Luca Guadagnini: il futuro degli impianti è “bianco”

Lo scorso settembre l’Assemblea Nazionale di Anef ha rinnovato le cariche del consiglio confermando Valeria Ghezzi degli impianti di San Martino di Castrozza alla presidenza e Luca Guadagnini della SIT di Bellamonte, già Presidente della sezione trentina di Anef, come membro del Consiglio generale.

In un momento così difficile per il settore, è importante poter sentire l’opinione di un rappresentate dell’Associazione sui problemi che sono all’ordine del giorno e che i telegiornali ci ricordano spesso, per capire soprattutto a cosa stiamo andando incontro.

Cosa significa essere Presidente di Anef Trentino?

“È un onore e responsabilità. Ho assunto la presidenza poco prima della pandemia ed è stato un bel banco di prova. È stata un’esperienza che ci ha insegnato tanto e per la quale ci siamo presi responsabilità importanti. Abbiamo remato tutti dalla stessa parte – dalla politica a Trentino Marketing – e siamo riusciti a traghettare gli impianti della provincia oltre due stagioni difficilissime, la prima con una totale chiusura e la seconda con le difficoltà del green pass e dei distanziamenti”.

Gli impiantisti trentini hanno esigenze e problemi diversi dagli altri?

“In linea di massima più o meno viviamo le stesse realtà. Noi ci rapportiamo con gli uffici di Trento e, in quanto provincia autonoma, abbiamo un nostro servizio impianti a fune mentre le regioni a statuto ordinario devono fare riferimento a Roma. Rispetto ad altre regioni, forse, su di noi c’è ancora una maggiore responsabilità di essere la locomotiva di tutta la filiera del turismo invernale. Proprio per questo senso del dovere verso i territori e le comunità locali, né ora né mai ci ha sfiorato l’idea di ridurre o sospendere il servizio. Sappiamo che dalle nostre decisioni dipende il futuro di moltissime famiglie”.

Natale è andato. Chi doveva arrivare, è arrivato. Lei ha l’impressione che, dal 7 gennaio in avanti, gli stranieri salveranno la stagione colmando i vuoti che probabilmente verranno lasciati dagli italiani?

“I mercati di riferimento, sia per Fiemme che per Fassa, sono ancora principalmente Polonia e Repubblica Ceca. Da loro abbiamo avuto un ottimo riscontro sia nel pre-stagione, con numeri leggermente superiori al periodo precedente alla pandemia, che nella bassa stagione, durante la quale occupano gran parte dei posti letto”. Del resto, in questi paesi c’è una grande voglia di sci ancora da soddisfare, dato che l’inverno scorso i loro appassionati erano ancora costretti a casa dalle code della pandemia. “Il mercato italiano è più difficile da leggere perché moltissimi hanno l’abitudine di riservare le camere all’ultimo momento. Al contrario le prenotazioni in arrivo dai paesi dell’Est sono mediate dalle agenzie e quindi abbiamo già delle certezze. Se il meteo ci darà una mano, possiamo immaginare che possa essere una buona stagione. A parità di presenze, pensando che il biglietto è aumentato 10% ma che le spese sono aumentate molto di più, possiamo prevedere che i bilanci saranno meno soddisfacenti e che saremo costretti a diluire nel tempo i nostri programmi di sviluppo”.

Una parte dell’Italia alpina punta al turismo di prossimità. Molti amanti dello sci preferiranno uscite mordi e fuggi senza pernottamento ai classici weekend lunghi o alle settimane bianche. In Fiemme arrivano gli sciatori di giornata?

“Si. Oltre ai trentini e agli altoatesini che sono il nostro riferimento abituale, abbiamo rapporti con molti sci club della Pianura Padana che ci raggiungono in giornata: vengono in pullman in gruppi da cinquanta, fanno un corso collettivo e tornano. Approfittano della nostra ottima viabilità. L’Autostrada del Brennero ci rende appetibili non solo per i veronesi, mantovani e bresciani ma anche per i modenesi e per chiunque rimanga entro le due ore e mezzo di strada”.

Chiudiamo con una domanda sulla questione della sostenibilità. È stato pubblicato di recente un preoccupante studio dell’Università Cà Foscari di Venezia e di altri enti di ricerca promosso dalle Nazioni Unite, per quanto vada preso come sempre con le pinze. Si dice che nel 2036 non ci saranno più le condizioni per sciare sulle Dolomiti, in buona parte del Tirolo e dell’Engadina. L’impiantista che ha la responsabilità della filiera turistica e mutui con ammortamenti pluridecennali ha il modo di programmare le sue attività sul lungo termine? In altre parole, voi vi state già ponendo il problema?

“L’imprenditore, in quanto tale, deve essere ottimista. È la sua natura. Anche in passato non è nevicato – accadeva anche negli anni ’70 – e abbiamo visto invece quanta neve sia arrivata nell’anno del Covid. Quest’anno siamo partiti col piede giusto: Pampeago ha aperto il 26 novembre e tutte le altre stazioni hanno aperto il 3 dicembre, come negli anni migliori. Non riuscivamo ad anticipare le date in questo modo da tempo. Tutto sommato, non voglio dire che non ci preoccupiamo del futuro ma con l’efficientamento degli impianti e i bacini di accumulo dell’acqua in quota e con le nuove tecnologie dei cannoni che avranno performance sempre migliori riusciremo a farcela ancora per tanto tempo”. Anzi, già da quest’anno si prova a far ricadere sul territorio qualche novità positiva: “per una nostra iniziativa (e non del Dolomiti Superski, ndr) quest’inverno daremo gratuitamente uno stagionale a tutti i bambini sotto i dieci anni che così potranno andare a sciare senza spendere alcunché. Fino allo scorso anno dovevano essere accompagnati da un adulto pagante”.

Enrico Maria Corno

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