Oltre gli schemi

Sull’ultimo numero dell’Avisio abbiamo raccontato il percorso artistico di Lorenzo Morandini, danzatore e coreografo predazzano. Riproponiamo qui l’intervista.

La danza non è tecnica, ma linguaggio. Non è estetica, ma messaggio. Lorenzo Morandini ne è convito e lo spiega non solo attraverso le parole ma, soprattutto, attraverso il suo percorso artistico. Un percorso tutt’altro che lineare. Di giri – e non solo sul palco – questo ventisettenne predazzano ne ha fatti parecchi prima di capire cosa cercasse lui nella danza e decidere di tornare nella sua valle per proporre qui il suo concetto di danza contemporanea.

Il suo percorso è iniziato con un corso di hip hop per bambini, che gli ha fatto presto capire che la danza per lui è più di un passatempo: “Danzare mi è sempre venuto naturale, così come naturale è stata la scelta di iscrivermi, dopo le scuole medie, al liceo coreutico di Trento. Dopo il primo anno, però, ho scelto di trasferirmi a Torino, in un liceo coreutico che offriva la possibilità di ricevere una formazione più pratica e di avere a disposizione un vero e proprio teatro, così da vivere l’esperienza di un ambiente professionale, dove i diversi linguaggi artistici erano continuamente in comunicazione tra loro. Più che una scuola era una fabbrica di eventi!”, racconta Lorenzo.

Nell’esistenza di ognuno ci sono incontri che cambiano la vita. Per Lorenzo l’incontro decisivo è avvenuto grazie a un corso organizzato nell’ambito della rassegna “Trentino Danza Estate”, e non è stato con una persona, ma con un approccio alla danza differente rispetto a quello a cui era abituato: “Ho frequentato uno stage di contact improvisation e, nonostante per la prima volta mi sia trovato a danzare a piedi nudi e in tuta da ginnastica, ho trovato questo approccio molto naturale. Si tratta di una danza meno estetica e tecnica e più spontanea. Il movimento viene vissuto attraverso l’ascolto del proprio corpo e delle proprie sensazioni e non è più una serie codificata di passi”. 
Quest’esperienza ha spinto Lorenzo a provare le audizioni per il Trinity Laban di Londra, riconosciuto a livello internazionale come una scuola leader per la formazione di musica e danza. Superate le selezioni, è volato oltremanica, dove si è diplomato danzatore contemporaneo nel 2016: “Non è stato facile cambiare totalmente paradigma. Venivo da un percorso con un codice molto definito e mi sono ritrovato in un ambiente con un approccio più esperienziale che non puntava al raggiungimento della forma e della perfezione estetica, ma a una concezione per me completamente nuova del movimento e del corpo. È stata una esperienza rivelatoria perché mi ha fatto capire quanto sarebbe stato comodo appoggiarmi a una storia definita, a una guida, a qualcuno che mi dicesse cosa e come fare. Invece, mi sono ritrovato a doverci mettere del mio e per poterci riuscire era necessario avere una consapevolezza che allora non avevo ancora raggiunto. Nella danza, ma non solo, non è facile capire se una cosa è considerata bella perché piace davvero o solo perché le convenzioni hanno sempre detto che lo è. Ho lentamente iniziato a realizzare che la bellezza è spesso confusa con l’estetica, un approccio non per forza sbagliato, ma che non si basa sull’ascolto di sé quanto su consuetudini e tradizioni. L’esperienza londinese è stata quindi molto difficile, da un punto di vista professionale e personale: era come se avessi perso le coordinate. Un vero e proprio trauma artistico, potrei dire”.

Con il tempo, anche grazie a una pausa di un anno in cui ha lavorato in un’enoteca a Roma, Lorenzo ha capito come approcciarsi alla creazione senza timore: “È stato – ed è – un lungo lavoro di consapevolezza e di superamento dei pregiudizi, miei e degli altri. È servita una grande presa di coscienza di chi sono, cosa voglio e dove voglio andare”.

Oggi Lorenzo sa ciò che desidera: “Voglio fare il coreografo, quindi creare danza. È un lavoro di grande responsabilità perché tu stesso, attraverso il corpo, diventi messaggero di ciò che vuoi trasmettere. Ho finalmente capito che faccio danza perché è il mio modo di esprimermi e rivendico il diritto di esistere senza dovermi preoccupare del giudizio mio e altrui. Non voglio passare la vita a fare un lavoro che mi annoia: preferisco prendermi più rischi, ma sentirmi vivo in tutto ciò che faccio”.

Al percorso interiore, si è affiancato per Lorenzo un percorso professionale che gli sta dando buone soddisfazioni. Nel 2018 è stato selezionato nell’ambito del progetto ministeriale “Incubatore CIMD per i futuri coreografi” di Milano, durante il quale ha elaborato “Idillio”, un solo coreografico che mette a confronto il razionale con la spontaneità. Il suo lavoro ha ricevuto il secondo premio al concorso Residanza 2019 ed è stato selezionato per la “Vetrina della giovane danza d’autore” di Ravenna, in programma a ottobre nell’ambito del Festival Ammutinamenti. Recentemente ha anche partecipato alle residenze artistiche di Komm Tanz, il progetto di ospitalità della Compagnia Abbondanza/Bertoni, in collaborazione con il Comune di Rovereto.

È stato proprio nel momento della consapevolezza che Lorenzo ha deciso di tornare a casa: “Il territorio dove sono cresciuto ha tanto da offrire, è ricco e fertile per la mia visione di danza. È forte il senso di interconnessione tra ecosistemi: e come ci relazioniamo noi con l’ambiente se non attraverso il nostro corpo? Sono convinto che i grandi temi dell’attualità – quali il cambiamento climatico, per esempio – non passino solo attraverso le parole, le leggi, le politiche, le tecnologie, ma anche e soprattutto attraverso l’essere. E noi siamo attraverso il nostro corpo. La danza può quindi diventare un ulteriore modo di relazionarci con la natura”.

Proprio in questa direzione va la collaborazione nata con i danzatori Silvia Dezulian e Filippo Porro del Collettivo AZIONIfuoriPOSTO, con i quali lo scorso anno Lorenzo ha organizzato la prima edizione di “danzare A monte””. Dopo il laboratorio sul movimento proposto nel 2020, nella seconda edizione della rassegna di danza in quota, il danzatore predazzano ha proposto pochi giorni fa una performance lungo il Travignolo: un dialogo fisico tra corpo e elementi naturali e artificiali.

“In valle c’è ancora la sensazione diffusa di essere periferia. Questo pregiudizio rende a volte la comunità restia a innovare, soprattutto in ambito culturale. Invece, sono convinto ci siano tutte le potenzialità per creare discussioni, mettersi in gioco, riconsiderare tradizioni e abitudini, non per forza per stravolgerle, ma sicuramente per integrarle. Questo anche in un’ottica di turismo culturale che, sono certo, qui avrebbe grandi opportunità”. La danza in tutto questo potrebbe avere un ruolo importante: “Noi danzatori siamo veicolatori di emozioni. Artigiani del corpo”.

Foto di Giulia Lenzi

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