Un tuffo nel passato – I graffiti di Ziano, un’eredità sulla roccia

Abbiamo deciso di riproporre alcuni articoli del periodico l’Avisio. Si tratta di “pezzi” che ci raccontano come eravamo. Gli articoli sono antecedenti rispetto ai giornali digitali scaricabili gratuitamente dall’archivio contenuto ne L’AvisioBlog. Oggi vi proponiamo la storia dei graffiti di Ziano raccontata da Giovanni Vanzetta, pubblicata nel 2002. Buona lettura.

Sono parole, simboli, disegni. Sono color rosso ocra. E sono scritti sulla roccia. Il loro numero è imprecisato. È, infatti, quasi impossibile stimare la quantità dei graffiti di Ziano. E forse, fino ad ora, non è stato nemmeno riconosciuto loro il giusto valore storico e artistico. Ma per la gente di Ziano, queste iscrizioni rappresentano un’importante eredità, lasciata dalle generazioni passate.

I graffiti si concentrano in un’unica zona, il massiccio del Cornon, a monte di Ziano. Chi si è addentrato in questa montagna, spingendosi dalla località Pizzancae fino al Dos Capèl, avrà sicuramente notato i messaggi impressi, in modo sparso, sulla roccia.

I graffiti più antichi risalgono ai primi anni del 1700. I più recenti, alla fine della Seconda guerra mondiale. Gli autori delle iscrizioni sono i pastori e i cacciatori, in prevalenza della frazione di Zanon, che per secoli hanno portato il loro bestiame al pascolo o hanno cacciato, sul massiccio del Cornon.

I graffiti non sono sempre di facile comprensione, a volte, perché costituiti, più che da parole intere, da sigle, disegni e numeri romani, altre, perché sbiaditi dal sole e dalle intemperie e sottoposte ai danni dell’inquinamento che, col passare del tempo, ne stanno compromettendo l’integrità.

Ma c’è chi, incuriosito dalla bellezza e dall’indecifrabilità di questi messaggi, ha cercato di studiarli e di catalogarli. Si tratta di Giuseppe Vanzetta, guardia forestale in pensione che, una decina d’anni fa, ha addirittura scritto un libro, dal titolo “Le scritte del Pizzancae e la Cava del Bol”, in cui ha documentato fotograficamente un grande numero di graffiti, spiegandone significato e contenuti. ,

«Fin da ragazzino ho frequentato quei luoghi – ricorda Giuseppe -, perché l’estate portavo al pascolo le capre e sono sempre stato affascinato da queste scritte che risaltavano sulla roccia bianca. La roccia calcarea si presta molto bene alla realizzazione delle iscrizioni che venivano fatte con ematite ferrosa, dal colore rossastro, in dialetto chiamata ‘bol’».

L’ematite ferrosa è una pietra particolarmente friabile, molto diffusa nella zona. In Valaverta, in passato, esistevano anche due cave da cui, tra il 1924 e il 1927, l’ematite venne estratta a livello industriale e venduta a colorifici trentini e veneti. E, probabilmente, prima della realizzazione delle cave, il ‘bol’ affiorava dalla roccia. Pastori e cacciatori, con facilità, ne trovavano dei frammenti lungo i sentieri.

«I pastori – racconta Vanzetta – ne tenevano un pezzo sempre in tasca e nei momenti di sosta lo utilizzavano per segnare il loro passaggio in alcuni luoghi. Dato che i percorsi dei pastori erano i medesimi, anno dopo anno, in alcuni luoghi la roccia è stata tutta ricoperta di questi messaggi».

Secondo le ricerche compiute da Giuseppe, i pastori scioglievano piccoli pezzi di ematite ferrosa nel latte. A seconda della quantità di latte utilizzata, la scritta diventava di colore rosso più o meno intenso. I cacciatori, invece, aggiungevano al ‘bol’ della saliva, visto che nella zona l’acqua scarseggiava. Le scritte, poi, venivano realizzate con dei rametti, trasformati in pennelli improvvisati.

Cosa volevano comunicare pastori e cacciatori con i graffiti?

«Illustravano ciò che facevano. Io ho raggruppato i messaggi per temi. Gli argomenti principali trattano, appunto, di pastorizia, caccia e religione».

Chi scriveva i graffiti usava un codice?

