Filmfestival: La Groenlandia che non ti aspetti

Il Trento Filmfestival ospita ogni anno un Paese, proponendo film e documentari che aiutano spesso a scoprire un volto sconosciuto di quel Paese. Quest’anno la destinazione è stata la Groenlandia.

Ci aspettavamo paesaggi mozzafiato, distese di ghiaccio e invece i filmati sulla “terra verde” hanno messo in luce una Groenlandia che ha lasciato davvero il paesaggio sullo sfondo, dando peso e centralità agli aspetti sociali e antropologici.

Oltre a “La casa rossa” di Robert Peroni, c’è un altro film che raccomando di vedere e che racconta con le testimonianze dei giovani dell’est (l’area più isolata e meno popolata con la città più grande di 2000 abitanti) una cultura Inuit soffocata dalla globalizzazione, ma soprattutto una “questione sociale” davvero drammatica. Si tratta di “Arctic spleen” del regista reggiano Piergiorgio Casotti. Un viaggio intimo e personale da cui emerge, come in tutti i film che abbiamo visto, un quadro fatto di depressione, suicidi, violenze, abusi sui minori, alcolismo. La Groenlandia è il Paese con il più alto tasso di suicidi. Il 25% dei ragazzi dai 15 ai 25 anni ha tentato il suicidio almeno una volta e il 2% c’è riuscito. Dalle esperienze di Ole, Elvira, Hans, Peter (amico del regista suicidatosi un mese dopo il ritorno in Italia di Casotti) e dalle intense parole dello stesso regista scopriamo una Groenlandia inquietante e ambigua dove ci si sente “liberi e claustrofobici”, una Groenlandia “attraente e spietata, che ti manipola e ti plasma”.

Il suicidio è un atto sociale, afferma il regista, è improvviso e rapido, non lasciano biglietti. Il paradosso, solo apparente però, è che i suicidi aumentano con il sole. Vivono senza sole per 6 mesi e quando la luce aumenta favorendo la felicità di molti, aumenta il desiderio di togliersi la vita.
Forse è la stessa ragione per cui, anche per molti di noi, soprattutto le persone sole, il periodo peggiore dell’anno è il Natale, quando tutti festeggiano.

Il regista de “La casa rossa” Francesco Catarinolo sembra meno pessimista, ma lo sguardo su ciò che resta degli Inuit groenlandesi non cambia. “Il futuro è dei giovani” è stato il moto di speranza del regista che ha risposto alle domande degli spettatori nel corso della premiazione del film, anche se il passaggio da cacciatori a disoccupati ha creato depressione, alcolismo pure nel mondo giovanile. In questa zona gli Inuit vivevano nelle grotte e quando si sentivano improduttivi le abbandonavano e si lasciavano morire. Un aspetto della loro cultura sciamanica, che conosciamo meglio per i nativi americani.

La Danimarca ci ha messo del suo. Ha fatto tanto costruendo servizi, ma li ha costretti a vivere nelle case e ha messo al bando la caccia, che era la loro vita, oltreché base del proprio sostentamento.

“La cultura Inuit ha perso” ha detto il protagonista de “La casa rossa”, Robert Peroni, ex esploratore e alpinista altoatesino, che la casa rossa, luogo di accoglienza anche per turisti, l’ha costruita parecchi decenni fa. Hanno perso la sfida con la modernità e della caccia rimarrà, forse, solo qualcosa per i turisti.

Un filo di speranza resta nella cultura ibrida dei giovani, nel turismo e nel commercio del pesce essicato. Forse è davvero poco per far sopravvivere ciò che resta della cultura Inuiti nella Groenlandia dell’Est.

Arctic spleen e La casa rossa, sono due dei 13 film presentati nella sezione “Destinazione…Groenlandia” che potete vedere in streaming entro il 16 maggio, ma l’offerta, anche di alcuni interessanti corti, per scoprire altri aspetti della Greenland, è davvero ricca: come il corto” In the shadow of Tugtupide” sullo sfruttamento minerario alla storia del naufragio dell’Hedtoft, da “Sumè” la storia del primo gruppo rock che ha cantato in groenlandese a “Snow”.

 

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