Caro Giulio, si direbbe che sei insaziabile. Sempre alla ricerca di conoscenza. Ma da dove arriva questo tuo ardore, che a con più di 80 anni brucia ancora come quando, da bambini, ci si mangia l’asfalto sotto i piedi?
«Sono sempre stato così, con la voglia di imparare. Sono nato nel ‘44, in piena Seconda guerra mondiale, quando l’Italia era spaccata in due: a sud c’era il Regno del Sud, a nord la Repubblica Sociale Italiana sotto controllo fascista. Sono cresciuto in un contesto umile, ma che mi ha sempre spronato a pensare in grande. Avevo una mamma coraggiosa, che mi ha sempre supportato. Una vera e propria madrina di guerra, come quelle donne che durante la guerra offrivano sostegno ai soldati al fronte. Mio padre, bresciano, non l’ho mai conosciuto: fu richiamato al fronte proprio mentre io venivo al mondo. Mia madre – di origini tedesche, ma con radici profonde a Cavalese – decise di tornare in Val di Fiemme per partorire e per farmi crescere con la nonna materna. Dopo la mia nascita, ogni tentativo di riavvicinarsi a Brescia fallì. Da allora siamo rimasti sempre qui, nella nostra amata valle. È anche per questo che non riesco a stare lontano da questi luoghi per più di qualche giorno. Il legame con la mia terra e con gli affetti è troppo forte.»
Qual è l’eredità più preziosa che ti hanno lasciato tua madre e tua nonna?
«Crescendo accanto a due donne forti, indipendenti e – per quei tempi – sorprendentemente colte, ho imparato una lezione fondamentale: nella vita non bisogna accontentarsi di cercare uno stipendio, ma puntare alla dignità di una vera professionalità. Andavo bene a scuola, e questo veniva notato. In casa, come tra gli insegnanti, trovai sempre qualcuno che credeva in me. Mi incoraggiavano a seguire un percorso che, all’epoca, sembrava quasi impossibile per un ragazzo della mia estrazione. Dopo le elementari frequentai il corso di avviamento al lavoro: una scuola pratica, che anticipava le medie. Lì si imparava davvero di tutto – dalla contabilità alla stenografia, dalla dattilografia al modo corretto di trattare con una cambiale.
Poi vennero le medie, che però erano a pagamento. Riuscii a entrare per merito, superando gli esami di ammissione, ma per sostenere le spese iniziai subito a lavorare durante l’estate. Fu proprio allora, nell’estate del 1957, che incontrai per la prima volta il legno. Avevo 13 anni e lavoravo in una vecchia segheria vicino alla cascata. Ogni giorno scendevo a piedi da Cavalese e tornavo la sera, stanco dopo dieci ore passate a preparare legna per le cassette della frutta. Noi boce portavamo le stecche alle cabiére – quasi tutte donne – che inchiodavano le cassettine. Lo feci per tre estati. Una volta, addirittura, la ditta fallì e lavorai tutta l’estate senza ricevere nemmeno una lira. Ora ci sorrido, ma allora fu un duro colpo.
Riuscii comunque a concludere le medie, grazie a un gesto di straordinaria generosità. Una professoressa di latino e greco – presso la quale mia madre lavorava come donna delle pulizie – vide in me del potenziale e decise di pagare di tasca propria il mio ultimo anno. Lo conclusi con ottimi risultati. Anche il preside, Josef Mauer, figura colta e raffinata, traduttore di Schiller in italiano, apprezzò il mio impegno. Fu lui a sostenere con forza che meritavo di continuare a studiare, specialmente in materie come matematica, latino e greco. Fu anche lui a convincere mia madre a riallacciare i contatti con mio padre per chiedere un aiuto economico. Ma, purtroppo, quel sostegno non arrivò mai.
Hai rimorsi per non aver proseguito gli studi?
