“Questo è vero amore”

Pubblicato nel 2016

Arrampicata sportiva, ferrate, torrentismo e altro ancora possono appassionare atleti e amanti della montagna. Ma c’è una persona che conosce meglio di chiunque altro il suo ambiente, così tanto da raccontarlo col cuore e con l’esperienza che solo una guida alpina e un amante della natura sa fare. È Marco Bozzetta, classe 1974. Lui ha fatto della montagna la sua casa, fin da quando ha mosso i suoi primi passi sul suolo di Fiemme, a Daiano, dove è nato e cresciuto. Quest’alpinista avvicina da sempre grandi e piccini a un mondo nuovo, tutto da scoprire e provare, che rende passo dopo passo, migliori.

Com’è nata la sua passione per l’arrampicata e l’alpinismo?

“Ho iniziato ad amare la montagna fin da piccolo, grazie a mio padre. Mi portava nei boschi a raccogliere la legna, a cercare i funghi e qualche volta andavamo a pescare in Val Moena o sul torrente Avisio. In questi luoghi ho iniziato ad apprezzare la montagna, ma ho anche imparato a rispettarla e a capire i pericoli. Per quanto riguarda la passione per l’arrampicata e l’alpinismo, penso sia stata una cosa innata, almeno mi piace crederlo. In famiglia non c’è una tradizione in questo senso. Sono stato io a coinvolgere gradualmente i miei familiari in questo fantastico mondo.

Ricordo come fosse ieri il mio primo contatto fisico con la roccia, fu puramente casuale e lo devo a un amico di mio padre che un giorno ci invitò ad andarlo a trovare al rifugio Santner sul Catinaccio, del quale era gestore. Avevo sei anni e fino a quel giorno non conoscevo le Dolomiti. Salendo sul sentiero roccioso che collega il rifugio Vaiolet al Santner, bisogna spesso arrampicarsi e appoggiare le mani sulla roccia. Quella fu per me una grande scoperta, assieme alla visione di tanti alpinisti che vedevo scalare le torri del Vaiolet.

Ero un bambino vivace e con poche certezze, ma di una cosa fui sicuro quel giorno, in quei luoghi mi trovavo a mio agio, a tal punto che ebbi l’impressione, d’esserci già stato, semplice casualità o premunizione? Chi può saperlo, fu una sensazione romantica e profonda che ancor oggi mi porto nel cuore. Fu l’inizio di una passione intramontabile. Solo adesso che sono passati più di trentacinque anni e vivo a mia volta la mia esperienza di padre, mi rendo conto di quanto sono stato fortunato ad aver vissuto la mia infanzia a contatto con la natura, ad aver avuto il privilegio di crescere in un ambiente straordinario per cui provo un sentimento di vero amore”.

Guida alpina internazionale, maestro di alpinismo, istruttore nazionale delle guide alpine, accademico del Club Alpino Italiano dal 1997, insomma la sua carriera è dedicata alla montagna e al suo teatro di possibilità. Cosa suggerisce oggi durante i suoi corsi?

“Dopo anni di sfrenato alpinismo dedicati a colmare la mia sete d’avventura, ho sentito il bisogno di fermarmi un attimo per vedere cosa avrei voluto fare da grande. È nata cosi l’idea di trasformare questa mia vocazione in un mestiere, così voglio definire la mia professione. Ho dedicato molte energie e grande entusiasmo per la creazione della mia figura professionale. Oggi per me l’insegnamento e gli accompagnamenti che svolgo ogni giorno con i miei clienti sono di vitale importanza”.

Le piace insegnare?

“Insegnare e trasmettere la passione e il rispetto per l’ambiente montano mi rende fiero e in un certo senso anche ‘socialmente utile’. Cerco di impegnarmi molto nel far capire alle persone che la montagna è in grado di regalare molte cose che la frenetica società moderna non è in grado di offrire. Se è vero che lo stress sta diventando la malattia del futuro, allora la montagna sarà la cura”.

Da alpinista e amante delle alte vette, quali sono i luoghi che definirebbe “magici” e incontaminati?

“Le Dolomiti e, in particolare, il Catinaccio e il Lagorai. Le Dolomiti perché sono state il teatro dei miei giochi di adolescente, come scrivo nel mio libro autobiografico, in particolare il Catinaccio e il sottogruppo dei dirupi di Larsec, dove si respira ancora l’aria dei pionieri dell’alpinismo, lontani dalle folle di luoghi più comuni. Catinaccio regno di guglie e leggende, citava Antonio Bernard in una sua nota scrittura, niente di più vero e azzeccato secondo il mio parere. Il Lagorai, invece, nella sua diversità rappresenta per me il sentirsi immerso nella natura più intatta, dove l’ambiente mi rilassa, facendomi sentire come una parte integrante. Il verde, i contrasti e la ricchezza d’acqua sono l’essenza della vita stessa”.

Cosa direbbe a chi vuole accostarsi per la prima volta alla montagna?

“Banalmente gli direi di andare a fare una bella camminata in un luogo poco frequentato, di farlo da soli o con persone positive e con una certa sensibilità, oppure di farlo con una persona che ama profondamente la natura, qualcuno che riesca a far capire che dove tu non vedi nulla in realtà trovi tutto. Se invece una persona si vuole approcciare ad attività tecniche come l’alpinismo la consiglio di affidarsi a un professionista che, oltre ad insegnarti i primi passi, curi anche l’aspetto della gestione del rischio, cosa tutt’altro che scontata”.

Tra le sue passioni, c’è anche quella di accompagnare per mano i bambini alla scoperta della montagna. Ha in mente di svolgere qualche nuova attività estiva per loro e la loro crescita?

”Accompagnare i bambini mi piace molto, anche se a volte è davvero faticoso. L’dea è nata negli ultimi anni, avendo anch’io due fantastici bimbi riesco meglio a capire le loro esigenze. Mi piace vedere nei loro occhi l’entusiasmo per le nuove scoperte, la curiosità di scoprire il fantastico mondo che li circonda. Credo che sia anche molto importante ai giorni nostri fargli fare dello sport nella natura, provare a formagli il carattere attraverso le difficoltà e le emozioni che la montagna offre. Per questi motivi ho iniziato a lavorare in questo senso, prima con i miei figli, con i loro amichetti e alla fine estendendo vari progetti a molte famiglie soprattutto nel mio paese.

Svolgo corsi di arrampicata, attività all’aperto, vie ferrate, percorsi nel fiume e anche arrampicate sugli alberi, una cosa che a me piaceva tantissimo. Investire del tempo su di loro mi rende fiero, con la speranza possano trovare in futuro dei grandi stimoli com’è stato per me. Attraverso la consapevolezza e la conoscenza mi preme evitare di fargli fare esperienze pericolose. Ecco quale può essere il grande contributo che posso dare. Io ho iniziato con il ‘fai da te’, assumendomi molti rischi dati dall’incoscienza. Vorrei che queste mie esperienze non si sostituiscano alle loro, però, mi piacerebbe insegnarli che la montagna va amata e temuta. La sfida è quella di renderli consapevoli, cercando di non vietare nulla. Tutti noi sappiamo che le cose vietate sono quelle che incuriosiscono di più”.

Federica Giobbe

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