Mercato immobiliare in fermento? Merito (anche) del virus

Pubblichiamo uno degli approfondimenti, a firma di Enrico Maria Corno, dello Speciale Abitare uscito  sul numero di maggio dell’Avisio (scaricalo qui).

Ce ne siamo accorti tutti, bene o male. Una certa insolita eccitazione immobiliare è palpabile nelle nostre valli. Tutti conosciamo qualcuno che sta cambiando casa o conosciamo un milanese che si sta trasferendo dalle nostre parti. E non mancano di certo i cantieri delle ristrutturazioni.

Quali sono le ragioni di questa rinascita del settore immobiliare? Non è un controsenso che la gente pensi ad acquistare casa proprio in mezzo ad una pandemia mondiale che ha bloccato l’economia e che ha messo (e metterà) così tante famiglie sul lastrico? Non bisogna attribuire un meccanismo logico ad un mercato che non lo è e che comunque ha troppe sfaccettature per essere inquadrato in regole rigide: si sa, ad esempio, che la liquidità degli italiani è superiore a quella di qualunque altro paese e che anzi proprio alla fine del 2020 i depositi sui conti correnti hanno raggiunto livelli da record. E si sa anche che tre famiglie su quattro in Italia vivono in case di proprietà, una peculiarità del mercato unica in Europa.

In realtà, ci sono mille motivi – tutti validi – perchè il mercato riparta.

Ne abbiamo parlato con Vincenzo De Tommaso de L’Idealista, uno dei principali portali italiani dedicati al mercato immobiliare. Nella sede di Milano, la banca dati nazionale di www.idealista.it è in grado di estrarre dati specifici su tutte le regioni, confrontando i medesimi nel tempo e traendo informazioni sui flussi di mercato.

“La premessa è che alcuni di questi mercati possono presentare una certa volatilità derivante dalla disomogeneità dell’offerta e dall’ampiezza dello stock, talvolta ridotto al punto di determinare forti variazioni di prezzo”. In parole povere, dobbiamo dare il giusto peso alle cifre totali di un singolo territorio perchè basta che in una piccolissima valle vengano vendute una villa lussuosa e un solo bilocale in una stagione per dare un’idea distorta dei risultati locali. “Di certo si può notare come, in generale, la domanda sia tornata a essere piuttosto vivace nelle destinazioni più celebri dell’arco alpino, in particolare quelle del Trentino e dell’Alto Adige: nel complesso del mercato italiano, le vendite hanno tenuto botta, segnando addirittura un rialzo in più dei 2/3 dei mercati analizzati. Le località che, in valore assoluto, hanno ottenuto le performance migliori con rimbalzi addirittura a doppia cifra sono Merano (+15,5%), Moena (+13,2%), Canazei (+11,2%) e Livigno (+10,2%) rispetto a 12 mesi fa”. E se la domanda sale, saliranno subito anche i prezzi.

“È stato proprio il momento delicato causato dalla pandemia ad aver contribuito a far crescere la domanda immobiliare. Questo è certo: i numeri della compravendita post Covid sono ben superiori a quelli pre Covid, a dimostrazione che le famiglie italiane guardano a questo mercato anche in prospettiva di miglioramento di qualità della vita e forse anche di un cambio di vita. Soprattutto in Fassa (dove c’è ancora un numero esagerato di posti letto in appartamento) ma anche in Fiemme, il mercato era fermo da troppo tempo e si sarebbe comunque dovuto riaccendere prima o poi”, continua Vincenzo De Tommaso. “Oltre a questo, i mutui erano bassissimi e invogliavano all’investimento ma, senza l’emergenza, non ci sarebbe nemmeno stato il bonus per le ristrutturazioni che ha convinto molti a muoversi subito, non ci sarebbero state altre agevolazioni e non ci sarebbe stata – da parte di chi vive in città – questa insopprimibile esigenza di vivere in mezzo alla natura. E la montagna, indipendentemente dalla stagione, comunica benessere e dà una sensazione di maggiore libertà. Acquistare una casa spaziosa per sé e per la famiglia appare ai più un vero e proprio investimento per il proprio benessere”.

Già, perchè la crescita della domanda dipende soprattutto da acquirenti foresti alla ricerca di una seconda casa. I numerosi casi di smart working nelle nostre valli, lo stanno a dimostrare: che sia permanente o temporaneo, lo smart working è una modalità di lavoro destinata a diventare una abitudine anche dopo la pandemia: un’indagine di Nomisma scommette che, anche quando torneremo alle nostre vecchie abitudini, il 56% dei dipendenti (circa il 35% nella Pubblica Amministrazione) vorrà continuare in questo modo.

“Si aggiunga che molti rinunceranno per molto tempo ad andare in vacanza all’estero, che altrettanti sceglieranno d’ora in poi la vacanza quanto più isolata, rinunciando agli assembramenti poco virtuosi sulle spiagge”. Dopo aver trascorso oltre un anno chiusi in casa, facendo movimento nel giardino condominiale o portando fuori il cane del vicino, non si può negare al milanese la legittima aspirazione ad un orizzonte un po’ più ampio e ad un mondo un po’ più colorato. C’è chi ci vede perfino una sorta di rassegnazione, soprattutto per chi è più vicino alla pensione e che, prevedendo un futuro di crisi economica, preferisce vivere di poco ma vivere in una bella casa in montagna.

“Per la cronaca l’interesse per le località della Lombardia (tranne Livigno) e del Piemonte risulta scarso. Qui gli utenti mostrano maggiore predilezione per i laghi. In Valle d’Aosta, una regione in cui la seconda casa la fa da padrone, il mercato si muove a macchia di leopardo e torna la vivacità della domanda soprattutto a Cogne (destinazione senza impianti di risalita ma in mezzo al Parco Nazionale del gran Paradiso) e nelle valli intorno al Cervino e al Monte Rosa”. Qualche dato? I cali maggiori sono stati registrati a Sampeyre in provincia di Cuneo (-13,8%), seguita da La Thuile in Valle d’Aosta (-6,8%), Bardonecchia in Piemonte (-5,6%) e Madesimo (-5%) in Lombardia, la località sciistica più vicina a Milano.

Allo stesso modo, il 5° Rapporto Savills sulle località di montagna citato a fine anno dal Sole 24 Ore, ha fotografato una crescita mondiale del turismo di montagna, prevedendo che queste nuove compravendite e l’accesso nelle valli di cittadini in smart working possa finalmente dare il via a quella destagionalizzazione che viene auspicata da vent’anni. Ora bisogna far trovare ai nuovi valligiani i negozi aperti e i servizi per dodici mesi l’anno, oltre ad una connessione più che decente. 

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