Il dovere di raccontare: il dolore dei profughi nell’isola greca di Lesbo

Domenica 5 settembre alle 20.30 presso la sala consigliare del Comune di Sèn Jan di Fassa il Grop Miscionarie Freinademetz/Mato Grosso organizza una sera di testimonianza con Nadia Cadrobbi, volontaria di Operazione Colomba. L’evento è patrocinato dal Comune di Sèn Jan.

Nadia Cadrobbi al suo rientro da un periodo di volontariato con Operazione Colomba nell’isola greca di Lesbo ci porta storie terribili di dolore e ingiustizia.

Un simbolo di questo dolore è un piccolo giubbotto salvagente, uno dei tanti che si trovano sulla riva dell’isola Greca che dista solo 8 miglia (circa 12 chilometri) dalla Turchia, in quello che è diventato un cimitero di barconi, scialuppe, salvagenti, e migliaia di altri oggetti che per qualcuno erano tutto ciò che era loro rimasto.

Nadia ha raccolto questo giubbotto, simile a quello che due anni fa i soccorritori del mar Mediterraneo donarono a Papa Francesco, e che lui mise sulla Croce: sono due simboli – disse – della sofferenza e dell’ingiustizia compiuta dagli uomini.

A chi sarà appartenuto questo giubbotto? Sicuramente a un bimbo. Dove sarà ora? Sarà arrivato vivo su questa riva o sarà morto in mare?

Non è possibile saperlo, ma storie che potrebbero essere di questo bambino, dei suoi genitori o fratelli, Nadia nei giorni passati a Lesbo ne ha sentite molte.

Testimonianze strazianti che le sono state affidate dai profughi e che Nadia si sente in dovere di portare avanti, per farci conoscere le storie di persone fuggite da Paesi e situazioni diverse, persone che hanno lasciato la loro terra e la loro gente affrontando viaggi terribili.

“Sono stata in Albania due anni e mezzo con la Colomba – scrive Nadia – eppure mai ho sentito così forte il bisogno e il dovere di raccontare come da quando sono arrivata sull’isola di Lesbo.

Il dolore delle famiglie albanesi era un dolore intimo, profondo, e così sentivo che andava raccontato, piano, prendendosi il tempo di rielaborarlo, sottovoce, sussurrato alle orecchie di chi si prendeva il tempo per capirlo.

Il dolore delle persone su quest’isola, invece, urla, e così sento che va raccontato. Va urlato affinché giunga alle orecchie di tutti. Va raccontato in fretta, a più persone possibile, perché è un dolore che chiede giustizia.

Il dolore dei profughi di Lesbo è un dolore straziante, che racconta di diritti violati, di infanzia negata e di vite dimenticate. È un dolore che non necessita di grandi parole per essere compreso perché è immediato, è uno schiaffo a mano aperta sul viso. Fa male perché racconta storie di persone che chiedono cose normali, come la scuola per i loro figli, un medico quando stanno male, che a loro sono negate da leggi ingiuste che decidono chi merita di sperare e chi no.

È il dolore di Ismail, ragazzo siriano dal sorriso contagioso la cui scuola è stata bombardata quando aveva 14 anni, di Karima che in Afghanistan ha lasciato dieci sorelle e non sa più nulla di loro, o di Abdul, uomo somalo separato da suo figlio proprio qui, dove il sogno sembrava potersi avverare.

Sono dolori strazianti, che chiedono solo giustizia, rispetto dei diritti, di non essere deportati in un paese che li vuole morti.

Dolori che ci interrogano: è così assurdo chiedere di essere umani?”

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