Lino, il testimone di Valfredda

Pubblicato nel 2007

Lo trovi in ogni stagione al rifugio Flora Alpina, sul confine tra la Valle di Fassa e il Biois. Lino De Pellegrini, conosciuto da tutti come “Lino di Valfredda”, è uno degli ultimi testimoni della montagna. In particolare di quella “sua terra” che dal passo S. Pellegrino scende verso Falcade. Terra che è stata luogo di contrabbandieri, fronte di guerra, ma anche punto d’incontro, di comunicazione.

Lino, classe 1940, fa parte di quella generazione che ha visto intorno a sé il mondo mutare in maniera troppo rapida. Non si è tirato indietro alle novità ma è stato capace di non rinunciare alle sue radici di “montanaro”. Lo vedi dalla sua immancabile camicia a scacchi, dai suoi scarponi. Lo percepisci dalla sua stretta di mano, una vera morsa d’acciaio che stritola la tua. Lo avverti dal suo modo di ascoltarti silenzioso e attento come un elfo. La conferma, poi, viene dal suo sguardo che ti scruta incuriosito, dai suoi silenzi e dalle poche parole pronunciate solo se ce n’è bisogno. Ma se vinci la sua naturale riservatezza hai come ricompensa uno spaccato della vita di montagna che pochi conoscono.

Il viaggio a ritroso parte necessariamente dalle mani callose che raramente hanno riposato, dalle spalle capaci di sostenere pesi impossibili, dal viso bruciato dal sole. La sua prima palestra è stata la Valfredda che s’inerpica verso pian de la Schita e la sella di Forca Rossa. Fino al 1959 era la sua zona di fienagione rigorosamente con la falce. «Partivamo – racconta Lino – alle tre del mattino da Falcade alto con il cavallo e il mulo. Se il tempo ci assisteva, riuscivamo a fare tre viaggi ma si arrivava a casa che era notte».

Lavoro duro e ricompensa magra, così Lino si improvvisa muratore. Con la ditta Vanzo va a lavorare all’Alpe di Siusi dove si costruivano alberghi e rifugi. Qui non impara solo l’arte del filo a piombo e della cazzuola ma comincia a fiutare quale sarà il futuro nelle Dolomiti. Torna di tanto in tanto a casa seguendo la Val Duron e di qui Alba, Contrin e per il passo delle Cirelle fino alla verde Valfredda. Famosa una sua deviazione fino a Punta Penia, la vetta più alta della Marmolada, solo per il gusto di vedere l’alba dalla Regina delle Dolomiti. Conclusi i lavori a Siusi lo invitano a lavorare a Bibione. Ci sta sei mesi poi torna indietro. Il mare non fa per lui, troppo piatto, troppo caldo. La domenica la impegnava a percorrere a piedi chilometri di spiaggia indossando braghe alla zuava, scarponi e calzettoni di lana da cui non si separava mai.

Ma, a questo punto, è pronto per la sua avventura. Sa come ristrutturare case e la Val Gardena gli ha insegnato ad avvicinarsi al turismo che, come un vento impetuoso, sta per soffiare sulle Dolomiti. Si fa consegnare dal padre il Cason del Bastian Fassan, la baita costruita dal nonno paterno ricordato come grande carpentiere. Qui realizza l’embrione di quello che sarà il prossimo rifugio Flora Alpina. I suoi primi clienti, nell’inverno del 1963, sono i tedeschi che arrivano fino alla baita di legno sulla slitta trainata da cavalli. In estate, invece sono veneti, milanesi e romagnoli a godere dell’ospitalità schietta di questo montanaro trasformato imprenditore.

Il padre Costante (di nome e di fatto) inorridisce quando arrivando nella selvaggia Valfredda trova donzelle in pantaloncini corti occupate a prendere il sole. «Tu vuoi trasformare la Valfedda in un luogo di perdizione», lo apostrofa il genitore che non si raccapezza più delle trasformazioni così repentine a cui è soggetta la montagna. Il rifugio si ingrandisce. Nel 1970 la pensione completa in questo paradiso costa 3.200 lire, vale a dire neanche due euro di oggi.

Non si può parlare con Lino di Valfredda se non si fa cenno allo sci. Chi lo ha visto sciare in neve fresca rimane sbalordito dalla leggerezza con cui scende anche sulle nevi più difficili. Ci mette la precisione di un orologiaio svizzero a dipingere le curve che devono essere assolutamente perfette. È già successo che, insoddisfatto della traccia lasciata sul manto bianco, abbia rimesso le pelli di foca per risalire la china e creare una nuova scia che correggesse le sbavature della prima.

Per Lino sciare non è uno sport, ma un’arte. Un’arte imparata da piccolo con sci di frassino con cui si recava a scuola. A quel tempo, non si conoscevano le pelli di foca e il ragazzino si attrezzava con filo spinato e pezzi di cuoio per aumentare l’attrito e non scivolare all’indietro. Fu soltanto quando incominciò a frequentare l’Alpe di Siusi che si attrezzò con sci e pelli di foca con cui tornava a Falcade attraversando tutte le montagne. Fu proprio dalla passione dello sci che nacque la Pizolada, classica gara di scialpinismo che parte proprio dal rifugio Flora Alpina. È lui che prima della gara scrive e sigilla in busta il tempo ottimale del percorso degli escursionisti, quelli che non vogliono confrontarsi con un inflessibile cronometro ma con i ritmi assennati di un montanaro.

Gilberto Bonani

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