L’importanza di essere autorevoli

Riccardo Felicetti, amministratore delegato del Pastificio Felicetti, si racconta. Da questa conversazione scopriamo quanto importante siano stati, per la sua formazione, i legami familiari, lo sport e anche la musica. Da questa chiacchierata abbiamo scoperto i valori e gli aspetti caratteriali poco noti di uno dei più importanti imprenditori del nostro territorio.

Quanti anni hai, Riccardo?

Ho 59 anni.

Quanta energia senti di avere ancora?

C’è un’energia che va oltre quella fisica: l’energia mentale, che ritengo fondamentale. Anche oggi, è essenziale mantenere alta questa energia a causa delle significative fluttuazioni di passione, emozione e stimoli. Ci sono giorni in cui preferiresti riflettere piuttosto che agire, ma la realtà ti spinge sempre a fare di più. La passione, da sola, a volte non basta e qui entrano in gioco la disciplina e l’allenamento mentale. Soprattutto quando non si è più soli ma si fa parte di un team, è necessario dare il proprio contributo, offrire una direzione, condividere idee e stabilire obiettivi, anche in presenza di un gruppo di manager competenti.

Come si mantiene una visione d’insieme?

La visione d’insieme non è qualcosa che si ottiene svegliandosi la mattina con un’epifania improvvisa. È fondamentale conoscere approfonditamente il settore in cui si opera.

Ti consideri particolarmente conoscitore del tuo settore?

Ho avuto la fortuna di capire presto l’importanza di valorizzare il mio territorio, nonostante l’abbia anche lasciato. Questo mi ha permesso di apprezzarlo ancora di più. Il nostro prodotto è distribuito in tutto il mondo, eppure le radici sono profondamente ancorate qui, nel nostro mondo, che rappresenta solo l’1-2% del nostro fatturato. Abbiamo imparato a comunicare e a specializzarci in mercati diversi, dai negozi di Tokyo ai ristoranti di New York, passando per la Germania e arrivando fino ai ristoranti tailandesi e olandesi. La capacità di osservare e di adattarsi è stata fondamentale, così come lo è stata la presenza di persone in azienda capaci di ascoltare e trasformare pensieri in realtà. Questo ha creato uno spirito di squadra solido, privo di invidie o rancori, dove le critiche costruttive sono ben accette.

E i conflitti?

I conflitti, se funzionali alla crescita, sono stati presenti ma mai protratti oltre l’orario di lavoro.

Hai affrontato dinamiche familiari nell’azienda. Come hai gestito queste situazioni?

Le dinamiche familiari e generazionali sono inevitabili, specialmente quando si confrontano l’entusiasmo giovanile e l’esperienza. Ho vissuto questi momenti, ma li abbiamo superati bene, grazie anche a una chiara divisione dei compiti tra me e i miei cugini. Credo che la capacità di superare tali dinamiche derivi principalmente dall’educazione e dalla consapevolezza che, con il cambiare delle condizioni aziendali e il raggiungimento di una certa età, è necessario fare spazio a nuove energie per non diventare un ostacolo allo sviluppo.

Come si è evoluta la gestione dell’azienda con il cambiare dei tempi?

Mio padre e i suoi cugini hanno avuto l’intelligenza e l’umiltà di riconoscere che il loro approccio al business, basato su relazioni personali e locali, stava diventando obsoleto. Ricordo un aneddoto con un cliente austriaco che evidenzia questo cambiamento: le trattative erano condotte principalmente attraverso il vino e la comunicazione non verbale. Tuttavia, l’arrivo di nuove generazioni, come il successore dell’importatore germanico che era astemio, simboleggiava la necessità di un salto qualitativo nella gestione commerciale, richiedendo competenze digitali e linguistiche.

Qual è il tuo approccio alla leadership generazionale?

A 59 anni, mi preparo a passare il testimone, cosciente che il passaggio generazionale debba essere gestito con attenzione. Nell’azienda c’è stata una transizione diretta da padre a figlio, con tutti i vantaggi e le sfide che ciò comporta. Oggi, le dimensioni dell’azienda permettono di inserire un filtro professionale tra la proprietà e la gestione, grazie al contributo di specialisti in vari settori. Questo aiuta le nuove generazioni non solo a capire il ruolo di manager ma anche a esercitare quello di proprietari, offrendo direzioni strategiche separate dalle quotidiane operazioni manageriali. È fondamentale imparare a gestire il peso del cognome all’interno dell’azienda, poiché ogni parola o azione può essere interpretata in modo diverso a seconda del ruolo che si ricopre.

Parliamo di disciplina, un tema che hai sollevato e che trovo molto interessante. Vedi un collegamento tra la disciplina derivante dalla tua passione e attività sportiva e quella applicata in azienda?

Assolutamente sì. La disciplina è cruciale per affrontare le sfide complesse. Oggi, il termine “disciplina” può sembrare desueto o addirittura sgradito, associato a concetti superati. Tuttavia, la disciplina nella vita personale, così come nello sport, è fondamentale per mantenere un alto livello di performance senza dover costantemente spingere al massimo.

E la resilienza?

