La storia in una scatola

Prima dei francobolli, e molto prima delle figurine, c’erano le scatole di fiammiferi. Non sappiamo se già a fine Ottocento i ragazzini dell’epoca giocassero al “Ce l’ho, ce l’ho, mi manca”, ma sappiamo che per molti di loro ritagliare e incollare su grandi album di carta le immagini stampate sulle confezioni di fiammiferi era un passatempo molto in voga. Oggi, invece, la fillumenistica (dal termine greco fil – amore – e da quello latino lumen – luce -, quindi “amore per la luce”) è un ramo di nicchia del collezionismo, conosciuto e praticato da pochi appassionati. Sfogliare quegli album colorati pieni di opere d’arte in miniatura è un vero e proprio viaggio attraverso l’evoluzione della società e dei costumi.

A Predazzo vive dal 2018 Daniele Caleffi, trentottenne originario di Mirandola (Modena) che ha scoperto la fillumenistica per caso, una decina di anni fa, in un mercatino dell’antiquariato.

Daniele, com’è nata questa curiosità per le scatole di fiammiferi?

Ho sempre avuto due grandi passioni: lo sport, che mi porta spesso fuori casa e, forse per contrapposizione, il collezionismo. Fin da bambino ho raccolto monete, schede telefoniche e bustine di zucchero. Proprio per questo, frequento spesso mercatini dell’antiquariato e dell’usato. Durante una di queste visite, ho notato un vecchio forziere di legno, che sembrava un baule dei pirati; conteneva confezioni di fiammiferi. Tornato a casa, quelle scatolette illustrate non mi uscivano dalla testa: sono, quindi, tornato alla bancarella e ho acquistato il baule. Ho così scoperto la fillumenistica. All’epoca non sapevo nulla della materia, se non poche informazioni trovate su Internet. Poi, la mia compagna Silvia per il mio compleanno ha organizzato un incontro con Ermanno Tunesi, del quale aveva sentito parlare in tv. Tunesi, storico per passione, è stato a lungo operaio dell’azienda SAFFA (Società Anonima Fabbriche Fiammiferi ed Affini) di Magenta e, alla chiusura dello stabilimento nel 2001, ne ha salvato l’archivio, preservando dal macero preziose testimonianze, documentaristiche e materiali. Parlare con lui è stata l’occasione per conoscere la storia ultracentenaria dell’azienda SAFFA, ma soprattutto per capire il contesto sociale e l’evoluzione di un oggetto come il fiammifero, oggi ormai in disuso, ma in passato preziosissimo. Basti pensare che nel 1969 si stimava in Italia un consumo di oltre 2.000 unità pro capite, per un totale di 100 miliardi di fiammiferi accesi in un anno nel nostro Paese.

Quali sono le immagini raffigurate sulle scatole?

Inizialmente le immagini sulle scatole di fiammiferi erano molto semplici, poi, con la diffusione della pietra litografica, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento le fabbriche – che allora erano tantissime – hanno iniziato a mettere in atto quelle che oggi potremmo definire strategie di marketing: i disegni sulle confezioni sono diventati un aspetto importante della commercializzazione, come anche le modalità di apertura delle scatole, che dovevano essere resistenti e pratiche. Ogni fabbrica cercava di attirare clienti proponendo immagini capaci di incuriosire e attrarre e in poco tempo quelle opere d’arte in miniatura sono diventate come le figurine d’oggi, tanto che venivano ritagliate e incollate su degli album, spesso suddivise in serie numerate. Erano un vero e proprio specchio della società: in quelle di fine Ottocento e inizio Novecento la donna è spesso raffigurata in immagini sensuali o legate al suo ruolo esclusivamente domestico; troviamo illustrazioni che oggi non esiteremmo a definire razziste sulla colonizzazione e l’Africa. Venivano anche riprodotte vignette di satira politica e caricature dei personaggi dell’epoca. Alcune serie avevano un ruolo divulgativo: in un momento storico in cui cultura e informazioni scientifiche non erano facilmente accessibili a tutte le classi sociali, le scatole di fiammiferi erano un modo per far conoscere i monumenti delle principali città italiane, figure storiche come Garibaldi, che è stato tra i personaggi più rappresentati sulle confezioni, e perfino le regole della grammatica. A volte le immagini delle scatole servivano anche a fare propaganda politica, per esempio durante la Prima Guerra Mondiale o il fascismo. Più recentemente, tra gli anni ‘60 e ‘80, sono uscite tantissime serie a carattere divulgativo: animali, piante, opere d’arte di ogni tipo… una vera e propria enciclopedia popolare in scatoletta! Troviamo riprodotti anche giochi di logica, personaggi iconici e rebus.

Eurotrentina

Come si datano le scatole?

Non esiste un catalogo che permetta di datare con sicurezza le confezioni. Si riesce a farlo, in alcuni casi, in base ai soggetti ritratti oppure al materiale utilizzato per la realizzazione della stampa, della scatola e del fiammifero (o cerino) stesso. Per le scatole successive al 1895 lo si può fare attraverso le gabelle regie e le marche da bollo, introdotte alla fine del XIX secolo e causa della chiusura di numerose piccole fabbriche che non riuscivano a sostenere queste nuove tasse.

Qual è il valore economico delle scatole di fiammiferi?

Stiamo parlando di un collezionismo di nicchia, pertanto generalmente il valore economico non è elevato; il loro valore è soprattutto storico. Ci sono però alcuni pezzi più rari e ricercati di altri, per esempio gli album di fine Ottocento o inizio Novecento o le scatole integre di quell’epoca, quasi introvabili. Sono ambite anche le confezioni di fiammiferi di tipologie che esulano dai classici svedese o cerino, per esempio quelli antivento, pensati soprattutto ad uso militare; quelli a strappo, per i quali era stato inventato anche un apposito supporto; quelli da camera, candelette che venivano fissate nella scatola come fosse un portacandela, e molti altri (i minerva giganti, i fiammiferi da caminetto, i paraffinati in bossoli).

Qual è il pezzo che sogna di inserire nella sua collezione?

Vorrei una scatola di “bugies de poche”, antichi fiammiferi a forma di candelette tascabili che venivano utilizzati per illuminare le stanze, pezzo molto raro. Ma soprattutto, vorrei avere l’occasione di esporre parte della mia collezione al pubblico: sono sicuro che sarebbe un interessante viaggio attraverso i cambiamenti della società e dei costumi, oltre che nella storia del fiammifero. Mi piacerebbe anche incontrare altri appassionati di fillumenistica delle valli o confrontarmi con chi trova scatole di fiammiferi o album in cantine e soffitte. Sono un pezzo di storia che andrebbe conservato e valorizzato.

Monica Gabrielli

dentelin.eu
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