Idee appiccicose e la farfalla di Cesare Battisti

di Guido Bonsaver

Se una cosa ci ha insegnato, la pandemia, è quanto fragile sia la nostra esistenza. Da qui la necessità di vivere con intensità, senza girare troppo in tondo. Passo quindi al sodo: le idee appiccicose. Quali sono? Direi che sono quelle che abbiamo fatto nostre da bambini, e che sono rimaste impresse nella nostra mente. Per chi ha avuto la fortuna di non aver subito traumi e violenze, possono essere ricordi anche sciocchi, di poco valore, ma che, chissà come, sono rimasti lì, appiccicati a qualche ganglio neuronale e dopo anni, decenni, riemergono regolarmente. Vorrei quindi raccontare di due idee appiccicose apprese sui banchi di scuola. Entrambe mi furono passate dalla stessa persona, che non era un insegnante bensì il parroco di allora, il mitico (per me) Don Carlo. Immagino fosse lì per fare educazione religiosa, ma di quando in quando suppliva alla mancanza di un insegnante.

La prima idea appiccicosa – avrò avuto otto anni – mi aprì la mente sulla geografia e sul posto in cui vivevo. Non so bene perché, ma durante una supplenza Don Carlo aveva deciso d’insegnarci la geografia della nostra regione. “Il Trentino è una farfalla.”, aveva detto. E dopo questa bellissima metafora era passato a illustrarci come la Val d’Adige fosse il corpo della farfalla, le cui ali erano le valli che si aprivano a ventaglio su entrambi i lati: la Valsugana a est, e le Giudicarie a ovest, Fiemme e Fassa da una parte, e dall’altra Non e Sole. Disegnò pure la testa di quel gigantesco insetto, Bolzano, con Merano e Bressanone a segnare l’estremità delle antenne. Il Trentino è una farfalla. Da quel giorno ho capito meglio il posto in cui vivevo, e forse da lì è pure nata la mia passione per il volo (ma questa è un’altra storia).

Oggi, come sapete, la farfalla fa parte del logo della Provincia di Trento, ma ancor più interessante è scoprire l’origine di questa metafora. Se per me e per i miei compagni di classe fu Don Carlo, in realtà l’ideatore è un personaggio storico del nazionalismo trentino, quel Cesare Battisti che oltre a combattere e morire per l’annessione al Regno d’Italia fu anche geografo stimato. È stato lui, in un dimenticato volume pubblicato nel 1898, a proporre l’immagine del Trentino-farfalla che a me è rimasta appiccicata in testa da una vita. La seconda idea è un po’ più imbarazzante. Non per me, ma forse un poco per il buon Don Carlo.

Questo ricordo risale alle scuole medie, avrò quindi avuto undici o dodici anni. Si era nei rivoluzionari anni settanta, gli anni dei famosi Decreti Delegati, in cui l’incapacità dello stato italiano di riformare l’istruzione si trasformò in un “liberi tutti” in cui si permise alle singole scuole di sperimentare. Ora, non so se quello che successe a noi sia stato frutto di quella sperimentazione, ma fatto sta che un giorno ci viene annunciata una lezione di educazione sessuale. Yes, educazione sessuale! Vi lascio immaginare l’eccitazione tra noi pischelli, i maschi soprattutto. E chi si presenta a far questa lezione? Don Carlo. Sì, l’ubiquo e intonacato Don Carlo era di nuovo in prima linea. Chissà, forse in forza delle rivoluzioni del Concilio Vaticano Secondo, era stato addirittura lui a proporre che si parlasse di sesso ai ragazzini. Oddio, non che fossimo del tutto ignoranti: in fondo già ne sapevamo molto grazie ai canali televisivi privati. Era stato un altro ‘liberi tutti’ di quegli anni – la liberalizzazione delle TV locali – che faceva sì che nelle case di ogni italiano imperversassero film sporcaccioni a metà pomeriggio.

Insomma, se Don Carlo aveva un talento per le metafore, stavolta doveva stare bene attento. Il suo mestiere di prete cattolico non credo gli permettesse molte libertà sull’argomento. E così lui iniziò dicendo che uomini e donne hanno differenze fisiche. Vi lascio immaginare l’attenzione con cui iniziammo a seguire ogni sua parola. Scrutavamo pure ogni suo gesto nella pia speranza che tirasse fuori un qualche foglio illustrativo sui dettagli. E invece no. Don Carlo non ci sorprese con una metafora, né con un poster a colori. Si limitò invece a un dato scientifico. Le donne, continuò, respirano utilizzando i muscoli intercostali, i quali creano spazio ai polmoni in espansione. Gli uomini invece, utilizzano di più la membrana del diaframma. Ricordo ancora i gesti con cui cercava di farci capire la differenza, con gli uomini a respirare da più in basso, e le donne da più in alto. Andò avanti così per un paio di minuti, dopo di che, a meno che non sia svenuto per la tensione, la lezione finì lì. Stop. Basta.

Negli anni ho poi scoperto che c’è una realtà scientifica dietro al fenomeno descritto da Don Carlo, ma come inizio di corso di educazione sessuale fu un fiasco bello e buono. Non ricordo tra l’altro che ci sia stata mai una seconda lezione. Forse il povero Don Carlo dovette arrendersi all’impossibilità di affrontare l’argomento senza destare scandalo. O forse era stata una richiesta del Provveditorato che alla nostra scuola avevano risolto con cinque minuti di Don Carlo in versione pompiere, a spegnere i nostri potenziali bollori. Fatto sta che questa lezioncina di anatomia comparata, non solo creò parecchia confusione nel mio concetto di uomo e donna, ma si appiccicò nella mia mente.

Ancora oggi, quando vedo uomini attempati con la pancia che protrude un poco sopra la cintura dei calzoni, sono tentato di consigliare loro di respirare meglio: perbacco, su, meno diaframma e più muscoli intercostali! Ma poi mi trattengo, che non è educato parlare di sesso in pubblico.

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