Joe Tattoo, un’anima libera della Val di Fiemme

Cammino con un’amica per Viale Libertà a Cavalese, godendomi il calore del sole di fine inverno. “Lo sapevi che qui negli anni Novanta c’era un laboratorio di tatuaggi? Si chiamava “Butterfly Studio”. Mai sentito, né mai fatto caso alla targa che invita agli avventori dello studio a non parcheggiare all’interno del condominio. “È stato il primo studio tattoo della Valle, se non addirittura del Trentino, aperto da Giuseppe – Joe Tattoo – Cavada nel 1991 di ritorno dal Sud Africa dopo aver vissuto ai quattro angoli del pianeta”, mi dice, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Basta questo per intuire che Joe Tattoo sia una di quelle persone che staresti ad ascoltare per ore mentre ti raccontano con semplicità dei posti che hanno visitato e le esperienze rocambolesche che hanno vissuto, tanto da farti venir voglia di scriverci un romanzo o una sceneggiatura.

Dove è nata l’intuizione di aprire un laboratorio di tatuaggi a Cavalese a inizio anni ’90, ben prima che diventasse una moda così diffusa?

Joe: “Mi sono sempre piaciuti i tatuaggi. Il primo l’ho fatto a 25 anni in Australia dove la nave su cui lavoravo aveva fatto tappa; il laboratorio l’ho aperto di ritorno dall’ultima esperienza come direttore di crociera. Partenza da Seattle con 3500 passeggeri, direzione Alaska.”

Un lupo di mare, più che di montagna quindi…

E a questo punto Joe scoppia a ridere, perché anche l’esperienza sulle navi da crociera non è che un tassello della sua vita. Si apre il baule dei ricordi “Sono sempre stato un po’ irrequieto. Avevo voglia di vedere il mondo, viaggiare, fare esperienze diverse da quelle dei miei coetanei della valle. Il primo posto in cui sono andato a lavorare, appena finiti gli studi, è stato Badenweiler, in Germania. Da lì in Svizzera e Regno Unito, prima come cameriere, poi a Londra ho cominciato a fare il croupier. Evidentemente ci sapevo fare perché il direttore mi propose di andare a dirigere il Casinò del Victoria Falls in Zimbabwe che allora era ancora Rhodesia e fino al 1965 una colonia dell’impero britannico.

Era la metà degli anni ’70, gli anni in cui Giuliano Gemma, Ursula Andress e Jack Palance girarono proprio lì Africa Express e Safari Express, ma anche gli anni della guerriglia e di forti tensioni nei confronti dei bianchi che continuavano ad avere il controllo del potere politico, economico e militare. Insomma, rimanere lì stava cominciando a diventare pericoloso, per cui salii a bordo di una nave da crociera che una compagnia locale aveva preso in affitto dalla Epirotiki Line per organizzare viaggi con partenza dal Sud Africa lungo la tratta seguita dagli importatori di pietre preziose, passando quindi dal Madagascar, le isole Mauritius, le Seychelles fino ad arrivare a Colombo, nell’oceano Indiano. Vista la mia esperienza mi chiesero di allestire e organizzare un casinò a bordo: l’idea era quella di “unire l’utile al dilettevole”, intrattenendo i ricchi commercianti nei loro viaggi d’affari”.

Tutto sembra procedere a gonfie vele, finché la compagnia di navigazione non è costretta a dichiarare bancarotta per cui sono costretti a cercare di rientrare velocemente a Johannesburg. “Venimmo fermati dalla polizia egiziana lungo il Canale di Suez e rimanemmo bloccati lì per un giorno e una notte. Finalmente ci liberarono, ma con il divieto di passare per Israele dove avremmo dovuto far sbarcare i nostri passeggeri per cui ci scortarono per un lungo tratto…arrivammo a destinazione con la neve!” Da lì, con un volo charter finalmente Joe rientra in Sud Africa e da lì inizia una nuova avventura in Leshoto, prima come chef de table all’Holiday Inn per poi aprire con un amico conosciuto a Bruxelles, il suo primo ristorante: il Boccaccio.

È stato difficile integrarsi nella quotidianità di un paese così lontano da noi?

