I 29 libri di Mario

Tutti conoscono Mario Felicetti, una vita dedicata alla notizia, la regina dell’informazione. Non c’è avvenimento, circostanza, episodio piacevole o drammatico nelle nostre valli che non abbia descritto con puntualità. Un lavoro paziente durato 48 anni che lo ha portato alla stesura di 55mila articoli di giornale e ventinove libri, oltre a coordinare tre corpose pubblicazioni, senza contare quelle minori. Sicuramente molti lo rammentano anche come brillante speaker nelle più diverse manifestazioni o ricordano la sua voce inconfondibile su Radio Fiemme, dove, per 22 anni, ha preparato e diretto un radiogiornale quotidiano.

Laureato a Padova in lettere moderne nel 1972, dopo che, per un anno e mezzo, aveva già insegnato presso le scuole medie, ha lavorato per un po’ di tempo come docente alla Ragioneria di Predazzo (negli anni ‘70 questa era la dicitura dell’attuale Istituto Tecnico). Ma la sua passione era scrivere. Già la sua tesi sulla Magnifica Comunità di Fiemme, dal titolo “Origine e sviluppo storico della società religiosa e civile della Pieve di Fiemme: aspetti e problemi caratteristici”, contava 270 pagine. Praticamente Mario Felicetti si era già cimentato a scrivere il suo primo libro.

Come ha cominciato la sua carriera di giornalista?

Ho iniziato come collaboratore inviando corrispondenze da Predazzo al giornale Adige. Nel 1974, mi fu proposto un posto fisso di corrispondente dalle valli di Fiemme e Fassa ed accettai. Fino al 1985 a Predazzo, in Via IX Novembre, era aperta anche una redazione periferica.

Una carriera rapidissima….

Il fatto può essere letto come un successo professionale. Imparai molto lavorando, per tre anni, nei fine settimana, anche presso la sede centrale del giornale, ma personalmente sono stato sempre molto affezionato alla mia terra. Quindi nel 1985 scelsi la strada di libero professionista, pur mantenendo con l’Adige il mio rapporto di collaboratore sul territorio. E così ho continuato fino al 2020. Scrivo ancora qualche articolo, ma in tranquillità, per passione, come pensionato.

Cosa ricorda del giornalismo della prima ora?

Era tutto più difficile. I giornali si facevano senza computer, senza mail, senza Google, senza cellulari. Componevo i pezzi con la macchina da scrivere portatile, su fogli di carta che inviavo alla redazione di Trento tramite lo storico “fuori sacco”. La busta contenente i testi viaggiava al di fuori del sacco della corrispondenza normale sui pullman di linea e veniva consegnata a un addetto del giornale che si recava di persona all’arrivo della corriera a Trento. Per le foto avevo un accordo con lo studio Foto Boninsegna di Predazzo dove si sviluppavano i negativi e si stampavano su carta le immagini che seguivano lo stesso cammino del “fuori sacco”. In casi eccezionali, avvenimenti importanti o tragici dell’ultima ora, quando magari era già sera tardi, portavo personalmente in macchina il rullino dei negativi alla stazione autostradale di Egna – Ora per incontrare un fattorino del giornale. Ricordo che una notte d’inverno, a causa della copiosa nevicata, trovai la strada interrotta in salita verso passo San Lugano. L’unica alternativa fu quella di tornare in Val d’Adige, scendere fino a Lavis per risalire la Valle di Cembra. Arrivai a casa alle tre di notte. Il giornalismo richiede passione, altrimenti scegli una professione più tranquilla.

Non c’erano altri strumenti per trasmettere le notizie?

Il primo fax lo utilizzai nei primi anni ‘80 in occasione del Giro del Trentino, con Giacomo Santini che, per trasmettere i servizi alla Rai, utilizzava questo magico apparecchio dalla sede della ex Azienda di Soggiorno Alta Val di Fiemme, dove ero presidente. Usavamo molto il telefono (ovviamente quello fisso) anche per trasmettere le classifiche degli avvenimenti sportivi. Ricordo che una domenica rimasi al telefono per quasi due ore a dettare le classifiche di alcune gare di sci. Il lavoro più impegnativo era quello dei dattilografi che, a Trento, dovevano scrivere a macchina quello che io leggevo a voce. Anche gli articoli inviati andavano ribattuti su supporti compatibili con la macchina da stampa.

