I nostri campioni: Bice e Giorgio Vanzetta

Pubblicato nel 2011

Il primo ingrediente per fare un campione è “una buona mamma”. A dirlo è Giorgio Vanzetta che di mamma ne ha davvero avuta una buona se di figli medagliati alle Olimpiadi ne ha messi al mondo addirittura due. Giorgio e la sorella Bice devono avercelo avuto nel Dna il gene dei campioni: e chissà che anche loro non siano riusciti a trasmetterlo ai loro figli, due dei quali sembrano voler seguire le impronte dei genitori.

I fratelli Vanzetta, cresciuti in quella Ziano che ha saputo sfornare grandi nomi del fondo nazionale e mondiale, si sono avvicinati allo sport, come tanti campioni del passato, con gli sci realizzati dal papà e allenandosi nei prati sotto casa. E da allora di chilometri di pista ne hanno percorsi davvero molti. E con grandi risultati.

È lunga, infatti, la lista delle medaglie portate a casa dai Vanzetta. Quattro soltanto quelle olimpiche di Giorgio: 1 oro ai giochi di Lillehammer nel 1994, 1 argento e 2 bronzi ad Albertville nel 1992. Nel 2006 è stato, insieme ai 3 compagni della staffetta vincente del 1994, uno dei portatori della fiaccola olimpica nello stadio di Torino, a riconoscimento del suo ruolo nella storia dello sport italiano.

E anche ora che ha abbandonato la carriera agonistica, Giorgio non ha appeso gli sci al chiodo: continua, infatti, a trasmettere la sua passione e la sua esperienza ai giovani atleti del gruppo sportivo Fiamme Gialle come responsabile del settore sci di fondo.

Bice, la sorella minore, di medaglie olimpiche ne ha portate a casa due: da Albertville e da Lillehammer, entrambe di bronzo, mentre ai Mondiali ne ha vinte due d’argento, tra cui quella di Fiemme ’91, il piazzamento che le ha regalato più emozioni. Terminate le gare, Bice si è dedicata alla famiglia, senza dimenticare però la grande passione giovanile per lo sci.

E mentre Fiemme si prepara al terzo mondiale, i due fratelli di Ziano si chiedono quanto hanno contato per questo risultato i grandi nomi dello sci di fondo nati in valle: Franco Nones, i Deflorian, i Vanzetta, Zorzi. Sono stati loro a fare di Fiemme uno dei templi del fondo mondiale o sono stati questi campioni a essere temprati dalla Valle? Bice pensa che questi atleti abbiano contribuito al destino di Fiemme, mentre Giorgio sottolinea il grande impegno degli organizzatori che hanno reso possibile il lancio della Valle.

In una delle prime serate fredde di questo inverno ormai alle porte, scaldati dal fuoco della stufa e seduti ad un tavolo pieno di fotografie, ripercorriamo le principali tappe della carriera di Giorgio e Bice, tra vittorie e sconfitte, vissute sempre uno vicino all’altra.

Ripensando alla vostra infanzia, qual è il primo ricordo che vi viene in mente?

Giorgio: Senza dubbio le prime sciate al centro Coni di Ziano. Ma sciavamo anche tanto nei prati sotto casa.

Bice: Io ero la sorella minore e adoravo mio fratello. Lo seguivo in tutto quello che faceva e volevo imitarlo. Così, mi sono lasciata appassionare da ciò che piaceva a lui.

Come eravate da bambini?

B.: Giorgio pensava soltanto allo sci e alla montagna e, se devo essere sincera, molto poco alla scuola.

G.: Bice era più vivace di me. Però devo ammettere che le prestavo poca attenzione. Lo sport, come ho più volte detto, rende individualisti, concentrati su se stessi, forse anche un po’ egoisti. Lei era più piccola di me e io preferivo guardare i più grandi: in quegli anni in Valle spesso si allenava la nazionale di fondo e io pensavo più a loro che a mia sorella.

E che adulti siete diventati?

G.: Io sono sempre rimasto concentrato sulle mie poche passioni: sci e montagna. Bice è diventata una mamma tranquilla.

