LA SCUOLA CHE VORREI

Nel corso del lockdown e della didattica a distanza, l’insegnante di educazione fisica

Federico Zazzeroni ha sottoposto ai suoi alunni dell’Istituto d’Istruzione “La Rosa Bianca” di Predazzo questo interessante e impegnativo tema: “La scuola che vorrei”. Federico poi, conoscendo il mio interesse per la materia, mi ha girato il tutto perchè ne facessi qualcosa ed ecco il contenuto di questo articolo che riporterà le critiche, ma anche le proposte avanzate dagli alunni di diverse classi.

Riporterò solo le più significative approfittando, anche come ex insegnante, a dire la mia, nella speranza che il nuovo anno scolastico possa essere fatto in presenza. Devo dire che mi aspettavo un quadro più critico ma forse l’assenza forzata, la mancanza di contatto sia con i compagni che con gli insegnanti, hanno fatto capire ai più l’importanza e il valore, soprattutto sociale, della scuola. Ho diviso le risposte per blocchi, a seconda dell’argomento.

Un primo blocco riguarda il rapporto con i docenti e la didattica. Riporto qualche frase più significativa: “Purtroppo la maggior parte della nostra giornata a scuola è incentrata sul docente che spiega e va avanti con la propria lezione senza interagire con gli alunni facendoli sentire poco coinvolti e interessati”.

“Vorrei che la scuola non ci vedesse come menti da riempire di informazioni, come progetti da portare a termine, come tramite per alzare o abbassare la media della scuola. “Vorrei che gli alunni frequentassero la scuola con meno ansia e più serenità”. “ La scuola che vorrei si basa sulla qualità degli insegnanti intesa nella loro capacità di relazionarsi e di trasmettere a noi studenti la passione per la materia che insegnano. Solo in questo modo riuscirebbero a farci studiare volentieri, rendendoci partecipi e interessati.

Capisco che al giorno d’oggi, nella crisi in cui ci troviamo, non sia semplice trovare questo genere di professori ed è davvero un peccato perché credo fortemente che professori così sarebbero in grado di cambiarti la vita”. “Nella scuola che vorrei i professori dovrebbero portare avanti il loro programma, ma senza imputarsi solo su quello e avere la fretta di finirlo perché questo porta ansia agli studenti. Al centro dovremmo esserci noi alunni e non i programmi ministeriali”.

“Nella scuola che avrei voluto, ci sarebbe dovuta essere più attualità perché una volta usciti dalla scuola sappiamo poco o niente di quello che accade nel nostro Paese e conoscere anche di più la politica”. “Vorrei più dibattito su ciò che sta accadendo nel mondo”. “Vorrei almeno un’ora in settimana in cui tutta la classe si mette in cerchio, si sceglie un argomento o degli argomenti che possano interessare tutta la classe e si discute”.

Tutte tematiche, queste, dette e ripetute da molti ragazzi che denotano la loro esigenza di essere più considerati, il loro bisogno di partecipazione e di

confronto.

Molto criticata la lezione frontale. Quanto fiato sprecato, aggiungo io, si eviterebbe se invece di dare delle spiegazioni che i ragazzi possono trovare anche sul libro di testo, si adottasse un metodo maieutico fatto di domande che portino gli alunni alla soluzione di un problema o alla spiegazione di un fatto storico o di un fenomeno risvegliando così in loro l’attenzione, la creatività, una sana competizione e premiando le risposte più intelligenti. 

Spesso, queste si ottengono, lo dico per esperienza, da chi meno te lo aspetti,coinvolgendo così anche i meno motivati. E poi oggi ci sono infiniti ausili audiovisivi che possono catturare con più efficacia l’attenzione e l’interesse dei ragazzi rispetto alla lezione tradizionale.

Molti ragazzi, poi, chiedono anche un’ora dove, in cerchio (circle time), poter parlare e discutere di problemi che possono spaziare da tematiche adolescenziali, sociali, etiche, politiche fino a problemi nazionali e globali.

Ciò li aiuterebbe molto ad aprirsi al confronto, a saper accettare idee diverse, a crescere umanamente e socialmente, a conoscersi meglio e a creare un clima di classe più accettante, coeso, rilassato e produttivo. Soprattutto i docenti che hanno più ore e materie che si prestano dovrebbero senz’altro approfittarne perché le ricadute sarebbero molto positive.

Ma qui c’è l’eterno conflitto tra l’esigenza degli insegnanti di portare avanti il programma ministeriale e le esigenze dei ragazzi di partecipare attivamente alla propria formazione e qui occorrerebbe trovare un giusto compromesso. Venendo alla critica sulla qualità degli insegnanti e la loro capacità di trasmettere la passione per la loro materia, è questione antica.

