse la pena fare un lavoro che non c’entra niente, che almeno non rischia di inquinare quello che faccio come arte. Potrei fare commissioni, grafiche, pubblicità, ma preferisco mantenere separata la parte creativa. C’è un mercato molto saturato in cui di soldi per i fumettisti, almeno in Italia, non ce ne sono. Il mondo dell’editoria non funziona più come ci hanno insegnato i nostri professori, che erano di un’altra generazione. Le possibilità potrebbero essere andare in Francia, dove il fumetto ha una dignità migliore anche a livello remunerativo, anche se preferirei rimanere in Italia. Personalmente ho scelto di non scendere a compromessi su quello che disegno perché altrimenti rischio di bloccarmi a livello creativo. Sto ancora capendo a livello autoriale qual è la mia voce. Per capirlo bisogna fare molta pratica, disegnare molto, scrivere molto.»
Nicolò Brigadoi Calamari






