Oltre i muri

Dall’ultimo numero de L’Avisio, proponiamo la rubrica “Cattivi pensieri”, a cura di Francesco Morandini.

Mi è capitato in mano in questi giorni un opuscolo dal titolo “Salviamo l’ospedale di Cavalese”. No! Non erano quelli di “Giù le mani…”, né “Parto per Fiemme”, che poi siamo lì. Né tantomeno qualche nuovo neonato gruppo che voglia salvare l’edificio di via Dossi (magari solo perché l’ha costruito la Comunità di Fiemme) contro l’azzardata ipotesi, non sia mai, di trasferirlo altrove: a Masi o, peggio, nell’alta val di Fiemme.
No, è una sorta di ciclostilato della fine degli anni Ottanta ad opera di un “Comitato per la difesa dell’ospedale di Cavalese e della sanità. Valli dell’Avisio” contro il Piano di riordino ospedaliero. 16 pagine con informazioni, dati, tabelle e proposte concrete contro il ridimensionamento del nosocomio (c’era allora il problema dei 120 posti letto). In fondo la questione era sempre quella: la periferia penalizzata. Ma l’opuscolo era serio, concreto e approfondito: parlava di salute, anche se limitata alle funzioni dell’ospedale.

Un rinvenimento casuale nel momento in cui mi stavo accingendo a prendere la penna sulle vicende del nuovo ospedale. Mi ha colpito come, a differenza di allora, il dibattito, ora, sia tutto incentrato sul “dove”, piuttosto che sul “cosa”. Giusto, direte, visto che a fronte di un progetto già approvato, di uno stanziamento di oltre 30 milioni (che l’attuale giunta ha tolto dal bilancio), un privato, una ditta privata, ha pensato bene di proporre la costruzione di un nuovo ospedale nel fondovalle, “laddove crescono gli alberi”, con l’ex Scario della Comunità (proprietaria di parte dei terreni interessati) a tastare il polso ad alcuni proprietari limitrofi per verificarne la disponibilità alla vendita. Sorvolo sulla dietrologia di questa azione e poco importa che l’ex Scario si sia dimesso per queste o per altre ragioni. Il tema non è ciò che ha fatto lo Scario, ma ciò che ha involontariamente scoperchiato.
E’ inquietante che tutto ciò avvenga all’oscuro dei cittadini e dei loro rappresentanti. E’ inquietante che si “scopra” tutto perché qualcuno di questi proprietari, parla.
E’ inquietante che a fronte di un progetto già approvato di rifacimento, ristrutturazione o ricostruzione che dir si voglia, del vecchio nosocomio, una ditta privata proponga di costruire un ospedale in barba alle destinazioni urbanistiche del territorio, e delle soluzioni, finora individuate e approvate dalle amministrazioni di quel territorio. Perché poi lì e non altrove? Perché no fra Predazzo e Ziano, esattamente a metà strada fra Penia e Cembra? O in un altro luogo? Lo decide la MAK, o la PAT su invito della MAK? Oppure, come ritengo, è una scelta che dovrebbe rientrare in una seria programmazione urbanistica, oltreché sanitaria? Mah!

In realtà la questione è un’altra. Ma serve davvero un altro (nuovo) ospedale? E soprattutto: quali sono i servizi sanitari da incrementare, o da attivare ex novo? O quelli, perché no, da ridurre? In sostanza in quale politica della salute locale e provinciale sarà inserito l’ospedale? Visto che in questi giorni si riparla anche del Not, il nuovo ospedale di Trento.

Questa pandemia ha messo in luce quasi ovunque la carenza dei servizi territoriali, soprattutto in alcune realtà dove si parlava di eccellenza della sanità basandosi quasi esclusivamente sulla qualità delle strutture ospedaliere, eccellenza rivelatasi ingannevole proprio con la pandemia.
Posto che da decenni si parla in val di Fiemme di un Pronto Soccorso insufficiente, di un’ortopedia che potrebbe diventare hub provinciale, cosa manca ancora alla sanità valligiana? O meglio alla qualità della salute dei cittadini di Fiemme e Fassa?
L’invecchiamento della popolazione rende indispensabile vieppiù l’incremento dei servizi per le patologie della Terza e Quarta età, i servizi territoriali che possano filtrare l’accesso al Pronto Soccorso, sportelli socio-sanitari cui le persone possano rivolgersi per tutti quei servizi che coprono l’ampio spettro fra malattia e disagio psico-sociale. Credo che fra gli addetti ai lavori, anche del volontariato sociale, ci sia la consapevolezza di altre priorità che potrebbero aggiungersi a queste.

Leggevo nei giorni scorsi un intervento sulla stampa quotidiana dell’ex vicepresidente della Provincia Roberto Pinter che richiamava, con il titolo “Dobbiamo andare oltre i muri”, uno slogan che era di Vincenzo Passerini, già assessore all’istruzione: “dai muri alle persone”. Parlava della scuola Passerini, ma come scrive Pinter è “uno slogan attuale perché la centralità dei muri prevale ancora rispetto a ciò che accade tra i muri”. Così per la buona sanità che “ancor oggi si confonde con il numero degli ospedali o l’assistenza agli anziani con il numero di RSA”. Insomma, non basta un nuovo ospedale per assicurare una buona sanità. L’invito di Pinter, che condivido, è di provare a ragionare su ciò di cui c’è davvero bisogno, e pensare innanzitutto a cosa si vuol fare tra i muri prima di costruirne di nuovi.

Francesco Morandini

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