Eurotrentina

Poi arrivò il computer

Negli anni 90’ le redazioni si dotarono di computer e così anche i corrispondenti. Non serviva più la carta. Anche le foto diventarono digitali e si potevano trasmettere come allegati alle mail. Divenne tutto più semplice e immediato. I primi tempi furono di adattamento e a volte di paura quando vedevo sparire il testo scritto dal video, con l’angoscia di non ritrovarlo mai più. La mia giornata da cronista era normalmente così programmata: al mattino andavo a caccia di notizie e nel pomeriggio scrivevo. Poi, alla sera, tanti altri impegni per le più diverse riunioni in tutti i paesi delle due valli. Non c’erano né sabati né domeniche. Bisognava sempre garantire la massima disponibilità per ogni evenienza. Ma questo lavoro mi è sempre piaciuto, anche se comportava non pochi sacrifici, per me e per la mia famiglia,

Nella lunga carriera di giornalista ricorda quali furono le notizie più difficili da comunicare?

Certamente le stragi del Cermis e la tragedia di Stava. Il 9 marzo 1976 ero nel palazzo della Magnifica Comunità di Fiemme, per seguire una seduta del Consiglio dei Regolani. Mi recai subito sul luogo dell’incidente e le 42 vittime erano ancora accanto alle lamiere contorte. Una scena terribile. Il 19 luglio 1985, mi trovavo presso l’ufficio dell’Azienda di Soggiorno Alta Valle di Fiemme quando sono stato avvertito da un amico della tragedia. Mi sono precipitato a Tesero notando che stranamente, considerata la stagione turistica, nessuna vettura risaliva la valle mentre già i mezzi di soccorso andavano velocemente in direzione Cavalese. A Tesero rimasi in zona tutto il pomeriggio osservando dall’alto la valle segnata dalla colata di fango, dopo aver raggiunto la strada che porta verso Lavazè grazie a un mezzo dei Carabinieri. Poi il secondo incidente del Cermis, il 3 febbraio 1998, provocato dallo sconsiderato volo di un caccia americano. Anche qui la necessità di scrivere sull’improvvisa morte di venti persone.

Non è facile fare il cronista…

A nessuno piace essere portatore di cattive notizie, ma il giornalista deve comunque affrontare anche temi difficili, fa parte della sua professione. C’è poi la fatica di “stare sul pezzo” cioè avere sempre l’attenzione a quello che avviene nella società, dare una giusta priorità ai fatti e quindi trasformarli in notizie per le comunità. Seguivo le cronache da Valfloriana a Penia. Senza dubbio non sono stato un uomo casalingo.

E il ruolo di speaker?

L’ho fatto per sedici anni alla Marcialonga, oltre che in centinaia di altre occasioni, sociali, culturali e soprattutto sportive. Bisogna avere la parola pronta ma anche prepararsi con cura.

Diverso è scrivere libri

E’ un impegno notevole. I miei testi non sono di fantasia ma raccolgono le storie di enti e associazioni. Inizio raccogliendo informazioni da persone e archivi, tra i quali il mio personale, costruito in tanti anni di lavoro e che conservo scrupolosamente. Segue poi una scaletta per dare un ordine logico al materiale, quindi la stesura del testo e infine la revisione ed il controllo per la stampa. Un processo finale che richiede tempo e attenzione. I libri sono cose che restano, non si può sbagliare. In casa, nella mia personale biblioteca, ne conservo più di 1500, sui temi e sugli argomenti più diversi. Fanno parte della mia vita.

Gilberto Bonani

dentelin.eu
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2 commenti su “I 29 libri di Mario”

  1. Sei sempre stato un grande giornalista è una bella persona, complimenti e auguri per i tuoi libri, per il tuo impegno nel lavoro e per la tua vita

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