I personaggi de L’Avisio: Almo Giambisi

Pubblicato nel 2016

Per alcuni le montagne sono più di uno splendido elemento naturale. Per alcuni le montagne sono l’essenza stessa della vita. Sono tutto. Per uomini come Almo Giambisi è proprio così.

Lo incontriamo lì, a quota 2.500, dove le Dolomiti diventano leggenda, nel rifugio che gestisce da ormai ventisette anni con la moglie Fiorenza: il Rifugio Antermoia, a ridosso del meraviglioso lago d’Antermoia. Siamo nel gruppo del Catinaccio, al centro del Vallon d’Antermoia che separa i sottogruppi dell’AntermoiaMolignon con quello del Larsec.

Ascoltare Almo Giambisi, nato a Silandro nel 1938 da genitori emiliani, significa avvicinarsi a comprendere la montagna nel senso più ampio possibile. “Iniziai a scalare già da ragazzo. Dovevo farlo di nascosto dalla mia famiglia che riteneva questa attività troppo pericolosa. E forse non avevano tutti i torti, perché l’alpinismo a quei tempi era affrontato con mezzi improvvisati: usavamo corde di canapa, calzettoni ricavati da maniche di vecchi maglioni, mentre il resto dell’abbigliamento era quello che indossavamo poi anche in valle, perché altro non c’era.

Nel 1958 morì mio padre in un incidente di caccia. Per aiutare la famiglia decisi di andare a lavorare in Germania. Dapprima, per un anno, in un’industria tessile ad Augsburg e poi, per due anni, in una miniera di carbone nella Ruhr: un’esperienza dura, a 1.200 metri sotto terra.

Nel ‘61 tornai in Alto Adige e iniziai a frequentare assiduamente la Val di Fassa e il Catinaccio. Il destino mi portò a conoscere e frequentare Mariangela Bruneri, nipote del grande Tita Piaz. Dopo un’estate al Rifugio Vajolet, iniziammo la gestione dell’albergo Col di Lana al Passo Pordoi. Ci sposammo nel 1965 e presto nacquero Daniela e Nadia.

Gestimmo assieme l’albergo per quindici anni, un periodo che ricordo con affetto. In quegli anni incontrai e conobbi tanti alpinisti di quella che ritengo un’epoca eroica per la montagna, quella tra le due guerre. L’albergo diventò un vero ambiente di montagna, dove gli appassionati si incontravano e si confrontavano. Anni ben raccontati nel libro ‘Quelli del Pordoi’, scritto da Alberto Sciamplicotti.

Nel 1969 con Carlo Platter, Emilio Talmon, Renzo Planchesteiner e Lodovico Vaia fondammo il gruppo di guide alpine, alpinisti e volontari del soccorso alpino ‘Ciamorces di Fasha’ e ne divenni il primo presidente. A quarant’anni diventai anch’io guida alpina e iniziai una serie di spedizioni nelle montagne di tutto il mondo: Africa, Centro e Sud America, Himalaya…”.

Qual è la differenza tra l’alpinismo della sua gioventù e quello attuale?

“Oggi ci sono giovani che hanno la fortuna di poter arrampicare senza doversi preoccupare d’altro. Questo era impensabile per noi. Certe solitarie affrontate dagli alpinisti negli anni ‘60 non hanno niente da invidiare, sotto il profilo della difficoltà, tenuto conto delle differenze di materiali e di conoscenze, alle imprese estreme affrontate dai fortissimi alpinisti attuali. Trovo che al giorno d’oggi sia tutto più semplice: per affrontare un 8.000 in Nepal basta appoggiarsi ad un’agenzia, pagare la quota e partire, trovando sul luogo anche l’attrezzatura. Noi per organizzare una spedizione lavoravamo anche uno o due anni, dovendo pensare anche agli spostamenti, all’equipaggiamento e ai viveri”.

Può farci un esempio di come si organizzava una spedizione?

“In Patagonia per salire il Cerro Torre con il gruppo dei Ciamorces atterrammo a Buenos Aires. Da lì ci volle una settimana per organizzarci e raggiungere il campo base di El Chaltén. A quei tempi questa località era costituita da un paio di casette in legno e poco altro; ora invece è quasi una cittadina. In quella spedizione l’esercito argentino ci mise a disposizione un aereo, mentre la Fiat di Buenos Aires ci prestò un camion per portare il materiale e i viveri a El Calafate. Da lì per raggiungere il campo base utilizzammo altre camionette che trovammo a disposizione. Al giorno d’oggi si può raggiungere lo stesso luogo in circa due giorni dall’Italia. Tutto ciò fa parte della logica dell’evoluzione. Oggi tutto è più accessibile, il mondo diventa sempre più piccolo e perciò si vanno a cercare sfide sempre maggiori”.

Nel 1990 ha sposato la seconda moglie, Fiorenza, iniziando la gestione del Rifugio Antermoia.

“Quando iniziai la gestione del rifugio volevo creare un ambiente di montagna come mi era già riuscito al Pordoi. La conca con il lago è stupenda. Ed è anche un luogo storico per l’alpinismo perché proprio sulla Croda del Lago, Hans Dülfer, che a mio avviso è uno dei più grandi alpinisti del secolo scorso, superò nel 1911, per la prima volta, il VI grado in Dolomiti”.

Durante i recenti lavori di rinnovo del rifugio hanno sofferto parecchi disagi.

“L’ammodernamento del rifugio ci ha imposto due anni di difficoltà. Il culmine è stato l’ottobre scorso, quando le abbondanti nevicate ci hanno bloccato in quota. Dipendenti e artigiani se ne erano già andati e siamo rimasti lì ad attendere l’elicottero per quasi una settimana. Ma ora il rifugio è bellissimo, tutta un’altra cosa viverci e lavorare al suo interno. Sono state mantenute le caratteristiche del rifugio originario, con la struttura esterna realizzata in pietra del luogo, ma con spazi e servizi migliorati sotto ogni aspetto. Ora io e mia moglie ci troviamo davanti a una scelta, se continuare o meno. Devo dire che mi piacerebbe andare avanti, perché dopo ventisette anni sento l’Antermoia quasi come fosse casa mia. Ma abbiamo ancora del tempo per decidere, vedremo”.

Ecco una nuova sfida per il grande alpinista. Con calma “guarderà la cima”, valutando forza e resistenza. La neve porterà consiglio.

Alfredo Paluselli

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