È certo, come ha scritto un ragazzo, che un insegnante empatico, capace di trasmettere amore per la sua materia, ma anche di comprendere i suoi ragazzi può davvero lasciare il segno.

E veniamo a un altro tema molto sentito e criticato, quello delle verifiche. Vediamo

qualche frase: “Riguardo alle verifiche io penso che i nostri prof si debbano dare una calmata (in senso carino) anche perché la scuola non è soltanto voti, voti e voti, ma è qualcosa in più che esce dal tema delle valutazioni”. “A parere mio, le valutazioni dovrebbero semplicemente indicare se abbiamo appreso un concetto oppure no, senza diventare uno specchio di ciò che siamo o di quanto valiamo”.

“Ma per le verifiche, in che lingua dobbiamo urlare che DEVONO essere dilazionate perché la nostra vita non è basata solo ed esclusivamente sulla scuola e tanto meno siamo macchine che in due settimane possono affrontare 8/10 tra verifiche e interrogazioni?”. “Vorrei che quando si programmano le verifiche si facesse un calendario, magari anche elettronico, che possano vedere sia i docenti che gli alunni

in modo tale che non si accavallino tra di loro”.

In tanti ragazzi si legge rabbia mista a rassegnazione di cui i docenti dovrebbero tener conto perché già le verifiche e le interrogazioni sono di per sé ansiogene, ma somministrate così a raffica, portano all’esasperazione e connotano la scuola negativamente. Manca sicuramente una comunicazione adeguata tra gli insegnanti che pensano, ciascuno per proprio conto, a portare a casa il loro malloppo di voti per la fine del quadrimestre o dell’anno scolastico passando sopra al benessere psichico ed emotivo dei loro alunni.

Mi sembra molto sensata la proposta di un ragazzo di predisporre un calendario, magari elettronico, al fine di evitare l’intasamento tanto detestato. Ma poi emerge anche la preoccupazione di essere giudicati globalmente sulla base di una verifica che, se va male, può minare l’autostima del ragazzo mentre dovrebbe solo testare se un argomento è stato assimilato o meno.

E poi, una verifica dovrebbe servire anche da feedback per l’insegnante per sapere se la classe lo sta seguendo o no, mentre spesso, se va male a gran parte della classe, c’è il docente che se la prende con gli alunni con grande frustrazione generale.

Infine e questo spero si faccia sempre, va data al ragazzo la possibilità di rimediare se le cose sono andate male con una prova suppletiva. Altra esigenza molto sentita è quella di poter lavorare in gruppo e di avere almeno

un’ora al giorno per poter studiare con qualche compagno. Vediamo qualche frase:

“La scuola che vorrei dovrebbe coinvolgere di più gli alunni con lavori di gruppo anziché sempre con compiti e lavoro individuale”.“ Secondo me ci vorrebbe uno spazio, come in qualche aula non utilizzata, per fare i compiti e studiare assieme a qualche compagno”.

“Vorrei che la scuola fornisse degli sportelli settimanali facoltativi per ogni disciplina e che questi ultimi siano a disposizione di tutti gli studenti anche appartenenti a sezioni differenti. Gli sportelli potranno essere svolti anche da docenti esterni”.

Personalmente, non ho mai capito perché tanti docenti non facciano mai o quasi mai lavorare i loro ragazzi in gruppo. Forse perché perdono la loro centralità? O forse perché, dicono, c’è chi s’impegna e chi no? Certamente, ma se alla fine di un lavoro, prima della consegna, si dice ai ragazzi di autovalutarsi sulla base dell’impegno e della produttività di ciascuno, ci si accorgerà di quanto sono obiettivi e giusti nell’assegnarsi un voto. Sono di fatto momenti importanti per la socializzazione della classe, per dare supporto, metodo e capacità di sintesi a chi è ancora carente e anche per abituare alla concentrazione e al lavoro di equipe che è quello che spesso troveranno un domani nel lavoro.

Per quanto riguarda l’ora di studio con i compagni, forse è più difficile da organizzare, ma sarebbe utilissima per alleggerire il carico dei compiti a casa e per aiutarsi a vicenda. Altro tema molto sentito è quello delle uscite dall’ambiente scolastico: “Vorrei che si facessero delle attività fuori dal complesso scolastico, all’aria aperta che oltre a far bene alla salute, aiuti la classe a diventare più unita e a conoscersi meglio e questo è un aspetto che ritengo molto importante perché, se si va d’accordo, i 5 anni passano più velocemente e piacevolmente”.

