Le rondini, il turismo, e migrazioni varie

a cura di Guido Bonsaver

Tra le migliaia di specie animali la cui vita è regolata dalla migrazione, la rondine è considerata simbolo per eccellenza di questo fenomeno. Non ci vuole tanto a capirne il motivo. Al di là della bellezza dell’uccello – con quell’inconfondibile coda biforcuta e l’eleganza e la velocità con cui svetta sopra i tetti – la rondine è sinonimo del ritorno della primavera. La natura si risveglia dal sonno invernale, e l’arrivo delle rondini ne è un segnale spettacolare, emozionante.

Come tutti gli animali, la rondine migra alla ricerca di migliori condizioni di vita: il calore del sole, il cibo abbondante. Tutto ciò induce quest’uccellino dal peso di quindici, venti grammi, a involarsi per giorni e giorni, sorvolando mari e continenti, per andare a svernare nell’Africa meridionale. E, ogni anno, copre i dieci, dodicimila chilometri del percorso di ritorno, a seconda del paese europeo in cui torna a nidificare.

E noi umani, migravamo anche noi? Da migliaia di anni, ormai, il genero umano ha optato per una vita stanziale, iniziata, come insegnano gli antropologi, quando dalla vita nomade delle prime popolazioni preistoriche, si passò all’agricoltura stanziale, al possesso e allo sfruttamento della terra. L’ultimo scontro, micidiale, tra queste due culture avvenne quando una, due, cento navi cariche di coloni inglesi attraversarono l’Atlantico, e sbarcarono sulla costa nordamericana. Iniziò da lì la famosa Conquista del Far West. I coloni europei videro le immense praterie del Nord America come un’enorme risorsa naturale che aspettava il loro arrivo per essere sfruttata. Le popolazioni nomadi che le attraversavano seguendo l’alternarsi delle stagioni e i movimenti delle fonti di cibo – come le mandrie di bufali – non avevano i numeri né la tecnologia per fermare quest’invasione. E sappiamo come è andata. È stato più un genocidio che un’avventurosa, eroica storia di civilizzazione, come ci hanno raccontato tanti film Western.

I nativi americani avevano pure subito l’insulto di essere chiamati ‘Indiani’, non perché avessero niente a che vedere con l’India, no. Semplicemente, il nostro buon Cristoforo Colombo era convinto di aver scoperto una nuova via per l’India, e quindi una volta sbarcato avrà detto “eccoci in India, ecco gli indiani”. Lì per lì nessuno gli ha dato torto. E quando, una ventina d’anni dopo, un cartografo tedesco – Martin Waldseemüller – decise di correggere l’errore, coniò un nome basato sulle gesta di un altro esploratore italiano, il buon Amerigo Vespucci. Da qui la correzione: “Indiani d’America”. Come dice il detto, insomma: “la storia la scrivono i vincitori”.

Fassa Coop

Invasioni a parte, da migliaia d’anni ormai, la specie umana si è diffusa stanzialmente in ogni angolo del pianeta, e ha dimostrato eccezionali capacità d’adattamento. Vestiti adeguatamente, uomini e donne riescono a mettere radici in qualsiasi angolo della terra, dall’equatore ai poli. Migrare non è più un atto naturale, anche se non è del tutto sparito. Se il nomadismo è in via di estinzione, gli uomini ancora si muovono da un posto all’altro, ma lo fanno per due motivi: per necessità o per piacere.

La migrazione per necessità è la migrazione economica, e qui la rondine torna utile per riportarci alla realtà locale. Lo stemma del Comune di Predazzo, come sapete, vede in alto degli strumenti del lavoro edilizio e nella metà inferiore una rondine in volo. Sono simboli in ricordo della grande emigrazione, nella seconda metà dell’800, quando la crescita demografica portò disoccupazione e miseria. Furono in centinaia ad affidarsi a un piano del governo austro-ungarico per spostare manodopera verso zone dell’impero dov’era richiesta. E così finirono col lavorare in Transilvania, nella Romania settentrionale, e questa micro-diaspora fu commemorata nello stemma comunale.

Dorigoni

Oggi la migrazione dalle valli avviene prevalentemente per ragioni di studio. Fortunatamente il lavoro abbonda: il tasso di disoccupazione è bassissimo se paragonato al resto d’Italia. Nel 2023, ci dice l’ISTAT, il 7,8% della popolazione italiana in età di lavoro era disoccupato, con il picco della Campania con il 17,8%. Il Trentino Alto Adige batte tutti col 2.9%. Al di là dei problemi recenti – tra tempesta Vaia e Covid – il Trentino, così come le valli di Fiemme e Fassa sono territori di eccellenza, per qualità della vita e stabilità economica.

Quanto alla migrazione di piacere, questa, al giorno d’oggi si chiama Turismo. Ma non la si è sempre chiamata così. Quando io ero bambino, i turisti venivano ancora detti ‘i villeggianti’. Erano famiglie della media borghesia cittadina che fuggivano dai caldi estivi affittando appartamenti e case per tutto il mese di luglio e agosto. A Predazzo, allora c’erano pochi alberghi, e infatti l’espressione ‘villeggiante’ – così suggerisce l’enciclopedia Treccani – viene dal verbo ‘villeggiare’, definito come ‘vivere in villa, in una residenza padronale di campagna’. Non erano poche le famiglie predazzane che passavano l’estate arrangiandosi con dei letti di fortuna in soffitta, oppure usando le baite in alpeggio, per poter affittare le loro case ai villeggianti. Questo ci fa capire quanto questa ‘migrazione di piacere’, ogni estate, fosse basata su un differenziale di ricchezza che, solo cinquant’anni fa, era altissimo. Oggi, fortunatamente, le cose sono radicalmente cambiate. Il turismo non è più un lusso delle classi facoltose, e l’idea che a Predazzo qualcuno viva in soffitta per affittare la propria casa è solo un ricordo che riemerge nel ristrutturare un vecchio edificio.

Foto: fassa.com

Immobiliare Scorpion
Facebook
Twitter
WhatsApp
Email

Lascia un commento