Fragile come un fiocco di neve

Ecco l’ultima puntata della rubrica “Turismo e dintorni”, curata da Guido Travaglia, già direttore dell’APT Val di Fiemme.

Non pervenuta: questo è il giudizio di sintesi relativo alla passata stagione turistica invernale.  La neve è caduta copiosa come non mai, gli impianti di risalita, dopo un tira e molla estenuante, sono rimasti chiusi, le strutture ricettive avrebbero potuto aprire, tutto l’indotto è andato in apnea. La destinazione Trentino è stata classificata, nei mesi centrali dell’inverno, in giallo per l’Italia, e in bordeaux per l’Europa. L’intera provincia di Trento si è trovata immersa in un mare di rosso e di arancione, con le regioni limitrofe e gli stati esteri bloccati nei viaggi.  La mancata frequentazione delle strutture ricettive, in teoria aperte, è stata però in parte assorbita, vista la dimensione degli alberghi.  Non così la forzata chiusura degli impianti di risalita, settore che ha mal digerito la messa in stand by!

A fronte di questo stato di cose gli impiantisti hanno rivendicato il fatto che la loro attività non è a rischio contagio, visti gli ampi spazi messi a disposizione dell’utenza, e hanno denunciato il blocco della messa in funzione come una vera sopraffazione. La tesi che senza lo sci alpino non esiste stazione e stagione invernale è stata ribadita con forza; fosse pure vero, ciò corrisponde ad una narrazione in gran parte interessata. E non vale nella circostanza specifica! Esiste infatti una diffusa convinzione che la causa della perdita dell’intera stagione invernale sia da attribuire a questo fatto.  Gli impianti di risalita hanno sempre svolto un ruolo insostituibile per le località a vocazione invernale, e lo sci alpino ha fin qui sempre garantito i necessari livelli di domanda turistica: senza sci alpino, non c’è stagione invernale! 

Questa convinzione trova un certo fondamento nella realtà dei fatti.  Ma nel caso di specie non corrisponde del tutto a verità! Indispensabile infatti è discernere tra ciò che è causa e ciò che è effetto! Nell’inverno 2021, per la verità, a causare il crollo delle presenze turistiche è stata sì una chiusura, ma quella degli spostamenti tra gli Stati e tra la maggior parte delle Regioni italiane: senza mercato, non c’è stagione invernale.

La verità è che è mancata la gente, l’utenza turistica, costretta a rimanere nei luoghi di residenza per l’emergenza sanitaria. La bufera pandemica ha devastato tutti i settori del comparto turistico, aperti o chiusi che fossero.  

Le destinazioni turistiche invernali hanno vissuto una sorta di stridente contraddizione ambientale, economica e sociale, sfociata in una specie di scoramento prima ancora che di immobilismo indotto. Un settore, gli impianti di risalita, obbligati al blocco, un altro settore, gli alberghi, aperti senza sbocco!

Nel corso di questa seconda ondata infettiva tanti settori produttivi sono stati attivi. Non certo il comparto vacanze-sci, forse perché facilmente sacrificabile all’equilibrio economico complessivo, o forse perché ritenuto appartenente alla marginale sfera del divertimento e del voluttuario. È assodato che nelle sedi decisionali l’importanza del turismo della neve per le zone di montagna non ha avuto la giusta considerazione.  Nessuno ti regala niente: urge quindi iniziare una giusta e decisa azione, per creare una corretta percezione dell’economia delle terre alte.

La tesi che il mancato funzionamento degli impianti non sia stato la causa dell’azzeramento della stagione turistica invernale è dimostrata da quanto successo in Svizzera ed in Austria.  La Svizzera (Vallese, Grigioni, Oberland Berna ecc.), ha tenuto tutti gli impianti aperti e ha chiuso l’inverno con una previsione di perdita di oltre il 50%, nonostante fosse l’unica area aperta per tutti in tutta Europa. L’Austria invece, poteva aprire gli impianti per i soli sciatori locali. Nonostante questo, l’affluenza è stata molto ridotta portando all’apertura di soli 9 impianti su 70 a    Saalbach Hinterglemm, 4 su 56 a Kitzbuehel, e St. Anton è rimasto chiuso. La mancanza di utenti ha reso quindi impossibile una stagione invernale, ben lontana da coprire persino i costi di esercizio.

In Italia i gestori degli impianti invocavano l’apertura un giorno sì e l’altro pure. È da segnalare la rapida decisione fuori dal coro della società funivie Saslong di Selva: a metà dicembre 2020 ha annunciato che i propri impianti sarebbero stati chiusi per l’intera stagione; notare che ciò è avvenuto mentre si stavano svolgendo, su proprie piste preparate a puntino, la discesa libera e il superG di Coppa del mondo in Gardena.  La presa di posizione è stata bersaglio di critiche dei colleghi di settore. La scelta imprenditoriale però è stata di alto impatto: la motivazione addotta si è rifatta a concetti di responsabilità e solidarietà. Bella lezione per tutto il settore! Sarebbe infatti auspicabile, per tutto il comparto, affiancare all’ eccellenza di tecnologie di ultima generazione anche il concetto di responsabilità sociale.        

Con lo sci alpino bloccato, anche in Trentino, hanno preso vigore tutte le altre attività degli sport invernali, anche se solo con utenza locale. Centri per lo sci di fondo affollati, percorsi di sci alpinismo utilizzati da storici appassionati e nuovi proseliti, ciaspole a gogo, nonché escursionisti sempre numerosi a godere dell’accogliente, ovattato silenzio del bosco.

Si è verificata una sorta di “innovazione per sottrazione”: rimossa la colonna vertebrale degli impianti di risalita, succedono altre cose, gli sport invernali diventano a costo zero, aumenta l’eterogeneità sociale degli utenti. Il fenomeno esisteva anche in presenza dello sci alpino, ma quest’anno ha senz’altro avuto un nuovo slancio! Che sia il primo segno che la montagna sta emancipandosi dallo sci alpino?   

Non illudiamoci: le destinazioni turistiche invernali tradizionali si sono sviluppate attorno allo sci alpino, e questo traino è troppo forte per essere messo in crisi nel breve periodo. E nessuno di coloro che l’hanno costruito o di esso vivono, lo metterà mai in discussione. Quindi ogni aspettativa di ribaltare il paradigma di organizzazione e sviluppo sarà relegato, nella miglior delle ipotesi, a alimentare dibattiti teorici, promossi magari per crearsi degli alibi. Però è assodato che le mono attività sono sempre una debolezza, e la crisi attuale dimostra l’impreparazione ad affrontare gli shock, siano essi di natura sanitaria, come è avvenuto, o climatica, come potrebbe avvenire.

La certezza granitica di essere inattaccabili si è rivelata fragile: nemmeno l’esperienza delle macerie lasciate dalla pandemia, forse archiviata, mette il sospetto che ci sia qualcosa che non va.  La gallina dalle uova d’oro sembra poter dormire sonni tranquilli! Ma la fragilità del sistema è stata certificata, e prenderne atto sarebbe un fatto di buon senso. Niente di questo però è stato fatto per ora né in presenza né da remoto. Ennesima occasione perduta?      

Pur tuttavia, anche i fiocchi di neve sono tra le cose più fragili della natura, eppure guarda cosa possono fare quando si fondono assieme.

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