Ma tu, che lavoro fai?

Buona parte delle professioni più richieste oggi, fino a cinque o dieci anni fa non esistevano, così come si stima siano attualmente inesistenti quelle che saranno le future occupazioni del 65% dei bambini di oggi.

I fattori che stanno giocando un ruolo centrale in questa trasformazione inarrestabile sono l’incessante sviluppo di nuove tecnologie e l’attenzione crescente alle tematiche della sostenibilità, senza dimenticare che lo stato d’emergenza sanitaria che ha attraversato il mondo negli ultimi due anni ha drasticamente accelerato una serie di cambiamenti, segnando la fine di alcune professioni e l’avvento di altre, portando a una visione del lavoro più flessibile con l’incremento dello smart working, ma anche alla necessità di reinventarsi per fornire una risposta adeguata alla crescente richiesta di servizi spesso totalmente inesistenti nell’epoca pre-Covid.

In questo inarrestabile processo di trasformazione, non altrettanto rapida appare la nostra capacità di comprendere la sfera d’azione e il reale valore di buona parte di queste professioni emergenti, tanto che il sentirsi porre la fatidica domanda Si, ma tu che lavoro fai per vivere?” sembra essere il vero fil rouge che accomuna chi, queste nuove professioni le svolge quotidianamente.

E’ il caso ad esempio delle figure professionali legate al mondo dei social come ad esempio i social media manager, social media specialist, social media strategist, community manager ma anche copywriter, content creator, video editor e graphic designer. Nonostante siano in costante aumento le aziende in Italia e ancor più all’estero, a ricercare figure specializzate nella complessa gestione della comunicazione attraverso le piattaforme social, sono ancora in molti a non considerare questi come reali lavori quanto semmai hobby o passioni con i quali arrotondare a fine mese.

Alla base di questa errata percezione è possibile ci sia la mancanza di un percorso formativo unico e ben definito, in sostanza la mancanza di una “riconoscibilità”, di una certificazione. Nonostante, negli ultimi anni, l’offerta formativa sia aumentata esponenzialmente, chi desidera entrare a far parte di questo settore, si trova ancora davanti a una difficile valutazione tra master universitari, corsi di perfezionamento virtuali, seminari e piattaforme online sperimentali.

La verità è che professioni come il social media manager, oltre a una preparazione specifica e tecnica su come gestire le varie piattaforme, richiedono una serie di competenze trasversali, come creatività, capacità di analisi, una buona conoscenza delle scienze della comunicazione, del marketing, ma anche di sociologia e psicologia: tutte competenze che difficilmente possono essere sviluppate con un unico percorso formativo. Si tratta perciò di una professione più complessa di quanto ci si possa immaginare poiché non si tratta di fare video e scattare foto a casaccio con una bella didascalia, ma di produrre i contenuti più efficaci per raggiungere l’obiettivo che ci si è posto, come coinvolgere il proprio target oppure vendere più prodotti.

A fortificare l’errata percezione di queste professioni contribuisce anche la scarsa informazione in merito alla retribuzione media di chi le svolge, per questo molti pensano si tratti di lavori che non permettano di arrivare a fine mese. In generale possiamo dire che un social media manager dipendente può guadagnare uno stipendio che parte dagli 800 euro per arrivare anche ai 2500 euro mensili. Una forbice ampia, che varia non solo in base ai compiti ma anche al livello di esperienza e di anzianità. Per un professionista freelance, lavorando per diversi clienti, si parla in linea di massima di una retribuzione oraria di circa 40/50 euro.

Ma le professioni e le possibilità di guadagno attraverso i social sono molte e incredibilmente diverse tra loro. Silvia Conotter, ad esempio, giornalista e professionista di marketing del territorio, è l’ideatrice de “Il Trentino Alto Adige dei bambini” progetto creato nel 2013 che nel giro di pochi anni è diventato il punto di riferimento per le famiglie che vogliono scoprire le tante opportunità che la regione offre riunendo in un solo sito tutte le informazioni necessarie. Con una pagina facebook seguita da oltre 100mila persone in tutta Italia Silvia ha inoltre contribuito a far conoscere e a far crescere molte piccole realtà turistiche del territorio e il successo è stato tale che ne sono seguite due guide stampate, nove edizioni della fiera omonima e una trasmissione TV di grande successo.

