Un tuffo nel passato – Predaia, terra di lupi

Abbiamo deciso di riproporre alcuni articoli del periodico l’Avisio. Si tratta di “pezzi” che ci raccontano come eravamo. Gli articoli sono antecedenti rispetto ai giornali digitali scaricabili gratuitamente dall’archivio contenuto ne L’AvisioBlog. Oggi vi proponiamo un’analisi storica della frazione Predaia di Castello-Molina di Fiemme, pubblicata nel 2005. Buona lettura.

Non è ancora chiara l’origine del suo nome. Si suppone che derivi da “preda”, cioè pietra ma nel dialetto locale il paese viene chiamato “Pradaia”, che ha più assonanza col termine di prato. Ci si arriva percorrendo la carrozzabile che da Castello porta a Molina, imboccando la strada che s’innesta nel secco tornante in prossimità della parrocchiale dedicata a Sant’Antonio da Padova. Chi ama passeggiare può percorrere la stradina che, a Sud di Castello (località “Massa”), attraversa la fondovalle in uno stretto viadotto e scende nel vallore dove sorge Predaia.

La costruzione più antica del paese è sicuramente la casa che riporta il numero civico 33 – 35, indicata nelle cronache storiche come sede del guardiano dei cani da caccia del Vicario del Comitato di Castello, risalente al 1314. Antica è pure la parte inferiore della casa detta dei “Roseti” costruita verso il 1640. Come ogni paese ha subito modifiche urbanistiche nel corso dei secoli. Coesistono, quindi, edifici di diversa ispirazione architettonica e non sempre l’opera rinnovatrice dell’uomo è stata rispettosa del passato.

Nel 1981, nel corso dei lavori di canalizzazione delle acque pluviali della piazza, fu trovato un pozzo della profondità di tre metri e di uno di diametro coperto da una grossa pietra. La struttura era costituita da sassi rustici legati da poca calce, circondata da un anello di argilla di almeno cinquanta centimetri di spessore per evitare perdite d’acqua. Nonostante le segnalazioni di Agostino Bortolotti, (curatore di una pregevole raccolta di memorie storiche di Molina, Predaia, Castello, Stramentizzo e della Val Cadino) il pozzo è stato cancellato. Del manufatto sono rimaste solo le fotografie.

A Predaia non sono più visibili, ma ci sono testimonianze affidabili, dell’esistenza di “lovaie”, fosse profonde e con un diametro di circa tre metri, destinate alla cattura dei lupi. Sul fondo venivano gettate ossa e resti di animali macellati, poi l’imboccatura veniva coperta da frasche e terra. I lupi, attratti dall’odore della carne, si inoltravano sul terreno infido, precipitavano nella buca e venivano uccisi.

Gli abitanti di Predaia hanno da sempre praticato le attività tipiche della zona: allevamento del bestiame, cura del bosco, coltivazioni di grano, orzo, miglio, patate, cavoli, rape. Non mancava il lupino, che serviva, dopo la torrefazione dei frutti piatti e scuri, a preparare il “caffè di casa” usato quotidianamente.

Lungo il rio Predaia esistevano certamente alcuni mulini, i più antichi, citati nello Statuto del Comitato di Castello già nel 1605, sono quelli del “Toneto” presso la casa signorile dei Saracini di Trento. Il rio Predaia, quindi, era un’importante risorsa per gli abitanti della frazione, ma anche un temibile nemico in caso di forti piogge.

Il nubifragio documentato in maniera più dettagliata è quello dell’agosto del 1908, quando la casa agricola situata alla foce del ruscello “Avallon” fu spazzata via dalle acque. Cinque persone trovarono la morte e i loro corpi furono ritrovati nei giorni successivi dopo lunghe e faticose ricerche.

Al visitatore attento non sfugge una grande lapide fissata sulla facciata della casa dove trascorse l’infanzia padre Eligio Bortolotti. Figlio del maestro Francesco Bortolotti di Molina fu ordinato sacerdote nel 1937 e l’anno successivo incaricato, come giovane parroco, nella parrocchia di Querceto, vicino a Sesto Fiorentino. Era una persona molto attiva e di grandi capacità. Gli piaceva studiare: per questo aveva iniziato a frequentare la facoltà di Lettere dell’Università di Firenze.

Nell’estate 1944 i cannoni tuonano sui colli fiorentini. l’esercito tedesco in ritirata stabilisce le sue linee nelle immediate adiacenze della chiesa di Querceto. Padre Eligio conosce bene la lingua tedesca e corre in difesa di chiunque si senta minacciato. Si prodiga per ottenere che gli anziani e gli ammalati vengano esonerati dai lavori più pesanti e che gli uomini destinati alla deportazione possano tornare liberi a casa.

La mattina del 4 settembre un partigiano, incaricato dal Comitato di Liberazione Nazionale, va a cercare padre Eligio per tentare una mediazione con le truppe tedesche. L’incontro non sfugge al comando e, poche ore dopo, i soldati arrestano padre Eligio, lo interrogano e lo torturano. Il giorno successivo il religioso viene giustiziato con sei colpi al petto e due alla testa. Il 10 settembre le truppe tedesche si ritirano e il corpo di padre Eligio Bortolotti viene esumato dalla fossa dove era stato gettato e portato in chiesa. Ora il suo corpo riposa nel cimitero di Sesto Fiorentino.

La gente di Querceto non ha mai dimenticato la figura dell’eroico prete venuto dalla Valle di Fiemme. A lui è intitolata la scuola elementare e la strada che porta alla chiesa. Oltre alla targa sulla casa paterna di Predaia, padre Eligio è ricordato con una lapide nel cimitero di Molina.

Gilberto Bonani

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