«In realtà no, non ho rimpianti. Né porto rancore verso mio padre. Il periodo era difficile per tutti, e giudicare oggi con gli occhi del presente sarebbe ingiusto. A conti fatti, sono grato a mia madre per avermi sempre sostenuto, non solo come madre, ma come guida silenziosa e tenace. Fu lei, alla fine delle medie, a cercare per me non un semplice lavoro, ma un luogo dove potessi imparare davvero. E così, per una fortunata coincidenza, approdai nel 1959 alla fabbrica dei Borelli, dove si realizzavano i macachetti, i tipici souvenir in legno. Tra una zipola e l’altra, è lì che nacque il mio amore per il legno. Furono anni fondamentali. Di giorno lavoravo, e la sera mi rifugiavo nelle botteghe ad affinare la tecnica. Grazie a quella rete di maestri – Zanon, Anders Jr., Insam, Mussner – imparai non solo l’artigianato, ma anche la dedizione. E proprio lì, da Borelli, presero forma due degli incontri più importanti della mia vita: con Piergiorgio Girardi, con cui avrei condiviso quasi vent’anni di sodalizio artistico, e con Eleonora, la mia Eli, che sarebbe diventata la mia compagna di vita. Lavoravamo in reparti diversi – lei dipingeva, io scolpivo – ma in quel luogo pieno di segatura e colori, nacquero sogni che ci avrebbero accompagnato per sempre. La nostra era una piccola famiglia artistica, cresciuta in un’epoca in cui il turismo era ancora attento alla bellezza e alla memoria. Da lì, nel 1970, io e Piergiorgio decidemmo di aprire la nostra bottega: “La Bottega del Legno Girardi & Fontana”, che sarebbe diventata una tappa significativa nel mio cammino di uomo e di artista.»
Da soli e autonomi: qual era il vostro sogno imprenditoriale?
“All’inizio, il sogno era semplice: camminare con le nostre gambe. Desideravamo libertà, indipendenza, e la possibilità di costruire qualcosa che ci appartenesse davvero. Poi accadde qualcosa che cambiò la rotta: l’incontro con l’architetto Dario Dezulian (1927–1976), figura colta e visionaria, che ci prese per mano e ci mostrò una nuova prospettiva sull’artigianato.
Fu lui ad aprirci gli occhi sull’importanza della ricerca, della contaminazione tra linguaggi diversi, del dialogo con culture lontane. Dai soldatini ispirati alla tradizione iberica alle sculture zoomorfe nordiche, dalle carte decorate dei Carpazi agli esperimenti di materia e forma… grazie a Dezulian capimmo che il nostro lavoro poteva essere qualcosa di più di un souvenir: poteva parlare, raccontare, evocare. Ma quel fermento creativo, purtroppo, non fu accolto con lo stesso entusiasmo dal contesto in cui ci trovavamo. La nostra bottega non riuscì a trovare uno spazio realmente fertile per innovare. E così, tra il peso della produzione industriale e la crescente standardizzazione del mercato, cominciarono a emergere anche differenze di visione tra me e Piergiorgio. Senza rancore, ma con lucidità, capimmo che le nostre strade dovevano dividersi. Restammo amici, uniti da un rispetto sincero.
Fu allora, nel 1987, che nacque “I Legni del Picchio”, l’impresa fondata insieme a Eleonora. Una scelta familiare e coraggiosa, in cui trovò spazio anche nostro figlio Luigi, che nel tempo portò nuova linfa al nostro lavoro. Per diciotto anni fu un periodo di grande vitalità: i visitatori erano ancora curiosi, attenti, pronti a riconoscere valore all’autenticità. Poi anche il turismo cambiò. Divenne più rapido, più distratto, più attratto dal consumo che dalla scoperta. E così, insieme al tempo, anche l’artigianato vero cominciò a sbiadire, come una traccia lasciata nel legno che pian piano si dissolve.»
E il presente? Hai messo in pensione attrezzi e creatività?
«Tutt’altro. Oggi, paradossalmente, mi diverto più di prima. Creo solo quello che sento, per chi sa ascoltare. La nostra casa è diventata un piccolo museo del cuore: uno spazio vivo, aperto a chi ha voglia di scoprire un mondo fatto di legno, colore e storie vere. Non ho mai smesso di lasciarmi ispirare. Ancora oggi guardo all’arte europea del Novecento con occhi pieni di meraviglia: il simbolismo, la grafica, i paesaggi, la scultura. Ogni mio pezzo nasce lentamente, con pazienza, sempre a mano e sempre col cuore. In cambio ricevo qualcosa di immenso: l’ascolto, lo stupore, la gratitudine silenziosa di chi sa vedere oltre l’oggetto. Per me, la vita somiglia a un’opera d’arte: non si finisce mai davvero, finché c’è qualcosa da dire, da scolpire, da amare. Ogni mia creazione racchiude una piccola porzione di me – un pensiero, una memoria, un’emozione – come se il tempo si fermasse per un attimo, nascosto tra le venature del legno. Finché avrò occhi per osservare, mani per modellare e un cuore capace di emozionarsi, continuerò a cercare quella pennellata finale che, per fortuna, non arriva mai. Perché ogni giorno è un nuovo sogno. E io, finché sogno, sono vivo.»
Giovanna Bazzanella
Foto: Pierluigi Orler