B.: Io sono diventata mamma la prima volta a 21 anni. I miei risultati importanti sono tutti arrivati dopo. Chiaramente per me era molto dura: le trasferte, spesso lunghe e in Paesi lontani, erano faticose. Fortunatamente mio marito Lorenzo e nostra sorella Rosaria mi hanno sempre sostenuta e aiutata, stando con la bambina quando io non c’ero. Quando poi mi sono ritirata dalle gare, ho avuto un altro figlio.

Come vi siete avvicinati allo sci di fondo?

G.: Non dimentichiamo che in paese c’erano dei grandi campioni: Federico e Giulietto Deflorian, di cui nostra mamma era cugina. Per cui in casa si parlava di questo sport e soprattutto si faceva il tifo. E i miei primi sci me li ha costruiti proprio mio papà.

B.: Inizialmente facevamo anche sci da discesa.

G.: Poi ci siamo automaticamente specializzati in ciò che ci veniva meglio: il fondo. I risultati, la passione per ciò che facevamo, gli incoraggiamenti del nostro allenatore Fabio Delugan.

B.: Giorgio è entrato nella Guardia di Finanza e forse questo gli ha reso le cose più semplici. Io non avevo nessun corpo militare a sostenermi, la squadra femminile praticamente non esisteva. E spesso a pagarmi le prime trasferte era proprio mio fratello . Quanto è stato importante per voi essere in due?

G.: Sicuramente era un grande orgoglio familiare partecipare alle Olimpiadi insieme.

B.: Sapevamo, anche nei momenti di tensione, che avevamo l’altro vicino. Magari parlavamo poco, Giorgio è di poche parole, ma eravamo consapevoli della presenza dell’altro.

Qual è il ricordo più bello della vostra carriera?

G.: Senza dubbio il primo posto alla staffetta di Lillihammer. Ricordo soprattutto l’esecuzione il secondo posto alla staffetta dei mondiali di Fiemme del 1991. Era la prima medaglia in questa specialità per la squadra femminile italiana e in più stavo gareggiando in casa. Una carriera sportiva non è fatta soltanto di buoni risultati.

Qual è la sconfitta che brucia ancora?

G.: I quarti posto ai Mondiali di Fiemme del 1991. Ricordo ancora la tensione e la pressione dei mesi precedenti. E quando finalmente sono arrivate le gare, le medaglie di legno non mi sono proprio andate giù. In quel momento ho davvero pensato di lasciare lo sport.

B.: Io non ricordo nessuna sconfitta in particolare.

G.: E la caduta di Calgary?

B.: È vero! Non ci pensavo più, l’avevo quasi rimossa. In effetti è stato uno dei momenti più difficili della 5 chilometri, gara in cui mi sentivo molto forte. Purtroppo sono caduta su una rete rigida e mi sono rotta la tibia e il perone. Anch’io in quel momento ho pensato di lasciar perdere. Per fortuna, sia io sia Giorgio abbiamo continuato anche dopo le sconfitte e i nostri risultati migliori sono arrivati dopo quel momento di crisi. È la dimostrazione che perdere fa male, ma a volte aiuta a fare meglio in futuro.

Quali sono gli ingredienti per fare un campione?

G.: Una buona mamma, prima di tutto! Sicuramente è importante avere un dono di madre natura, ma non è sufficiente. Ho visto tanti campioni perdersi per strada perché non avevano la testa per continuare. Fare sport agonistico significa rinunciare a qualcosa, spesso anche al ci aggiungerei anche la capacità di saper perdere e di saper imparare dalle sconfitte.

Fiemme si prepara al suo terzo mondiale. Come è cambiata la Val di Fiemme dal 1991 a oggi?

G.: Moltissimo. Anche se forse siamo noi che la guardiamo con occhi diversi, non più soltanto da atleti. Nel 1991 ci interessavano soltanto le piste, ora notiamo anche il contorno, come lo stadio. Sicuramente siamo uno dei centri migliori al mondo.

B.: Mai avrei immaginato una valle di Fiemme a questi livelli. Ora bisogna continuare su questa strada stando vicino ai ragazzi e finanziando il settore giovanile perché è dal gruppo numeroso che può emergere il campione.

Monica Gabrielli

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