Un impegno costante, determinato, fondamentale, alle prese con i ricordi, le emozioni, le memorie del passato, le tradizioni più vere, alle volte anche più intriganti, di un mondo in graduale, inarrestabile evoluzione economica, che stava comunque ancora ricercando il valore delle sue radici.
È quanto, nella sua vita, ha rappresentato Simon Soraperra de Giulio, un personaggio che per decenni è stato uno dei riferimenti più prestigiosi della storia ladina di Fassa, trovando in lui fondamentali insegnamenti dai quali è stato per decenni impossibile prescindere.
Nato a Penia di Canazei il 12 dicembre del 1912, è stato panettiere e poi gestore, assieme alla moglie “Nenola”, della Pensione Negritella, per dedicarsi quindi alla scrittura e diventare una vera e propria miniera di notizie, recuperate grazie ad una innata volontà di conoscere e ad una straordinaria memoria che gli ha consentito di mettere a frutto una miriade di ricerche sulla vita e sulla storia della sua terra e della sua gente, poi tradotte in tanti scritti elaborati con ammirevole lucidità.
Utilizzando il ladino di Penia, con le specifiche particolarità dell’idioma “cazèt”, ha affrontato ogni tipo di argomento, scrivendo, all’inizio, sul periodico dell’Union Generela “Nos Ladins”, poi su “La Veis” di don Massimiliano Mazzel, del quale è stato un collaboratore prezioso e privilegiato, e quindi su ”Ous di Ladins” e “Ous de Fasha”. Uno straordinario contributo alla cultura valligiana diventato fondamentale quando ha iniziato a collaborare con l’Istituto Ladino, al quale ha lasciato materiale utilizzato per anni.
La sua opera più nota è sicuramente “Usanzes e lurgeres da zacàn” (Usanze e lavori di un tempo), pubblicata dall’Istituto Ladino nel 1983, senza dimenticare i testi per la scuola, quelli sugli animali (tradotti da Esopo e Fedro), le “Contìe”, fiabe e leggende popolari, il suo impegno nell’ambito della toponomastica, dove è stato uno degli informatori più solerti e più attendibili, specialmente per i paesi di Alba e Penia, ed il suo contributo nel settore del teatro, con le indimenticate “mascheredes” (ben quattordici commedie, scritte in soli quattro anni), con le quali ha raggiunto il più alto ed originale livello di capacità espressiva e diventate lo specchio del teatro popolare fassano antico, grazie ad azioni sceniche splendidamente legate alla autentica tradizione locale.
Simon de Giulio è stato anche il garante della continuità per il “Grop da la mescres” di Alba e Penia, che ha sempre trovato in lui una fonte puntuale ed ineccepibile. Senza dimenticare che, quando era giovane, era stato il miglior “bufòn” di Penia, ruolo per il quale scriveva direttamente i testi da lui poi interpretati sul palcoscenico.
Con l’Istituto Ladino ha anche collaborato per la predisposizione del Calendario Ladino Fassano, che per lui era fonte di comprensibile fatica ma anche di grande orgoglio. Basti pensare che già a Natale del 1986, ben tre mesi prima della abituale scadenza di marzo, ha consegnato i testi per l’edizione del 1988, nel momento in cui probabilmente si rendeva conto del male che, ormai da diverso tempo, lo affliggeva e che, il 5 febbraio 1987, all’età di 75 anni, lo avrebbe portato alla morte.
Un personaggio che ha lasciato alla valle di Fassa uno straordinario patrimonio di dati e di notizie in tutti i campi, compreso quello poetico, nel quale ha operato con inimitabile istinto.
Se ne è andato senza clamori, così come era vissuto, ricordato ancora oggi come uno dei maggiori interpreti della vita e della cultura del mondo ladino.
Foto: Simon de Giulio
Mario Felicetti