Martino Vanzo

Joe: “Direi che non ho mai avuto grossi problemi ad integrarmi, in nessun posto dove ho vissuto. Sarà che sono un tipo semplice, alla mano” – si schernisce – “mi è sempre piaciuto stare in mezzo alla gente, fare gruppo e lo sport in questo senso mi ha aiutato molto. A Maseru (in Leshoto) avevo anche creato una squadra sportiva con il proprietario di un negozio di articoli sportivi locale e il mio socio svizzero. L’avevamo battezzata “Dolomiti Sport Team” ! facevamo gare di Triathlon: bici, una maratona e canoa anziché nuoto per via dei coccodrilli! “ In breve la cucina italiana e la simpatia di Joe conquistano la clientela alto spendente: banchieri, ambasciatori, professionisti della vendita e taglio di diamanti e pietre preziose. Le cose vanno talmente bene che apre un secondo ristorante “La grotta”, questa volta in Sud Africa.

Nella nostra linea del tempo siamo verso la fine degli anni ’80 e nel Sud Africa è ancora applicato l’Apartheid contro il quale Nelson Mandela sta portando avanti la sua politica di nonviolenza. Il clima di forte tensione interno unito all’embargo da parte della Comunità internazionale sfociano in una crisi economica importante. “Cominciarono a chiudere le fabbriche, le importazioni erano bloccate… fui costretto a vendere tutto e ad andarmene dall’Africa” Rientrato in Valle, Joe riparte nuovamente da zero. Torna a fare il cameriere in vari locali della zona, dall’Ancora di Predazzo al Veronza, ma tutto sembra andargli stretto, per cui quando un vecchio contatto gli propone di tornare a bordo di una nave da crociera, non esita un secondo a preparare la valigia e salire sul primo aereo per Seattle. E qui si chiude il cerchio.

Al ritorno dal terzo giro intorno al mondo Joe aprirà a Cavalese il Butterfly Studio, il primo in trentino e di una lunga serie: da Trento (operativo fino a pochi anni fa) e Merano, fino a Nord della Scozia, a Kirkwall nelle Isole Orcadi “dove sorge la “Italian Chapel” (V.box) così da avere un pezzetto di “casa” anche lì” e a Tenerife. “Ho imparato a fare tatuaggi da Alain, un amico svizzero conosciuto a Johannesburg. Riceveva tantissime richieste da parte dei militari francesi della legione straniera e aveva bisogno di una mano. Aver imparato quest’arte mi ha consentito di aver sempre un’attività che mi permettesse di vivere in tutti i posti dove mi sono spostato. A Cavalese, nel 1991, la gente faceva la fila. E non erano solo ragazzini, ma anche tante donne e uomini adulti. I tatuaggi stavano diventando di moda, non solo in Italia, ma in tutta Europa. Sono sempre stato un po’ irrequieto, incapace di vivere per troppo tempo nello stesso posto…”

Eppure avrà anche lei un “posto del cuore”, quello che sente come propria casa…

Joe: “Beh “casa” rimane sempre la Val di Fiemme, le mie origini e radici sono qui. Ovunque fossi, tutti gli anni rientravo in Italia almeno una volta per la Marcialonga! Una volta ho persino convinto un mio compagno di squadra, il ragazzo del negozio di articoli sportivi di Maseru a venire a farla con me. Volevo fargli vedere l’Italia, il mio paese, di cui mi sentiva raccontare così spesso. Era la prima volta, ovviamente, che vedeva la neve. Qualche giorno prima della gara lo avevo portato su al Lavazè per fare pratica con gli sci e continuava a ripetermi “you are gonna kill me” – mi farai morire! Perché non era abituato al freddo! Ma è stata una gran bella esperienza per entrambi”. Ambassador della Val di Fiemme anche durante l’Iron man a cui partecipa nel 1987 in Sud Africa con la maglia della Polisportiva Molina: 160 km in canoa, bici e corsa conclusa nonostante una gomma a terra e senza scarpe all’arrivo “Ma conclusa” Dice con orgoglio, gli occhi che si illuminano mostrando la tempera e lo spirito indomito di un uomo non abituato ad arrendersi davanti alla avversità.

Una vita decisamente piena di esperienze e anche di rapporti umani. Ci sono sogni ancora nel cassetto?

Joe: “Mi piacerebbe fare un ultimo giro intorno al mondo e fare una grande festa per i miei ottant’anni, a ottobre, riunendo gli amici più cari e i miei due figli: Letizie Marie Louise vive in Finlandia e Laurent in Thailandia. L’unico rimpianto che ho è non essere riuscito ad avere una famiglia tradizionale, ma chissà… forse le cose “normali” non sono fatte per me”.

Elisa Zanotta

Martino Vanzo
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