Il campione della porta accanto

Mai come oggi abbiamo bisogno di storie. Di storie capaci di farci sognare, di emozionarci, di far volare in alto i nostri pensieri, troppo spesso ancorati a una quotidianità che è ormai fatta di numeri, proiezioni statistiche, attesa di nuove disposizioni sanitarie, se non di vera e propria preoccupazione per persone a noi care.

Lo sport da sempre sa regalare storie potenti. Tanto potenti da trascinare con sé nuove generazioni di atleti, spinti all’impegno e alla costanza dai risultati di quei campioni che tanto amano.

Questo 2020 è stato meno ricco del solito di sport. Tanti gli eventi annullati, primi fra tutti i Giochi Olimpici di Tokio, slittati (si spera) alla prossima estate; quel che si è riusciti a organizzare è stato a porte chiuse, privato di quell’emozione che anche il pubblico presente riesce a trasmettere a chi segue da casa.

Eppure anche quest’anno, così avaro di grande sport, ci ha regalato una storia. Una di quelle che piacciono a bambini, ragazzi e genitori. E non sempre le generazioni si trovano d’accordo sui campioni d’ammirare.

Jannik Sinner ha però messo d’accordo tutti, con quel viso pulito, quell’aria da bravo ragazzo, quegli occhi che sembrano vedere lontano, oltre la rete, oltre il campo, oltre i successi di oggi. Sinner ha poco più di 19 anni ed è già il 37° miglior tennista al mondo. È stato il più giovane italiano ad aver vinto un titolo ATP, sabato a Sofia. Di tennis non ne capisco nulla, eppure lui mi ha emozionato.
Grazie a lui per la prima volta mi sono sintonizzata su una partita di tennis. E mi sono fatta incantare da quel rumore ritmico della pallina che colpisce terra e racchetta.

Ho guardato negli occhi Sinner, e ci ho visto il campione che vorrei. Che vorrei per i miei figli, che hanno bisogno di “miti” capaci di insegnare. Non di insegnare a giocare a tennis o a diventare per forza dei numeri uno, quanto di trasmettere determinazione e costanza, ma anche gentilezza e rispetto. Perché sono questi i valori che portano lontano. E andare lontano significa non arrivare mai a un traguardo, quanto porsene sempre di nuovi. Sinner, pochi minuti dopo una vittoria storica, non ha detto “ce l’ho fatta”. Prima ha augurato, per il prossimo anno, una grande stagione all’avversario appena sconfitto Vasek Pospisil (e anche questa è una lezione), poi ha affermato: “La strada è ancora lunga”.

Il mio pensiero, vedendolo alzare quella coppa, è stato che quel viso da campione della porta accanto vorrei tanto vederlo appeso alle pareti della stanza dei miei figli. È di poster come questi, di storie come questa, di sogni come questo che abbiamo bisogno.

Foto: Supertennis.tv, la rete televisiva italiana dedicata al tennis

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Un commento su “Il campione della porta accanto”

  1. Come campione, nulla da dire, come cittadino che fa parte di una comunità, ho molte riserve. A 19 anni, per non pagare le imposte, ha fissato la sua residenza a Montecarlo. Non è un reato, ovviamente, ma è una squallida furbizia. È solo grazie alle imposte che tutti noi possiamo usufruire di servizi, di cui anche Sinner usufruisce, e, tirarsi indietro fin dalla più giovane età, è disonesto. Il tennista Nadal, per fare un esempio, paga le imposte in Spagna ed è uno dei maggiori contribuenti. Concludo, Sinner non mi fa sognare, mi fa solo incavolare.

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