La macchia umana

Inequivocabile. È con questo aggettivo che il Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (IPCC) ha messo il punto, nell’agosto 2021, al dibattito sulla causa antropica del riscaldamento globale. L’ultimo Rapporto, basato sull’esame e la valutazione delle più recenti informazioni scientifiche, tecniche e socio-economiche prodotte in tutto il mondo e approvato da 195 governi membri, ha messo in chiaro che siamo di fronte a qualcosa di inedito, causato dall’uomo e che rischia di avere effetti inarrestabili: “Molti di questi cambiamenti sono senza precedenti in migliaia, se non centinaia di migliaia di anni, e alcuni tra quelli che sono già in atto – come il continuo aumento del livello del mare – sono irreversibili in centinaia o migliaia di anni”, si legge nel testo di presentazione del Rapporto 2021. Eppure, nonostante questo aggettivo drastico – inequivocabile -, condiviso dalla comunità scientifica internazionale, c’è ancora chi contesta tali conclusioni. Ne abbiamo parlato con Roberto Barbiero, climatologo dell’Agenzia Provinciale per la Protezione dell’Ambiente e coordinatore del Tavolo trentino di coordinamento e di azione sui cambiamenti climatici.

Barbiero, che cosa dice di nuovo rispetto al passato il Rapporto 2021 dell’IPCC?

Innanzitutto dobbiamo considerare che questo Rapporto si basa su migliaia di studi prodotti nel mondo sul tema del cambiamento climatico. Si tratta di numerosi lavori indipendenti e sottoposti a rigorosi processi di verifica che condividono lo stesso risultato: il cambiamento in atto sta avvenendo in modo più intenso e rapido di quanto previsto solo fino a pochi anni fa ed ha origine inequivocabilmente antropica. Questo significa che siamo noi esseri umani, con le nostre attività e i nostri stili di vita, che stiamo provocando questo cambiamento accelerato e diffuso. Ormai, quindi, la scienza si è espressa e non ha più dubbi sulle cause di quanto sta accadendo: chi nega questo fatto sta solo facendo disinformazione, probabilmente per evitare di assumersi le responsabilità conseguenti alla presa di coscienza che siamo noi esseri umani a provocare il cambiamento climatico.

Di fronte all’evidenza, cosa possiamo fare?

Anche in questo caso, le risposte della scienza ci sono già. Bisogna soltanto volerle ascoltare e mettere in atto. L’obiettivo condiviso dell’Accordo sul Clima di Parigi del 2015 è quello di contenere l’aumento della temperatura media mondiale al di sotto dei 2 °C, possibilmente limitandola a 1,5 °C, rispetto ai livelli preindustriali, così da ridurre gli effetti negativi del riscaldamento globale come, ad esempio, l’innalzamento del livello del mare e la perdita dei ghiacci continentali e marini. Per farcela, come ormai sanno tutti, bisogna ridurre le emissioni dei gas climalteranti (o gas serra), come la CO2 e il metano, il che ci impone di eliminare l’utilizzo dei combustibili fossili e, ad esempio, rivedere totalmente il settore energetico e dei trasporti. Di pari passo, bisogna lavorare anche sul fronte dell’adattamento. È ormai sotto gli occhi di tutti che gli eventi estremi, come ondate di calore e siccità, sono in aumento e dobbiamo gestirne le conseguenze, non possiamo far finta di nulla. Bisogna lavorare a livello locale per mettere in atto quelle misure di prevenzione, protezione ed educazione per far fronte a questi eventi avversi e allo stesso tempo muoversi a livello globale per sostenere soprattutto i Paesi più poveri, che sono tra quelli che pagano le conseguenze maggiori dell’aumento della temperatura. Seppur con ampi margini di miglioramento, l’Italia, seguendo le linee di azione dell’Unione Europea espresse nell’European Green Deal, si sta muovendo per quanto riguarda la riduzione delle emissioni di gas serra, in particolare nel settore energetico, ma è in ritardo sul piano attuativo per quanto riguarda la strategia di adattamento ai cambiamenti climatici.

A livello individuale ciascuno di noi può fare qualcosa di incisivo?

