Un tuffo nel passato – La nostra società ha bisogno di poesia

Abbiamo deciso di riproporre alcuni articoli del periodico l’Avisio. Si tratta di “pezzi” che ci raccontano come eravamo. Gli articoli sono antecedenti rispetto ai giornali digitali scaricabili gratuitamente dall’archivio contenuto ne L’AvisioBlog. Oggi vi proponiamo un’intervista a Corrado Zanol, poeta dialettale di Capriana, pubblicata nel 2007. Buona lettura.

Non è un poeta dialettale qualunque. Corrado Zanol di Capriana, marito di Rosy e padre di tre figli, non si limita a cantare le lodi di ricordi sbiaditi e di persone care, ma usa la poesia per fare critica sociale. Corrado utilizza il suo dialetto per trasmettere colori e sfumature che in italiano non riuscirebbe a esprimere, per riflettere sui cambiamenti della società, sui suoi tarli e le sue mancanze.

Quando ha iniziato a scrivere versi?

«A vent’anni. Scrivevo in italiano soprattutto come sfogo, sottoforma di piccole riflessioni. Non ho mai pubblicato nulla di quei lavori, erano tentativi, Rileggendoli, ora, capisco che per diventare vere poesie avrebbero ancora molta strada da fare. Ho iniziato a scrivere in dialetto nel 2000, quando ho dedicato una poesia a un amico, Flavio Capovillla, scomparso brutalmente in un incidente. Quella poesia è riportata vicino alla sua tomba e rileggerla, ancora oggi, mi provoca una commozione incredibile. Era proprio scritta col cuore».

E poi?

«Ho avuto un incontro molto fortunato. Ho conosciuto casualmente il poeta Lorenzo Cosso in un mercatino dell’usato. Dopo una serie di circostanze ci siamo ritrovati a bere un caffè. Mi Propose di fargli esaminare alcuni miei scritti e io accettai. Alcuni mesi dopo mi inviò, oltre a preziosi commenti e consigli per la mia poesia, il bando di un concorso letterario di Gardolo a cui partecipai e da cui iniziò il mio percorso attraverso concorsi e rassegne. Nella giuria di molti di questi concorsi era presente Elio Fox, appartenente al “cenacolo” dei poeti dialettali trentini. Un giorno lui mi invitò a partecipare ad alcune serate di lettura assieme al rinomato ed esclusivo circolo letterario. Fu un’esperienza indimenticabile potersi confrontare con poeti di straordinaria sensibilità. Dopo un certo periodo mi proposero di entrare nel loro gruppo. E, onorato, io non potei che accettare».

Cosa contraddistingue i poeti del cenacolo?

«Oltre a scrivere in trentino, avere un’integrità morale ed essere persone, prima che artisti. Io non mi sento un poeta nel vero senso del termine, penso di avere ancora molto da imparare. Credo però che ogni scrittore, di poesie in particolare, debba essere responsabile di ciò che pubblica, perchè mette in gioco, più di altri, se stesso. Quando si scrive una poesia si deve mettere a nudo la propria anima e affidarla al lettore. Sentire solo superficialmente le cose che si scrivono… la trovo una truffa. lo non riesco a trasmettere emozioni che non provo e a tacere quando vengo colpito da situazioni che mi provocano forti sentimenti. Condivido queste convinzioni coi poeti del cenacolo».

Perchè scrive in dialetto?

«Sento che il dialetto fa parte di me. Ho fatto studi tecnici, quindi non padroneggio l’italiano come il dialetto, che è la mia lingua madre. Inoltre, mi rendo conto che il dialetto va scomparendo, come le vecchie tradizioni. Sembra rimangano solo gli usi e i costumi che possono attirare il turista, impoverendoci della nostra identità e rendendoci sempre più simili a fenomeni da spettacolo piuttosto che una popolazione con una storia e valori propri. Per questo trovo importante scrivere nella lingua che appartiene alla mia gente, per valorizzarla ancora e mantenerla viva. Purtroppo la poesia dialettale è considerata “di serie b” e un po’ “snobbata” sia dalla gente, sia da molti assessori alla cultura delle nostre amministrazioni (non è fortunatamente il caso di Capriana che mi ha sempre appoggiato)».

Crede che le persone abbiano bisogno di poesia?

«Sì e nei pochi incontri di lettura a cui ho partecipato ne ho avuto la prova lampante: ho visto persone commuoversi davanti alle immagini evocate da una poesia. Questo per un artista è il premio migliore».

Ha scritto anche un libro di recente?

«Grazie al contributo del Comune di Capriana ho stampato una raccolta di poesie, “El Prà de la Vita” che ha avuto un successo insperato. Da qualche tempo, poi, vengono pubblicate alcune mie riflessioni sui quotidiani locali. Molti miei “colleghi” trovano questo un abuso della poesia, come se pubblicandola in un giornale si corresse il rischio di “inflazionarla” e perdesse valore. lo spero che non sia così».

La sua è una poesia di denuncia, che messaggio vuole lanciare ai giovani, futuri promotori della cultura?

«Avendo tre figli le mie poesie sono rivolte in prima istanza ai giovani, la speranza del mondo. Riprendendo i versi di “No gh’è aqua”, direi loro: “Cavave la pèl, fiòi! Dòi dedi de scòrza, sora n’anima bianca”. C’è bisogno di sofferenza e dolore per veder crescere i frutti del proprio lavoro, ma non sarà mai vano. Solo così ci sarà la speranza che il mondo torni pulito, puro. Sono certo che le nuove generazioni abbiano tutti gli strumenti per compiere quest’impresa».

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