«No, ma tutti i messaggi erano composti in modo simile. L’autore, per prima cosa, scriveva l’iniziale del suo nome e del suo cognome, poi spesso tracciava le lettere maiuscole ‘FL’, che stanno a indicare la frase ‘fece l’anno’. In alcuni messaggi si trovano anche le lettere F.L.D.S. che significano ‘fece l’anno del Signore’. Inoltre era sempre indicata la data precisa in cui veniva realizzata la scritta».

I pastori che cosa scrivevano?

«In molti casi segnavano il numero delle bestie che avevano con loro. Di . solito scrivevano l’iniziale P o C, per indicare pecore o capre, e poi segnavano, in numeri romani, la quantità esatta di bestie al pascolo».

E i cacciatori?

«I cacciatori, invece, rappresentavano scene di caccia. Si trovano spesso disegni di cacciatori che imbracciano il fucile e sparano a caprioli e cervi».

Da cosa erano caratterizzati i graffiti religiosi?

«In molti casi le scritte venivano inserite all’interno del disegno di un capitello ed erano particolarmente decorati. I messaggi erano generalmente brevi preghiere. Come per esempio: ‘Trinità, Padre, Figliolo e Spirito Santo’, oppure semplicemente ‘Ave Maria’, o ancora ‘Se tu amerai Dio, Dio amerà te’. A volte venivano segnate le date di commemorazione di santi o di feste religiose. Erano un modo per esprimere devozione a Dio, da parte delle persone del popolo.»

Quali sono i graffiti più suggestivi?

«Il coròso dai nomi, ovvero la roccia dei nomi. Risalendo il sentiero della Val Bonetta si incontra una sorgente d’acqua. Qui facevano tappa i pastori per abbeverare le greggi, i contadini che andavano a falciare il fieno in alta quota, i cacciatori e tanti passanti. Sulla roccia, per due secoli, queste persone hanno inciso le loro iniziali indicando, in tal modo, il loro passaggio».

Ha trovato qualche messaggio curioso?

«Ce ne sono alcuni, ma uno mi sembra particolarmente singolare. È di un tale Zorzal che il 23 dicembre 1918 scrive “fine della guerra mondiale cola disfatta dei todeschi. Evviva i Savoia”. Si tratta di uno dei pochi italiani che sosteneva il re, visto che da queste parti c’erano gli austriaci».

Giuseppe Vanzetta, oltre a suddividere i tipi di graffiti e a fotografarli, nel corso degli anni, ha studiato attentamente le scritte ed è riuscito a risalire alle famiglie di appartenenza degli autori. Infatti il pastore o il cacciatore, generalmente, accanto alle iniziali del suo nome e cognome tracciava anche i simboli della famiglia, che di solito era di Zanon. Visto che in questa frazione i cognomi erano pochi, chi scriveva sulla roccia ci teneva a non essere confuso con qualche omonimo Zorzi, Zanon, Partel o Lauton.

«Ogni ceppo familiare che veniva a costituirsi – spiega Giuseppe – si creava un suo simbolo distintivo, che spesso riproduceva sugli attrezzi da lavoro e sulle porte dei fienili. Questo era un segno preciso che veniva riprodotto, spesso, anche sui graffiti. Ma l’introduzione dei simboli nei graffiti si nota dal 1760 circa. Prima di quest’epoca, dato il numero esiguo di abitanti, gli autori non sentivano la necessità di specificare a che famiglia appartenessero».

Che valore hanno i graffiti per la popolazione locale?

«În passato per la gente di Zanon questi messaggi erano parte integrante della cultura locale. Era un modo per chi lavorava con fatica in montagna di lasciare impressa una testimonianza della sua esistenza e della sua attività. Oggi le cose sono cambiate. Penso che la maggior parte della gente non li apprezzi più».

Secondo lei i messaggi sono poco valorizzati?

«Sì. Da un lato meriterebbero più attenzione, ma dall’altro ritengo un bene il fatto che siano poco noti, perché è probabile che si man‘ tengano più a lungo e si evitino atti di vandalismo. Purtroppo, dopo l’uscita del mio libro, delle persone hanno cercato di staccare dalla roccia dei graffiti. Fortunatamente questi episodi non si sono ripetuti. Ora mi preoccupa di più l’inquinamento. Infatti, negli ultimi trent’anni, l’ematite dei messaggi esposti al sole e alle intemperie si è molto sbiadita. Perciò temo che questi bellissimi messaggi siano destinati a scomparire, naturalmente, tra non molto».

Elisa Salvi

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