I suoni (stonati) di Vaia

Ero curioso di sentire i “Suoni di Vaia” al Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina di S. Michele all’Adige, avendo letto l’intervento preventivo, decisamente stroncante, dell’ex direttore del Museo Giovanni Kezich su “Questotrentino” di aprile, e la lettera sull’Adige dei giorni scorsi di Clara Giacomuzzi.

Dopo alcune foto in b/n sul percorso (riportate anche sul libretto illustrativo) e un video di 4 minuti, graficamente interessante, con un generico e complesso monito di Madre Natura, siamo stati introdotti in una sala, poi completamente oscurata, dove per 15 minuti abbiamo “immaginato” cosa potessero evocare quei suoni, quei rumori ad un turista ignaro dell’accaduto del 29 ottobre 2018.

Al confronto con la raffinatezza acustica e i fragori campionati de “I Suoni di Vaia” la rustica ricostruzione di “Eraus” ad opera Irene Trotter di due anni fa a Predazzo e Ziano, c’era parsa più credibile, confidando nell’onestà intellettuale di Irene che gli alberi se gli era sentiti schiantare a due passi dal suo maso. Tuttavia, entrambe le lettere pongono una questione più generale che ci riguarda da vicino. Fino dove deve spingersi la “foga divulgativa” con annessa banalizzazione che sta caratterizzando i musei trentini e che muove tutti a fare tutto? Entrambi gli interventi, infatti, si chiedono: ma non è compito del MUSE occuparsi di questi temi? Che c’entrano gli usi e costumi con Vaia? Certo, tutto c’entra, ma in questo modo non si va da nessuna parte.

Il fatto è che il MUCDGT sta facendo esattamente ciò che fa il MUSE. Occuparsi d’altro e di tutto. Uno degli ambienti della mostra “Suoni di Vaia”. Prendiamo il Museo Geologico delle Dolomiti di Predazzo, gestito appunto dal MUSE che ha avuto il merito, da assegnare soprattutto agli amministratori locali di allora, di farlo uscire dal limbo in cui era avvolto e a cui sembrava potessero approdare solo gli studiosi di geologia. In questi anni ha fatto di tutto, con Il rischio che questo fervore divulgativo potesse debordare sull’altro fronte, quello della banalizzazione, appunto.

Posto che è ammirevole che ci siano comunque iniziative culturali sul territorio, che c’entrano gli origami o la storia della Regola Feudale con la geologia? Certo, a chi dice che mele e pere sono frutti diversi potrei rispondere che io posseggo un albero che le produce entrambe, ma non sempre gli innesti funzionano, o meglio sono funzionali. Per contro la ricca e ancora “misteriosa” biblioteca del Museo geologico delle Dolomiti non è ancora stata inserita nel Catalogo Bibliografico Trentino e nessuno pare interessato a farlo, sicuramente non il MUSE che ha bloccato tempo fa la catalogazione che stava facendo il bibliotecario, adducendo che si trattava di patrimonio del Comune.

Dopo il siluro a Kezich il MUCDGT ha subito lo stesso processo, solo che l’ex direttore (che definisce l’iniziativa dei suoni di Vaia una pretestuosa alzata d’ingegno ai limiti della baracconata da luna park!) di cose ne aveva fatte nel campo della ricerca etnografica, e di qualità. Pensiamo agli studi sulle scritte dei pastori, al lavoro di respiro europeo sul carnevale, alla bella, e ahimè interrotta, rassegna del cinema etnografico al Trento Filmfestival, curata dallo stesso Kezich che ricordiamo anche come abile traduttore simultaneo in sala. Solo per citare alcune iniziative che abbiamo personalmente seguito.

Philippe Daverio le avrà pronunciate sicuramente con una punta di sarcasmo, ma le sue parole, citate nella lettera all’Adige a suggello di una pesante critica alla nuova identità del Museo di San Michele, potremmo trasformarle in un interrogativo. Davvero, perché gli eventi e i luoghi si possano ritenere interessanti bisogna farli sembrare un… divertimentificio?

Francesco Morandini

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