150 e non li dimostra

Pubblicato nel 2015

Maratona: una parola che già da sola mette i brividi. Sono in molti quelli che, almeno una volta nella vita, vogliono provare a correre per poco più di 42 chilometri, magari con la scusa di un viaggio oltre oceano. Altri, invece, se ne innamorano e, anno dopo anno, ripetono l’esperienza di fatica ma anche di soddisfazione. Stefano Benatti, cinquantaquattrenne di Moena, nell’ultima domenica di ottobre ha concluso a Venezia la sua 150esima maratona. A festeggiarlo autorità locali, sportivi di prestigio, amici e tanti maratoneti che negli anni hanno percorso, magari casualmente, qualche chilometro al suo fianco.

A Venezia lo conoscono bene, così come lui conosce molto bene Venezia. Ed è per questo che da diverse edizioni l’atleta trentino mette a disposizione la sua esperienza per illustrare le caratteristiche del percorso agli oltre ottomila iscritti. È per questo che l’organizzazione gli ha assegnato il pettorale numero 150, segno distintivo del traguardo raggiunto. Lui fa il modesto e ci tiene a sottolineare che nel Club Supermarathon di cui fa parte, si parla di numeri di gran lunga superiori, però nell’ambiente sportivo si elogia la sua corsa “di qualità” e i tempi dignitosi realizzati nonostante l’età.

«Centocinquanta maratone sono tante – spiega Stefano Benatti – ma provo ancora forti emozioni in quegli attimi, quando taglio il traguardo. Sotto lo striscione d’arrivo provo un senso surreale, che le migliori parole non riescono a descrivere. Smetto di far andare le gambe e le braccia, il cuore rallenta, e da quel momento è solo gioia. Sale la voglia di visitare posti nuovi, incontrare gente, vivere le esperienze e le emozioni, entrambe con la “E” maiuscola».

Una passione da “centocinquantesimo anniversario” quella di Benatti, che vive la maratona con agonismo ma anche come esperienza di vita personale. L’atleta ha fatto suo questo sport e, come lui afferma: «Ho tolto alla maratona sacralità, seriosità e soprattutto quell’immagine di evento doloroso e scarsamente ripetibile che da sempre la caratterizza, per farne un’esperienza più “umana”».

Un tempo lo standard diffuso imponeva agli atleti la partecipazione a non più di tre maratone all’anno, per evitare che lo stress fisico e mentale debilitasse eccessivamente l’atleta e lo condizionasse nel resto della carriera. Era opinione comune nell’universo della corsa che un podista – per di più amatore – non potesse sostenere elevati sforzi come la maratona a distanza ravvicinata. Percorrere i 42 chilometri tutti d’un fiato richiede una preparazione molto accurata, ed è necessaria grande motivazione, visti i disagi muscolari e mentali cui si va incontro.

Oggi i podisti della fascia cosiddetta amatoriale, quelli che in sostanza sono la linfa vitale delle manifestazioni, come Stefano, dimostrano che un allenamento accurato e uno stile di vita controllato possono portare a raggiungere straordinari obiettivi. Naturalmente, raggiunto questo ragguardevole traguardo, Benatti non ha pensato nemmeno per un momento di appendere le scarpette al chiodo. Nella sua testa ci sono altri viaggi e nuove avventure.

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