Se l’errata percezione delle nuove professioni del web e dei social può essere causata dalla loro comparsa piuttosto recente, sicuramente di altra natura saranno le ragioni per le quali anche le tante professioni legate al mondo dell’arte in Italia vengono spesso considerate “lavoretti” o poco più di un hobby. Se sei un musicista e lavori in Italia non è facile infatti presentarsi a uno sconosciuto, poco importa che uno si occupi di musica classica o leggera, che uno sia compositore, cantautore o primo flauto alla Scala, la domanda che seguirà sarà sempre Sì, ma per vivere che lavoro fai?” Nell’immaginario collettivo italiano la parola musicista o cantante infatti, non viene collegata ad anni di studio, sacrifici, pesanti investimenti per la strumentazione di base o al lungo percorso di apprendimento.

Lo conferma anche Roberto Silvagni, insegnante di flauto e musica d’insieme, oggi direttore della scuola musicale Il Pentagramma di Tesero. “Se la musica nei licei, salvo qualche eccezione, è assente e nelle scuole elementari e medie viene studiata sempre meno, usata come ora cuscinetto per far svagare gli studenti, significa che lo stesso sistema educativo la considera meno importante di qualunque altra materia, determinando la futura concezione che ne avranno gli studenti al loro ingresso nella società. Diversa la situazione in altri paesi europei come la Germania dove la musica viene insegnata fin dalla scuola materna, dedicandole tempo e un programma adeguato. Lo studio della musica prosegue per tutta la durata della scuola dell’obbligo con più ore settimanali e alla pari delle altre materie; è normale quindi che anche la percezione dei lavori nel settore musicale sia completamente diversa, così come la possibilità di intraprendere una carriera in questo settore.”

Ciononostante la regione in cui viviamo, così come la stessa val di Fiemme, offrono più opportunità di quanto si pensi – lo afferma Damiana Dellantonio, originaria di Panchià, cantante jazz e insegnante di canto moderno presso la scuola musicale Il Pentagramma di Tesero. “Quando mi presento come cantante tutti mi chiedono cosa faccio per vivere, ma la verità è che se prendi questa professione seriamente, studiando e impegnandoti al massimo, vivere di musica è possibile anche qui in Trentino”.

Non è diverso per la danza. Angela Deflorian, insegnante di danza classica presso la Scuola Centro Danza Tesero 2000 afferma: “Insegno in questa scuola da molti anni e ho avuto la soddisfazione di vedere più di un allievo proseguire con l’accademia per poi entrare in una compagnia. Per me la scuola è sempre stato un lavoro a tempo pieno, visto l’impegno che l’insegnamento richiede, ma sono ancora in molti in valle a pensare che per me si tratti di un lavoretto.”

Il blocco totale di tutte le professioni legate al mondo dell’arte e in particolare del teatro, del cinema e della musica a causa delle restrizioni dovute all’emergenza sanitaria ha stimolato infine un’accesa discussione proprio in merito al reale valore di tutte le professioni artistiche. Se è globalmente condivisa l’assoluta importanza delle professioni legate al mondo della sanità, dalle quali dipende la nostra sopravvivenza fisica, dovrebbe essere ugualmente importante riconoscere che la natura umana, che non è fatta di sola carne e ossa, ha bisogno di altrettante attenzioni e “cure” per la parte più intima e “invisibile, quella mentale, emozionale e spirituale. La parte che troppo spesso viene negata in favore di un pensiero che insegna che ci sono lavori importanti e altri che non lo sono.

In verità, ripensando proprio ai difficili mesi di lockdown durante i quali siamo stati costretti a restare chiusi in casa, isolati e spesso circondati solo dalle nostre paure, proprio quei professionisti comunemente considerati “meno importanti” o “non indispensabili”, hanno rappresentato la nostra salvezza. Che cosa sarebbe stato il nostro lockdown se non avessimo potuto guardare film, serie TV, leggere libri, guardare video e gallerie di immagini, ascoltare musica, seguire corsi o eventi online? Tutto questo e molto altro è frutto proprio di quelle professioni che consideriamo meno importanti. Quelli che vengono ancora considerati “lavoretti” hanno dietro anni di sacrifici, di discriminazioni del “non lavoro”, anni di messa in gioco con tutte le difficoltà di una partita IVA.

Forse dietro alla nostra limitata percezione del reale valore di certe professioni c’è una concezione ancora troppo primitiva del concetto stesso di lavoro al quale siamo culturalmente abituati ad associare l’idea di “fare per sopravvivere” piuttosto che del “fare per crescere” o del “fare per migliorare ed evolvere”.

Forse è tempo che la rapida evoluzione del mondo del lavoro venga accompagnata da un’altrettanto rapida evoluzione del concetto stesso di lavoro, evitando banali paragoni tra professioni e stimolando invece una profonda riflessione in merito a come le varie forme d’arte possano arricchire sensibilmente le nostre vite permettendo una crescita culturale, emozionale e spirituale che è altrettanto indispensabile per una vita felice e in salute.

Leonilde Sommavilla

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