Nessuno ha intenzione di interpretare il ruolo del negazionista. Che la civiltà moderna sia totalmente colpevole del riscaldamento globale o solo correa di un processo naturale, i dati parlano chiaro. Le temperature in inverno salgono al punto che nevica sempre meno e l’altitudine dello zero termico ogni anno si alza di più.
È vero anche che capita spesso che ci sia freddo nel momento sbagliato, quando non ci sono nuvole o quantomeno le nuvole giuste. Quante volte abbiamo sentito che semplicemente «mancano le precipitazioni» ed «è un inverno asciutto»? Tra quindici anni – inverno più, inverno meno – le cose potrebbero essere diverse, almeno in queste circostanze.
Cos’è cambiato? È successo che, solo poche settimane fa alla fine di aprile, la startup americana “Rainmaker” abbia annunciato di aver ottenuto la prima “validazione inequivocabile” dell’efficacia del cloud seeding tramite droni.
Siamo persuasi che a Bolzano né a Vipiteno, dove ci sono le sedi di Technoalpin e di Demaclenko non siano preoccupati. I loro cannoni da neve continueranno ad essere venduti in tutto il mondo ma i droni che bombardano le nuvole con polveri chimiche, inducendo la neve (e la pioggia) nell’atmosfera saranno una realtà comune e di uso quotidiano.
Il “cloud seeding”, cioè la semina delle nuvole, non è certo una novità. È praticata in molte zone del mondo. Non è mai stata una pratica riconosciuta dalla scienza perché «hai sparato la polvere magica sulle nuvole sopra la montagna e poi ha nevicato? E chi ci dice che non avrebbe nevicato lo stesso?»
Quello che gli scienziati della Rainmaker hanno espresso in linguaggio tecnico affermando di aver raggiunto la prima “validazione inequivocabile” significa che è stato dimostrato che, in ben 82 casi identificati, il merito della caduta della pioggia è stato attribuibile solo e soltanto all’intervento umano, senza il quale non ci sarebbero state precipitazioni. Utilizzando radar e satelliti avanzati, è stato visto come le precipitazioni siano avvenute esattamente in corrispondenza dei percorsi di volo dei droni. Le immagini hanno anche mostrato “buchi” nelle cime delle nuvole esattamente dove i droni avevano operato. Queste prove dirette si chiamano “firme di semina”.
Tornano alla mente allora le immagini delle ultime due edizioni dei Giochi Olimpici in Cina – Pechino 2008 estive e Pechino 2022 invernali. Bel tempo e poco smog nel primo caso e neve in abbondanza nel secondo. Forse non a caso la Cina è la nazione dove la pratica della semina delle nuvole è di gran lunga più collaudata. Complottisti e ben pensanti erano sicuri che anche a Sochi 2014 in Russia il meteo fosse stato stranamente generoso. Sono oltre 50 le nazioni in tutto il mondo – dalla Thailandia al Messico – che hanno ufficialmente adottato programmi di “semina delle nuvole” per aumentare le precipitazioni. Serve per garantire pioggia quando e dove serve, serve d’estate per far piovere prima che grandini per salvaguardare le coltivazioni, viene perfino fatto piovere dove quando i cieli di una città sono troppo carichi di smog ripulendo l’aria.
Negli Stati Uniti – in particolare negli stati dell’Idaho e del Wyoming vengono seminate nubi in inverno per far nevicare e così potenziare le riserve idriche delle centrali idroelettriche.
Il sistema consiste nell’iniettare nelle nuvole sostanze che reagiscano come “gruppi di condensazione”: il primo è lo ioduro d’argento (lo stesso che si trovava all’interno delle pellicole fotografiche) e poi il ghiaccio secco, i sali di sodio e di potassio.
Negli anni ’50 i contadini americani spargevano le polveri su speciali “forni” con cui riscaldavano l’aria che saliva in cielo, sperando che arrivassero nel punto giusto della nuvola. Poi sono stati operati lanci calibrati di speciali razzi carichi di elementi chimici. Poi sono stati operati dei voli di aerei appositi. Oggi i droni sono più funzionali per due ragioni: per la precisione estrema delle rotte di volo all’interno delle nuvole e soprattutto perché gli algoritmi dell’intelligenza artificiale, riescono ad individuare in tempo reale le nuvole con il maggior potenziale di successo.
I droni, peraltro a guida autonoma, potrebbero librarsi in cielo in qualsiasi momento del giorno e della notte facendo nevicare ogni qualvolta si creassero le condizioni di umidità e di freddo sufficienti. Le società di impianti condivideranno i costi con gli enti del turismo per aver una flotta di droni sempre a disposizione?
Enrico Maria Corno






