Il peso dei centenari

di Guido Bonsaver

Se i compleanni sono il giorno dell’anno in cui ci si riunisce per festeggiare la nascita di un parente o di un amico, così nel dibattito culturale ci si affida spesso alle date per creare interesse intorno a un argomento o a un personaggio. Nel 2022, giornali e opinionisti hanno commentato a lungo sul centenario della Marcia su Roma. E in quest’anno ormai finito, si è parlato molto dello scrittore Italo Calvino, grazie ai cent’anni dalla sua nascita, il 15 ottobre 1923. Ora, bene o male, negli ultimi trent’anni mi sono occupato di entrambi – il fascismo e l’opera letteraria di Calvino – per cui mi si permetta qui di proporre un commento che li lega insieme e ci porta infine un altro centenario che riguarda la Val di Fiemme.

Il fascismo come è arrivato nelle nostre valli credo ormai se lo siano dimenticati tutti. Ma sarebbe interessante sapere se e quanti fascisti fassani e fiemmazzi contribuirono alla Marcia su Roma. Forse alcuni partirono dalle città della Val d’Adige, ma dubito che a Canazei, o Moena o Cavalese siano usciti di casa per prendere il trenino e unirsi al rivolo di militanti trentini che a Verona si unì alla fiumana delle città padane. Il fascismo arrivò negli anni successivi, con le camicie nere e certamente molti nostri nonni e nonne avranno un vago ricordo di aver marciato in piazza vestiti da Balilla e da Giovani Italiane: i bambini col moschetto di legno, e le bambine, chi lo sa, forse coi ferri da maglia stretti come pugnali d’assalto, o con modellini di carrozzina con cui addestrarsi alla difesa della razza. E ci fu pure chi pagò per la sua insofferenza verso il fascismo, come si può verificare utilizzando l’archivio online della Fondazione Museo Storico del Trentino.

Si arrivò così all’intervento italiano nella guerra mondiale, cinicamente deciso da Mussolini nel giugno 1940, quando ormai i panzer tedeschi entravano a Parigi. Ma gli andò male, e milioni d’italiani pagarono con la vita, e tanti coscritti valligiani finirono sul disastroso fonte russo col cappello d’alpino in testa. Ma i guai più grossi arrivarono con la leva del 1944, in cui gli allora diciottenni si trovarono a dover decidere fra tre opzioni: 1. Arruolarsi nella milizia nazista dopo che questi si erano annessi le province di Bolzano, Treno e Belluno chiamandole Alpenvorland. 2. Darsi alla macchia aspettando che finisse la guerra. 3. Unirsi alle bande partigiane che si muovevano sulla catena del Lagorai.

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E qui entra in campo il nostro Italo Calvino. Non che lui abitasse in Trentino; no, era di Sanremo. Ma le Alpi Liguri uno ce le ha dietro la schiena anche vivendo sulla costa. E così il giovane Calvino dovette decidere e optò per la montagna e si unì alle Brigate Garibaldi. Con loro passò tutto il 1944 e i primi mesi del 1945. A quell’esperienza armata dedicò il suo primo romanzo, Il sentiero dei nidi di ragno, ma con molta intelligenza non glorificò la guerra partigiana. Anzi, andò a inventarsi un reparto sconclusionato, per far vedere quanta confusione regnasse in quel periodo, anche tra chi aveva scelto di rischiare la vita per togliere di mezzo l’odio e la violenza portati dal nazifascismo.

Calvino se la cavò, e nel secondo dopoguerra divenne uno dei letterati più importanti d’Italia. Altri invece subirono la tragica beffa di morire solo pochi mesi, giorni, prima della fine del conflitto. Uno di questi ultimi episodi capitò proprio da questa parti, tra Molina e Castello di Fiemme. Lì, tra il 2 e il 5 maggio 1945, un gruppo di partigiani si scontrò con una colonna di tedeschi in ritirata, e dagli scontri a fuoco si passò alle micidiali rappresaglie con cui i militari tedeschi punivano la popolazione civile (orrore praticato anche dall’esercito italiano durante l’occupazione della Jugoslavia). E così, a perdere la vita, oltre a militari di entrambe le parti, finirono una ventina di civili le cui case furono messe a fuoco. Una lapide sul muro del cimitero di Ziano di Fiemme, commemora la morte di tredici abitanti; un’altra, in quello di Stramentizzo, ne ricorda altri otto.

Tra i caduti partigiani vi era un giovane di padre italiano e madre somala. Si chiamava Giorgio Marincola ed era uno dei pochissimi bambini multirazziali nati nelle colonie che il padre – nel suo caso un militare italiano in Somalia – aveva riconosciuto e fatto crescere in Italia. Dopo l’8 settembre, a Roma, l’ormai ventenne Giorgio Marincola aveva operato come partigiano azionista in numerose missioni; paracadutato dagli inglesi nel Biellese, era stato catturato dai tedeschi ed era finito nel lager di Bolzano. Scarcerato il 30 aprile aveva raggiunto le formazioni partigiane in Val di Fiemme. Come Calvino, era nato anche lui cent’anni fa, nel 1923.

La sua morte a Molina di Fiemme, così giovane, così come la morte di ventun civili senza alcuna colpa, così come l’assurda morte di militari di entrambe le parti quando la resa tedesca in Italia era già stata firmata – il 29 aprile 1945 – ci devono essere di monito perché tragedie simili non debbano mai ripetersi. Per questo, se fra un anno a qualcuno verrà la buona idea di indagare su questi fatti e di commemorare il centenario di questo episodio, nel 2025, ci auguriamo che lo faccia con spirito positivo, per unire, e non per dividere. Rivisitare gli errori e gli orrori del passato, deve servire a ricordarci che siamo donne e uomini sotto lo stesso cielo – fragili, mortali – al di là del colore delle divise e della nostra pelle.

dentelin.eu
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