Le parole sotto l’ombrello

Dal numero di maggio dell’Avisio, la rubrica “Mondo Foresto”, a cura di Guido Bonsaver, professore di Storia della cultura italiana all’Università di Oxford.

 

Ci sono parole che usiamo ogni giorno senza mai chiederci se siamo tutti d’accordo sul loro significato. Sono termini generici, come “cultura”, “popolo”, “ambiente”. L’inglese ha inventato una bella espressione per definirle: umbrella word. E, cioè, le “parole ombrello”, che sono quelle sotto le quali ci possono stare più di una cosa. Come con gli ombrelli veri: ci può stare sotto una, due persone, oppure una col cane, oppure, se pensiamo a un ombrellone da spiaggia, ci può star sotto di tutto.

 

Ancora più complicato, quando due parole ombrello s’incontrano. Come con ”natura” e “cultura”, un incontro-scontro su cui gli intellettuali litigano da secoli. Quanto di quello che siamo è “natura”, e cioè un effetto del nostro codice genetico, o del volere del Cielo? E quanto di noi è “cultura” e cioè il frutto di quello che abbiamo imparato e assorbito da bambini? Quando ci dicono che ridiamo in maniera simile a nostra madre o a nostro padre, è perché quel suono fa parte della nostra eredità genetica o perché lo abbiamo copiato da bambini così come abbiamo imparato il dialetto o l’italiano invece di qualsiasi altra lingua nel mondo? E se siamo pigri, è perché siamo nati tali o perchè l’abbiamo imparato guardando chi ci stava attorno? Insomma, anche in questo caso ci accorgiamo di quanto poco sappiamo con certezza – noi singoli, così come la scienza. Su quest’ultimo punto aggiungerò solo una cosa: a tutt’oggi, nel ventunesimo secolo, non abbiamo ancora capito come funziona l’ombrello sotto cui stanno tutti i nostri pensieri, le nostre azioni, i nostri desideri: il cervello. Ebbene sì, ancora oggi la neurologia non ha prodotto un modello capace di spiegare integralmente le mille funzioni del nostro cervello: come si formano i pensieri, i calcoli mentali, come le sensazioni si mischiano ai ricordi per formare i sogni, di notte, e sviluppare le nostre capacità creative, di giorno. E anche qui abbiamo un contrasto tra natura e cultura, perché una persona religiosa direbbe che è l’anima a far funzionare il cervello, quella natura super-animale che Dio ci avrebbe donato, mentre un laico, partendo da Darwin, cerca di capire quali condizioni e quali stimoli abbiano fatto sì che un gruppo di scimmioni della savana africana – perché da lì veniamo, su questo la genetica non lascia dubbi – abbiano iniziato a sviluppare nuove forme di postura e di associazione che hanno fatto sì che, a poco a poco, si sviluppasse quello che oggi chiamiamo l’homo sapiens. E via con le ombrellate tra i difensori dell’uno e l’altro campo.

 

E nelle nostra parlate, ce ne sono di parole ombrello? Mah, così, al volo, a me ne viene in mente una. “Sani”. Sì, quest’unica parola con cui i valligiani (perlomeno in alta val di Fiemme) si salutavano sino un paio di generazioni fa. Senza sprecare fiato coi salamelecchi dell’italiano:

“Buongiorno, come stai?”

“Bene, grazie, e tu?”

“Anch’io tutto bene, grazie. Allora, buona giornata!”

“Buona giornata a te!”.

No, no. I montanari non avevano tempo e fiato da perdere:

“Sani”

“Sani!”

Fine della conversazione.

Sotto l’ombrello di quel “Sani” ci stavano un sacco di cose, spesso comunicate con uno sguardo: ironico, affettuoso, freddo o serioso, a seconda della circostanze. Era poi una dichiarazione e un augurio allo stesso tempo: “sono sano io”, “sei sano tu”, presumo, visto che mi stai venendo incontro camminando normalmente (non credo che uno dicesse “Sani” se l’altra persona ti veniva incontro reggendosi su una stampella; a quel punto si passava, immagino, a un “Com ela?”), e speriamo di rimanere sani in futuro. E chissà se in quell’augurio non ci fosse pure una connotazione moralistica: siamo “sani” nel senso che facciamo una vita sana, dal mangiar amleti e mauca all’essere buoni cristiani. Chissà.

Certo sarebbe bello se tornasse in voga questa forma di saluto. Visti i brutti tempi che corrono, sarebbe pure un bell’auspicio:

“Sani?”

“Sani!”

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