Per non cadere nella rete

Quando ci troviamo di fronte a una notizia a carattere scientifico, come facciamo a valutarne il peso e l’affidabilità?

Le regole da seguire sono le stesse che dovrebbero guidarci quando leggiamo qualsiasi notizia. Prima di tutto, quindi, verificare l’autorevolezza di chi ci sta fornendo l’informazione: stiamo leggendo un articolo su una testata riconosciuta, sul sito di un’istituzione o siamo su un blog di uno sconosciuto? Dopodiché, dobbiamo valutare la fonte della notizia: proviene da un organo ufficiale (per es. l’Istituto Superiore di Sanità) o l’origine è incerta? Spesso basta una veloce ricerca delle parole chiave su Internet per smascherare le bufale più frequenti: esistono siti di debunking, come si dice in gergo, che si occupano proprio di smontare le notizie false e antiscientifiche. Una volta verificato che stiamo leggendo un articolo riferito a uno studio reale, dobbiamo saperne di più su questa ricerca: il risultato di un unico studio non ha, infatti, la stessa valenza delle conclusioni condivise da un insieme di lavori indipendenti. Allo stesso modo, un’indagine su 10 persone non può avere lo stesso peso di un’indagine che valuta migliaia di dati.

Attenzione anche nell’analisi delle percentuali, che vanno sempre rapportate al totale del campione considerato. In generale, quello che io consiglio è di seguire alcuni divulgatori scientifici o esperti riconosciuti, così da avere a disposizione un filtro nella selezione delle notizie scientifiche di proprio interesse. È bene affidarsi a chi, più che dare risposte nette o dogmatiche, ci aiuta a riflettere sulle domande e a vedere la scala di grigi che solitamente è presente in questi temi così complessi, permettendo di sviluppare in noi un pensiero critico che ci aiuta a districarci tra le mille notizie che ci inondano ogni giorno.

Ormai praticamente tutta la comunità scientifica è d’accordo sulla causa antropica del cambiamento climatico (pensiamo al Rapporto 2021 dell’IPCC di cui ha parlato il dott. Barbiero nelle pagine precedenti). Eppure c’è ancora chi si affida a fonti non ufficiali e nega questa evidenza.

Partiamo dal presupposto che c’è chi, forse anche per paura, non cambierà mai idea e andrà a cercare (e a trovare) ciò che sembra confermare la sua convinzione. Fortunatamente si tratta di una risicata fetta, anche se si fa sentire molto. La maggior parte delle persone si affiderà a chi ritiene autorevole nel dare informazioni. Il problema è che spesso si parla di cambiamento climatico in maniera allarmistica senza prospettare soluzioni. Di fronte a un quadro troppo drammatico che appare senza via d’uscita, la risposta rischia di essere l’inazione. Se so che il mio impegno non porterà a nulla, non agirò. Per questo ritengo fondamentale lavorare su come si comunica il cambiamento climatico sia in termini scientifici, sia relativamente agli adattamenti che ci verranno richiesti nella nostra vita quotidiana, sia su come ridurre le emissioni di gas serra che lo vanno ad incrementare. È vero che si tratta di un problema globale che nessun individuo da solo può risolvere, ma insieme siamo potenti: ognuno di noi è cittadino, consumatore, elettore e può essere lavoratore, imprenditore, amministratore e pertanto contribuire nel proprio ruolo a far parte del cambiamento.

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Come parlare di cambiamento climatico, quindi?

Credo che la questione abbia una doppia faccia. Da un lato, nella maggior parte delle redazioni italiane non c’è un comunicatore della scienza, una figura formata per trasmettere in maniera chiara e comprensibile da chiunque i concetti spesso complessi della ricerca scientifica. Il risultato è che molte volte il giornalismo parla alla pancia più che alla testa. Dall’altro lato, nemmeno la scienza sa rivolgersi al grande pubblico, spesso limitandosi a interagire con chi già parla il suo linguaggio o pretendendo che la gente capisca comunque. La vera sfida, quindi, è questa: trovare il modo di mettere in contatto la scienza con i cittadini di qualsiasi età, formazione e preparazione. La scienza, il giornalismo, la comunicazione dovrebbero imparare a parlare la lingua di chi li ascolta per fare cultura e, di conseguenza, offrire comprensione e successiva possibilità di azione. E soprattutto, ogni qualvolta si parla di cambiamento climatico, bisognerebbe raccontare anche storie di successo attuate dalle persone, così si fornisce un esempio concreto e una speranza che, come emozione positiva, poi attiva l’azione.

La scuola può avere un ruolo in questo lavoro di formazione ed educazione?

La scuola sta già facendo molto sui temi dell’educazione ambientale, alla sostenibilità, al patrimonio culturale, alla cittadinanza globale. Non dobbiamo cadere nel tranello di delegare ancora: il momento di agire è ora, non domani. Alla scuola è affidato un ruolo importante, ma ha già molti compiti tra cui, in primis, educare e formare e sta a noi adulti agire adesso, senza rimandare ulteriormente o trovare scuse. Io, nonostante tutto, rimango un’ottimista basata sui fatti: l’intera umanità sta muovendo passi da gigante in ogni ambito scientifico, governativo e imprenditoriale per trovare e proporre soluzioni, a volte non perfette, certo, ma possibili. Non abbiamo più tempo. Questa è la sfida che dobbiamo vincere se non vogliamo portare all’estinzione la nostra specie. Il momento di agire è ora o mai più!

Monica Gabrielli

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