La resilienza è diventata un concetto molto discusso, talvolta abusato. Nello sport, rappresenta la capacità di riprovare un gesto atletico centinaia di volte, sbagliando quasi sempre, fino a quando non si riesce a eseguirlo perfettamente. Questo costruisce un automatismo che permette di agire senza il peso della tensione emotiva. La disciplina, dunque, è essenziale in molteplici ambiti, dall’arrampicata su montagna fino alla musica.

Quindi, la musica ha avuto un ruolo nella tua formazione disciplinare?

Sì, viene prima ancora dello sport. Mia madre voleva che io e mio fratello suonassimo il pianoforte, un’attività che richiedeva di sacrificare ore di gioco per dedicarsi alla pratica musicale. Da bambino, la passione per la musica non c’era; è sorta solo più tardi, quando ho compreso che non avrebbe rappresentato il mio futuro. Analogamente, la disciplina nello sport mi ha insegnato l’importanza dell’allenamento costante, anche nelle condizioni più avverse, consapevole del suo valore e degli obiettivi da raggiungere.

Recentemente, si è parlato molto di Jannik Sinner e del suo percorso, che mette in luce l’importanza della disciplina. Qual è la tua opinione a riguardo?

Il caso di Sinner evidenzia come i risultati siano il frutto di disciplina, lavoro e impegno. Anche di fronte a difficoltà, come un torneo con numerosi doppi falli, la perseveranza e la pratica costante portano alla creazione di automatismi cruciali per il successo.

Quali aspetti di Sinner apprezzi di più?

Apprezzo due aspetti in particolare: la necessità di modelli positivi e il sostegno familiare che ha ricevuto. Oggi, l’educazione spesso si affida a entità esterne alla famiglia, come la scuola o le associazioni, ma esempi come Sinner dimostrano l’importanza del ruolo familiare. Allo stesso tempo, l’atteggiamento di alcuni genitori negli sport giovanili, troppo invasivi e critici, contrasta con l’approccio disciplinato e costruttivo necessario per la crescita nello sport.

Come vedi il cambiamento nel rapporto tra genitori e figli rispetto al passato?

Credo che la nostra generazione sia un ponte tra il modello patriarcale tradizionale e un approccio più aperto, dove si cerca di essere amici dei propri figli. Tuttavia, è fondamentale mantenere dei ruoli chiari, come evidenziato dall’allenatore di Sinner, Vagnozzi, che pur volendo bene a Jannik, non aspira a essere suo amico, mantenendo una distinzione tra affetto e ruolo professionale.

E nel contesto aziendale di famiglia, come gestisci il rapporto tra la sfera familiare e quella professionale?

Ho sempre cercato di separare il rapporto familiare da quello aziendale, anche se non è semplice. Con mio padre, ad esempio, ho avuto discussioni in cui, in qualità di socio, esprimevo disaccordi, mantenendo però un profondo rispetto per lui nella vita privata. Questa distinzione è vitale in un’azienda di famiglia, dove le personalità forti possono portare a divergenze ma anche a un arricchimento reciproco.

Puoi raccontarci dei progetti legati allo sport e al pastificio, in particolare sulla partnership con l’atletica nazionale?

Martino Vanzo

Abbiamo realizzato una partnership con l’atletica nazionale. Questo impegno nasce dalla convinzione che lo sport, oltre al suo valore fisico e competitivo, rappresenti un mezzo fondamen- tale per la socializzazione e per promuovere uno stile di vita sano, sia fisicamente che mentalmente. Il nostro sostegno allo sport riflette un profondo valore culturale.

Chi ha ideato lo slogan “Passione per i primi”?

Lo slogan “Passione per i primi” è stato creato da un’agenzia di Verona. Rappresenta l’essenzialità del nostro approccio, nato da un dialogo costruttivo con l’agenzia, che ha anche disegnato il packaging del nostro Monograno 18 anni fa. Questo design mira a riflettere la semplicità e la purezza dei nostri prodotti, in contrasto con il passato quando le confezioni erano molto più elaborate.

Come si collega questo con il sostegno allo sport?

Il nostro impegno nello sport parte dal desiderio di contribuire al benessere sociale locale, che si è esteso mano a mano che l’azienda cresceva. Sosteniamo discipline come il Biathlon, legate al nostro territorio e ai mercati esteri in cui operiamo. Ma il nostro interesse principale è nello sport giovanile, come il Comitato Trentino di sci e le squadre locali, dove l’obiettivo non è tanto il ritorno commerciale quanto il desiderio di restituire al territorio ciò che abbiamo ricevuto.

Qual è la tua visione dello sport e del suo valore educativo?

Il mondo dell’atletica, dal quale provengo, insegna la disciplina e l’importanza della solitudine nello sforzo, evidenziando che, nonostante lo sport sia un’attività di squadra, nel momento della prestazione sei solo con te stesso. Credo che sia fondamentale sostenere i giovani in questo percorso, non per la gloria immediata ma per costruire una passione che li porti al successo nel lungo termine. Il modello sportivo italiano, che basa i finanziamenti sulle prestazioni piuttosto che sulla crescita, a mio avviso, necessita di un cambiamento. Il nostro impegno iniziato con il manager di Sinner nel 2018 riflette questa visione.

