Una favola per non sentir la fame

Pubblicato nel 2015

Mentre parla il suo sguardo spazia oltre la finestra. Sembra quasi rivedere il paese della sua infanzia, quando non c’erano alberghi, ma prati e terreni coltivati. I suoi ricordi sgorgano liberi, parlano della dura vita di montagna, dei tempi di guerra, delle incombenze scandite dai cicli delle stagioni, del turismo che nasce e stravolge, in meglio, la realtà di un’intera valle. E di ricordi da raccontare ne ha davvero tanti Maria Dantone, che di anni, anche se vedendola si stenta a crederci, ne ha 93. È nata nel 1922 ad Alba di Canazei, in una casa poco lontana da quella Cesa Rotic che ha costruito insieme al marito e dove trascorre le sue giornate.

Parla a ruota libera, evocando memorie ed episodi. «Oggi qui ad Alba non c’è più nemmeno una mucca, per bere del buon latte fresco dobbiamo andare a prenderlo a Penia. Un tempo le mucche erano la ricchezza di una famiglia, oggi il loro odore non piace ai turisti che in montagna cercano l’aria pulita».

La sua famiglia di mucche ne aveva una quindicina e Maria ha iniziato a occuparsene fin da piccola: non solo nella stalla ma anche portandole al pascolo: «Avevo appena 8 anni quando mia mamma mi ha mostrato dove portarle. Partivo con un po’ di pane e di acqua e tornavo a casa la sera. Ricordo che avevo tanta paura delle vipere. Una volta, mentre stavamo facendo il fieno, ne abbiamo trovata una che beveva il latte dalla nostra bottiglia: l’abbiamo scacciata e ci siamo bevuti lo stesso il latte, perché era troppo prezioso per buttarlo via».

Maria parla con orgoglio della sua famiglia: «Mio papà era il contadino con più terre qui ad Alba. Coltivavamo orzo e un tipo di segale per fare il pane. Quando ero piccola dovevamo andare a macinare i cereali al mulino a Penia: ricordo un giorno d’inverno particolarmente freddo. Avevo le calze lunghe fino a sotto il ginocchio e presi molto freddo, tanto che mia mamma corse a cercare degli stracci per allungarle».

I ricordi continuano a tornarle in mente: «Erano anni difficili. Mangiavamo sempre le stesse cose: minestre di latte, polenta (la farina arrivava da Bolzano con un asino), patate, cavoli e insalata. La carne c’era solo nel periodo della fienagione, forse il più faticoso dell’anno. Fortunatamente noi non abbiamo mai dovuto affrontare la vera miseria, ma ricordo una signora che mi confidava che quando era bambina i genitori le raccontavano storie fino a quando si addormentava, per non farle sentire i morsi della fame».

Tempo per giocare ce n’era davvero poco: «Io e mia sorella avevamo una bambola di stracci, ma passavamo le giornate ad aiutare in casa: il bucato alla fontana, il fieno, la legna, il raccolto. In cucina avevamo l’acqua corrente, tra i primi in paese, ma quando le tubature si ghiacciavano dovevamo andare a riempire i secchi nell’Avisio».

Nella mente di Maria sono ancora vividi i ricordi della guerra: «Quando i nostri coetanei sono stati chiamati a combattere abbiamo fatto una festa d’addio. Io ero molto triste ma uno di loro mi disse di restare allegra perché un bel ricordo aiuta a vivere. Sono così riuscita ad essere forte. A volte bussavano alle nostre porte soldati in fuga: fortunatamente il raccolto di quell’anno era stato ricco e riuscivamo a offrire loro un piatto di minestra». Era il 1942 quando il papà portò a casa una radio, la prima di Alba di Canazei: Maria ricorda ancora la stanza piena di gente per ascoltare la Messa di Pasqua celebrata dal Papa.

Maria cresce, si sposa, ha tre figli e la vita inizia ad essere più facile: «Con mio marito abbiamo lavorato tanto. Abbiamo iniziato ad affittare qualche stanza ai primi turisti, per poi costruire l’albergo Alpe e poi Cesa Rotic. Il turismo ha cambiato tutto, ha portato lavoro e ricchezza, ma abbiamo dovuto faticare tanto per conquistarceli. Mio marito ha guadagnato i soldi per costruire l’albergo facendo il portatore da Pian Trevisan al Fedaia».

Maria conclude il suo lungo racconto, ricordando le serate danzanti della sua giovinezza: «Fare quattro salti era il nostro unico divertimento, insieme alle lunghe serate trascorse a giocare a carte». Passione, quella per le carte, che le è rimasta: di pomeriggio, infatti, gioca a burraco, seduta ad un tavolo decorato con immagini della zona, davanti a una finestra che dà sui luoghi della sua infanzia. Infanzia lontana nel tempo, ma vicina nei ricordi, memoria preziosa di un’intera valle.

Monica Gabrielli

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