“Un’altra cosa bella sarebbe quella di fare molte più uscite sul territorio, se è possibile”. “La scuola che vorrei è una scuola alternativa con lezioni all’aperto oppure incontri o escursioni nel territorio locale e non solo. “

In primavera o in autunno si potrebbe fare una camminata in montagna visto che ci sono tanti bei giri qui da noi”. Le uscite , a mio parere, andrebbero sicuramente incentivate per approfondire gli argomenti trattati.

Faccio un esempio: come si fa a parlare di Medioevo in Valle di Fiemme e non dedicare qualche lezione alla Magnifica Comunità con una visita guidata al Parco della Pieve a Cavalese e al Palazzo della Magnifica? O parlare del Rinascimento e non soffermarsi un po’ sulla figura del primo cardinale trentino, Bernardo Clesio, personalità di rilievo internazionale nei primi decenni del Cinquecento con una visita al Castello del Buonconsiglio e alla città di Trento?

E perché non portare i ragazzi in un archivio comunale per far loro sfogliare i faldoni degli anni delle Grande guerra o del Fascismo per far capire loro come si costruisce la storia? Va sottolineato però che le visite guidate devono essere preparate seriamente, se si vuole che siano efficaci dal punto di vista dell’approfondimento!

Molti ragazzi parlano anche di camminate in montagna che potrebbero essere molto istruttive se fatte in compagnia di qualche esperto come potrebbe essere un ispettore forestale o un geologo o anche di uno storico considerato che il nostro Lagorai è stato fronte nella prima guerra mondiale. Parecchi chiedono poi di poter imparare più tipi di sport e uno ricorda con grande piacere 5 lezioni di arrampicata, un altro un’uscita con gli sci e qui la palla passa soprattutto ai prof di educazione fisica.

Non mi dilungo, ma bene ha detto il primo ragazzo quando metteva l’accento anche sui vantaggi relazionali e sociali di queste uscite che vanno a migliorare la conoscenza reciproca e l’affiatamento tra i ragazzi. Altra richiesta di molti alunni è un maggior uso dei laboratori e di esperti esterni.

Vediamone alcune: “Sarebbe molto più bello se (quando siamo in presenza) si usassero più i laboratori (quello di scienze, lingue, informatica…) giusto per rendere le lezioni più leggere e interessanti”. “Secondo me chimica e biologia bisognerebbe svolgerle in laboratorio in modo che non siano pesanti.

Anche per le lingue secondo me sarebbe più efficace passare più tempo in laboratorio visto che noi, in tutto, ci saremmo andati 6/7 volte in due anni”.

“Vorrei più incontri con esperti in tutte le materie che ci permettano di vedere come sarà veramente la vita una volta usciti dalla scuola”. “Sarebbe molto costruttivo per l’esperienza degli studenti fissare degli incontri con degli esperti nei vari settori non necessariamente inerenti alle materie d’indirizzo così da trarne degli insegnamenti.

Ad esempio, due anni fa c’è stato l’incontro con la campionessa di sci nordico Sofia Goggia che ci ha raccontato come ha realizzato il suo sogno anche contro il parere di praticamente tutti i suoi familiari.

Trovai quell’incontro molto stimolante e, secondo me, rifare degli incontri simili può solo essere positivo per gli sudenti”.

Tutti interventi che fanno capire come i ragazzi apprezzino molto tutto ciò che va a rompere la solita routine delle lezioni tradizionali e credo che gli insegnanti dovrebbero tenerne conto per rendere più viva e interessante la loro didattica.

Mi hanno, infine, colpito le parole di questo studente: “ Spesso purtroppo molti docenti non ricordano il fatto che anche noi studenti siamo persone e come tali abbiamo i nostri impegni personali e familiari, i nostri problemi, le nostre difficoltà, le nostre “giornate no”, proprio come hanno tutti.

Non avremo figli che in molti nominano dopo che viene sottolineato un ritardo magari di un mese nella riconsegna delle verifiche corrette, ma abbiamo una famiglia, degli amici, un fidanzato o una fidanzata, un hobby, un passatempo, una passione, problemi di salute, magari un lavoro…”       

Mi sembra un chiaro invito agli insegnanti a considerare l’adolescente che sta dietro allo studente con tutta la complessità di questa età e i relativi problemi che possono provenire anche dalla famiglia di origine. Ma molti docenti obiettano: “Ma io non sono uno psicologo”. Non serve essere psicologi per provare a capire un ragazzo, basta essere dei buoni insegnanti .

PAOLO DEGASPERI

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