Una filiera sostenibile

Francesco Dellagiacoma è il nuovo presidente di PEFC Italia. Funzionario forestale della Provincia Autonoma di Trento in pensione, è stato eletto in ottobre alla guida dell’associazione che si occupa del noto e diffuso programma di certificazione forestale. Sostituisce Maria Cristina D’Orlando, di cui è stato vice vicario, dopo un percorso all’interno del Consiglio d’Amministrazione dal 2012. In 36 anni di lavoro in Provincia, si è occupato di gestione forestale, bacini montani, demanio, Convenzione delle Alpi e certificazioni forestali, trovandosi così ad affrontare da più punti di vista la complessa questione della gestione del bosco.

Giunto alla pensione, Francesco Dellagiacoma – originario di Predazzo, come quel soprannome di famiglia “Rosat” rivela – ha deciso di continuare a dedicare tempo ed energie alle questioni a lui care, in primis quella della sostenibilità forestale.

Cosa significa la parola sostenibilità a livello forestale?

Nell’ambito forestale la sostenibilità ha una lunghissima tradizione, soprattutto nelle aree alpine, dove la regolamentazione del taglio del bosco risale alla metà dello scorso millennio. In zone delicate come quelle montane si è, infatti, notato presto che esiste una connessione stretta tra lo stato di salute delle foreste e la stabilità del territorio. Già secoli fa, quindi, sono stati adottati regolamenti che tutelassero quel bosco che allora era ancora più importante d’oggi al fine del sostentamento della popolazione. Veniva sfruttato non solo per il taglio, ma anche per il pascolo e per la raccolta di strame necessario all’agricoltura. Col passare del tempo, è aumentata la consapevolezza del ruolo delle foreste nella prevenzione di frane e valanghe e anche della correlazione con le alluvioni. Sempre più sono cresciute la sensibilità e l’attenzione, che hanno portato prima a tagliare meno della ricrescita naturale, poi a capire che i boschi naturali sono da preferire alle piantagioni. Però, quello che per noi è la norma, non ovunque nel mondo lo è. Si pensi che l’Europa è l’unico continente in cui le superfici forestali crescono, anche a causa di un progressivo abbandono dell’agricoltura marginale di montagna, con conseguente impoverimento a livello paesaggistico e naturalistico. Purtroppo, soprattutto nelle aree tropicali, ma anche in alcune zone boreali come la Siberia, si sta ancora assistendo a un progressivo disboscamento senza criteri né attenzione alla ricrescita delle foreste.

Ed è proprio per riconoscere la provenienza del legno che sono state introdotte le certificazioni forestali…

Esattamente. Le certificazioni forestali nascono per permettere ad aziende e consumatori di tracciare la filiera del legname utilizzato, così da poter scegliere quello proveniente da una gestione sostenibile, che si prende cura del bosco. I principi e gli indicatori adottati per assegnare il marchio di legno e carta certificati garantiscono che il bosco venga rispettato in ogni sua componente. Non si guarda solo alla quantità di alberi tagliati, ma anche alla funzione protettiva delle foreste nei confronti di acqua, terreno e clima; alla conservazione dell’habitat di animali e piante; alla tutela della biodiversità degli ecosistemi forestali. Vengono, inoltre, favorite le filiere corte – di cui il progetto dell’ex Marangoni di Rovereto è un esempio virtuoso. Ad essere tracciata, quindi, non è solo la materia prima, ma l’intera catena produttiva, dall’origine al consumatore. Nel mondo sono due le principali certificazioni forestali, la FSC e la PEFC, la più diffusa in Italia e all’estero.

Queste certificazioni riescono a influenzare le scelte dei consumatori?

Tendenzialmente la gente ha fiducia nei loghi, soprattutto se di parte terza, quindi liberi da interessi economici. Attualmente in Italia abbiamo certificato 900.000 ettari di foreste e 1.100 aziende. Il Trentino, dopo essere stato nel 2001 tra i promotori di PEFC Italia, continua a dimostrarsi particolarmente attento alla tutela dei suoi boschi: sono, infatti, 261.500 gli ettari certificati in provincia, per lo più gestiti da Comuni, Asuc e, naturalmente, la “nostra” Magnifica Comunità di Fiemme. Le aziende (in regione ne abbiamo quasi 200) si aspettano di veder riconosciuto l’investimento fatto per la certificazione. Negli ultimi tempi abbiamo, quindi, puntato molto sulla comunicazione, sia per promuovere il marchio tra i consumatori, sia per far crescere la sensibilità ambientale delle aziende. È un processo culturale e normativo che richiede del tempo, anche se in realtà basterebbe far applicare i regolamenti nazionali (spesso ignorati) che prevedono già che il legno per l’edilizia debba provenire da gestione forestale sostenibile.

L’emergenza Covid19 ha spostato l’attenzione dalla sostenibilità ambientale o, al contrario, l’ha posta ancora più al centro del dibattito?

Credo che l’emergenza sanitaria che ci ha scosso nel corso di quest’anno possa essere un’opportunità anche dal punto di vista ambientale. Questi mesi sono stati la dimostrazione che si possono fare cose che non si ritenevano possibili: abbiamo chiuso tutto e anche a livello economico sono state prese decisioni inimmaginabili fino a poco tempo. È stato dimostrato che di fronte a una grossa crisi la società è disposta a fare grandi rinunce. Allora, possiamo farcela anche per quanto riguarda la crisi climatica. Dobbiamo riconoscere che con piccole riforme non raggiungeremo mai la riduzione del 55% entro il 2030 e le emissioni zero nel 2050. È il momento dei cambi di rotta drastici. La pandemia ha messo in evidenza non solo la maturità della gente, che è pronta a fare la sua parte se chiamata a farlo, ma ha anche dato ulteriore visibilità alla questione ambientale. È diventata evidente la connessione tra lo stato di salute nostro e quello della natura. Come ha detto Papa Francesco, non possiamo pensare di vivere sani in un mondo malato.

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