Sicuramente la situazione attuale impone un cambiamento sostanziale di stile di vita, che passa anche dai comportamenti individuali, ma che è basato soprattutto su azioni politiche. Questo però non significa mettere in ombra il ruolo di ciascuno di noi: al di là dell’importanza di adottare comportamenti virtuosi, ognuno diventa fondamentale nel momento in cui delega dei rappresentanti a qualunque livello. Sto parlando del voto: è diritto di ogni elettore sapere cosa i candidati intendono fare anche in ambito ambientale, tematica che spesso rimane a margine delle campagne politiche, e successivamente monitorare il reale comportamento dei politici eletti rispetto alle promesse fatte. In vista delle elezioni del 25 settembre, alcuni scienziati italiani, insieme a migliaia di cittadini, a conferma di una sensibilità crescente sul problema, hanno chiesto “elaborazioni di programmi politici approfonditi su questi temi e una pronta azione del prossimo governo per la lotta alla crisi climatica e ai suoi impatti”.

Il rischio di fronte a previsioni sempre più preoccupanti e di eventi estremi sempre più frequenti è quello di farsi prendere dalla cosiddetta “ecoansia”, che colpisce soprattutto i più giovani, il cui futuro appare molto fosco.

Bisognerebbe smettere solo di preoccuparsi per iniziare ad occuparsi molto più incisivamente della questione: per il futuro dei giovani, per l’ambiente e per un mondo più giusto ed equo. Il problema riguarda soprattutto le nuove generazioni. In Italia, purtroppo, non hanno spazio e non riescono a prenderselo. Siamo un Paese vecchio nella politica, nella gestione economica e nelle dinamiche sociali. Il rischio è che i giovani se ne vadano dal nostro Paese perché non sono valorizzati né ascoltati. Qui non trovano risposte né spazio per esprimersi ed essere incisivi. Quelli che rimangono, di fronte a questa mancanza di opportunità, si deprimono. Io stesso, per quanto mi sforzi di rimane ottimista, non riesco a non preoccuparmi di fronte ai segnali scoraggianti che quotidianamente ci arrivano. A livello mondiale assistiamo a nuove guerre, in primis quella tra Russia e Ucraina, e a tensioni crescenti, vedesi Taiwan. Aumenta la conflittualità, invece che la cooperazione, che è fondamentale per affrontare un problema che riguarda tutti come quello climatico. Rimanere ottimisti, quindi, è dura: la speranza è che ci sia presto una presa di coscienza collettiva. Il cambiamento climatico non è immaginario, è reale e ogni giorno dovrebbe essere l’occasione per agire. Stiamo perdendo troppo tempo e i costi dell’inazione stanno diventando insostenibili. Gli strumenti ci sono, è solo questione di volontà politica.

Il cambiamento è globale, pertanto tocca anche il nostro territorio. Quali sono le evidenze di ciò?

Le Alpi soffrono per il riscaldamento globale più di altre zone. Si pensi che negli ultimi 120 anni le temperature qui sono cresciute di circa 2 °C, quasi il doppio della media mondiale e con un’accelerazione negli ultimi 50 anni circa. Chiunque frequenti la montagna se ne accorge a occhio nudo: basti vedere l’estensione dei ghiacciai, che ormai sono ridotti a un quarto di quanto erano a metà ‘800. Quest’estate è stata particolarmente dura tra siccità e caldo prolungato (eccezionale non tanto per le punte raggiunte, ma soprattutto per la durata). Temo proprio che a fine stagione registreremo un nuovo record negativo per quanto riguarda la perdita di ghiacciai. Ma le evidenze sono anche altre: la siccità che si è prolungata sin dai primi mesi dell’anno e fino all’estate ha creato problemi nella gestione dell’acqua anche tra le Alpi, ci sono sempre più ecosistemi a rischio e specie in via d’estinzione, l’agricoltura soffre, il turismo invernale basato sulla neve (che è sempre meno) è in difficoltà. Per non parlare della salute: sono in aumento vettori di malattie come ad esempio le zanzare tigre, ci sono stati casi di dengue (portata dall’estero, ma che potrebbe trovare anche da noi le condizioni per diffondersi), le zecche sono sempre più numerose e a quote più elevate e, ovviamente, le conseguenze delle alte temperature su anziani e lavoratori in esterna. A livello locale, l’Agenzia Provinciale per la Protezione dell’Ambiente, sta coordinando il percorso “Trentino Clima 2021-2023”, approvato dalla Giunta provinciale, che ha come obiettivo la definizione della Strategia provinciale di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, che sarà lo strumento principale di orientamento dell’azione di contrasto ai cambiamenti climatici del Trentino. La Strategia, infatti, individuerà le opportune misure di mitigazione, cioè di riduzione delle emissioni climalteranti, e di adattamento, ossia di riduzione della vulnerabilità dei sistemi ambientali e socio-economici del nostro territorio.

Monica Gabrielli

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