Riguardo al tentativo di collaborazione con Jannik Sinner, puoi raccontarci come è andata?

Abbiamo esplorato l’opportunità di supportare Sinner, ma già all’epoca la sua categoria commerciale era coperta, presumibilmente da un’azienda ben nota.

Qual è la tua visione dell’allenamento e dell’educazione nello sport?

Per me, l’importante non è solo allenare il fisico ma integrare mente e corpo in un’armonia che permetta di eccellere. Troppa disciplina può limitare la creatività necessaria per momenti di genialità sportiva. Lo sport può formare individui di grande valore anche al di fuori dell’arena atletica, insegnando lezioni di vita come la consapevolezza dei propri limiti.

Hai avuto esperienze personali che riflettono questa filosofia?

Sì, il mio allenatore ed educatore di gioventù mi insegnò l’importanza di riconoscere i propri limiti, una lezione preziosa che mi ha aiutato a evitare scelte dannose. Questa chiarezza mi ha permesso di concentrarmi su altri ambiti in cui potevo eccellere, un approccio che apprezzo e rispetto profondamente.

Credi che ci sia stata un’evoluzione nel carattere dei giovani oggi?

Noto che i giovani di oggi sono più preparati e competenti, ma sembrano mancare di carattere a causa di una minore esposizione a sfide significative. Questo non significa che debbano soffrire, ma affrontare le difficoltà è parte integrante della crescita. È fondamentale imparare a gestire le situazioni difficili, proprio come si fa nello sport con una palla corta: se non sai come affrontarla, sei destinato a perdere.

Spesso si dice che l’artista dà il meglio di sé nei momenti di difficoltà. C’è chi ironizza su questo aspetto, ma non sempre è così semplice, vero?

Effettivamente, uscire dalla propria zona di comfort porta a confrontarsi con l’inaspettato. Tuttavia, non è detto che questa zona sia l’ideale da cui non muoversi. Certo, non tutti riescono a superare le difficoltà, ma non è necessario che tutti diventino imprenditori o campioni in un determinato campo. Si può condurre una vita pienamente soddisfacente anche seguendo percorsi più ordinari.

Quindi, pensi che ci sia un problema con l’attuale mentalità che sottolinea eccessivamente il successo e la fatica?

Assolutamente. Oggi sembra esserci questa convinzione che si debba essere sempre i migliori, una sorta di arroganza, e che il successo arrivi solo con grande fatica. Questo approccio è problematico. Ad esempio, quando sento giovani dire di essere gli unici a lavorare tra i loro amici, mi interrogo sulle attività degli altri. Alcuni studiano, altri fanno un master o viaggiano, vivendo esperienze diverse. Questo mi fa pensare che ci sia una ricerca della felicità che, invece di aggiungere valore alle conquiste delle generazioni precedenti, tende a svalutarle. È una questione sociale e sociologica che merita attenzione, perché in questo momento si sta creando disvalore.

Quindi, c’è una sorta di crisi dei valori?

Esatto. Siamo influenzati da una cultura che ha rifiutato le tradizionali strutture familiari e l’autorità senza, però, riuscire a sostituirla con autorevolezza. C’è il bisogno di trasformare l’autorità in autorevolezza, un processo che richiede tempo e riflessione. Ma come si costruisce autorevolezza in un contesto dove prevalgono l’uguaglianza assoluta e la mancanza di basi solide? Senza competenza e pratica, è difficile. La mia visione è stata influenzata dalle esperienze personali più che dai grandi capitali, dimostrando che il percorso individuale ha un impatto significativo sulla nostra capacità di diventare figure di riferimento.

Molti, non solo i giovani, sembrano essere influenzati dagli influencer oggi. Cosa ne pensi?

Sì, è un fenomeno interessante. Gli influencer, nonostante non abbiano necessariamente competenze specifiche, riescono ad acquisire una credibilità che altri canali della società civile faticano a ottenere. È più facile attrarre con un’immagine che con la profondità di un libro.

Qual è l’ultimo libro che hai letto?

Attualmente sto leggendo un libro sull’organizzazione aziendale di Olivetti. Nonostante le mie critiche verso alcuni aspetti del loro impegno sociale, trovo l’argomento molto stimolante.

E l’ultimo film?

Ho visto “C’è ancora domani” in aereo, tornando dagli Stati Uniti. Nonostante le mie riserve iniziali, mi è piaciuto molto, soprattutto per il modo in cui affronta alcuni temi attuali.

Che musica stai ascoltando in questo periodo?

Ultimamente ascolto spesso “Songs for Beginners” di Graham Nash. Una canzone in particolare, “One Dead Bird”, mi ricorda l’importanza di avere un sano egoismo e di imparare ad amare se stessi prima di poter amare gli altri.

Cosa ti trovi a mangiare più spesso?

Mangio molto spesso pasta, sia per piacere personale sia per professione. Di solito la consumo a pranzo, dato che le cene a casa tendono ad essere più leggere. La pasta è per me fonte di divertimento e esplorazione.

Guido Brigadoi

Foto: Dalpozzolo

Martino Vanzo
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