Uomini preistorici e donne dei nostri tempi

Cominciamo dai trentini preistorici. Ricordo da bambino la visita come scolaretto elementare alle palafitte del Lago di Ledro. Ci siam passati tutti, no? Fu una di quelle gite scolastiche in cui, seduti nelle file in fondo alla corriera – con quel gran profumo di sedili in similpelle e fumi di gasolio – si cantava e ci si prendeva in giro finché non veniva il momento del gioco dei pegni (Dire, Fare, Baciare, Lettera, Testamento!), in cui si poteva essere forzati a baciare una compagna. Ah, massimo dell’imbarazzo e prime scintille dei sensi. Ma non divaghiamo. Quella gita a Ledro fu il mio primo vero incontro con la storia. Ricordo ancora l’emozione nell’entrare in quelle palafitte ricostruite ad arte, osservare quelle punte di lancia, gli utensili e il vasellame di quella comunità che, come una piccola Venezia, viveva sull’acqua, al riparo da orsi e lupi. Come tutti i bambini e le bambine mi sarò immaginato uomo o donna dell’età del Bronzo. Figuriamoci, molti di noi bambini ci saremo pure immaginati in lotta all’ultimo sangue con spaventosi mammut e leoni di montagna. Con la mamma o la morosa a casa, a pestare granoturco per far ‘na bella polentona preistorica.

 

Oggi, chi propone l’uomo-cacciatore e la donna-casalinga viene tacciato di sessismo. Ed è giusto così. Oggi, se vogliamo rimanere in metafora, una donna è altrettanto brava nell’uscir di casa e andare a caccia del pane e companatico, così come l’uomo spesso si cimenta in attività casalinghe come cucinare, tirar l’aspirapolvere e la sera – magari mentre guarda il gran premio registrato apposta – stirare. E allora verrebbe da chiedersi: ma da quanti anni è che le cose son cambiate così radicalmente, da quante generazioni è che una donna può farsi valere quanto un uomo? Due, neanche tre? Chiaramente non parlo delle classi alte, come la nobiltà, dove anche nel medioevo una donna poteva diventare regina e comandare gli uomini. Parlo del 95% della popolazione, della massa di quelli che hanno sempre dovuto lavorare e quasi sempre tacere. La divisione tra i sessi era nettissima; le eccezioni irrisorie. Insomma, se partiamo dai nostri antenati anfibi di Ledro, dobbiamo ammettere che nella storia degli ultimi 4,000 anni, le donne sono riuscite a far valere parità di diritti solo negli ultimi 50.

 

Dico quella cifra perché parto dagli anni Settanta, quelli in cui il movimento femminista divenne un’ondata di cambiamento, a forza di manifestazioni, colpi di referendum e difesa dei diritti della donna nei codici civili e penali.  Per questo dovrebbe venire un sorriso di tristezza quando capita di leggere interviste in cui una donna famosa, oggi, si dichiara non femminista, parlandone come di qualcosa di sorpassato, e anche un po’ volgarotto: ah, quelle ragazze scapigliate che andavano alle manifestazioni gridando oscenità. Che noia.

 

E invece no. Per questo motivo è utile ricordare come l’organizzazione della nostra società, solo tre generazioni fa, fosse più simile a quella dei nostri antenati nelle palafitte che a quello che oggi consideriamo la normalità. Quale normalità? Che se abbiamo una figlia e non un figlio, ci aspettiamo che vada a scuola come i maschi, che studi quello che le piace, che diventi una brava professionista nel lavoro che ama e che possa sentirsi felice e realizzata nella vita, come i maschi. Tre generazioni fa mica era così.

 

Permettetemi un paio di esempi. Il primo riguarda Giovanni Gentile, grandissimo filosofo idealista e riformatore della scuola pubblica, nel 1923. Saltando sui suoi trascorsi col fascismo, basti sapere che oggi, al di là delle ideologie, Gentile è considerato da tutti una figura centrale della cultura italiana del 900. Ora, Gentile come tanti altri della sua generazione era un convinto sessista. E cioè pensava che le donne fossero inferiori, mancassero di spiritualità – parole sue – e quindi bisognasse considerarle come cittadini a parte. Lo fece nella riforma della scuola creando i Licei femminili e specificando che non davano accesso all’università. Come dire, “voi, donne, fatevi pure una cultura, ma poi basta, sposatevi e usatela nei ricevimenti dei vostri bravi mariti oppure, se proprio volete lavorare, andate a far la segretaria di un grand’uomo”. Aggiunse poi la norma che il preside di quei licei doveva essere un uomo, tanto per evitare che qualche donna si mettesse in testa di far carriera nella Pubblica Istruzione. Di queste cose Gentile parlava da tempo, come in una lettera aperta che scrisse nel maggio 1918, in cui disse che la scuola era in crisi perché i licei e le università erano invasi dalle donne: che con la loro chiara inferiorità abbassavano il livello generale.

 

Ancora meglio fece Emilio Cecchi, grande scrittore, considerato a ragione una delle penne più raffinate dell’Italia moderna, tanto che attorno ai suoi scritti si coniò il termine ‘prosa d’arte’. Ora, anche il nostro Cecchi, purtroppo, quando si passava a giudicare le donne, non era del tutto rispettoso. Una sua straordinaria uscita si trova in un articolo che pubblicò sul Corriere della Sera, durante un suo viaggio negli USA, nel febbraio 1935. Già allora, l’emancipazione femminile in America del nord aveva raggiunto livelli impensati in Europa. Scrivendo da lì, i giornalisti italiani ne parlavano sempre con stupore, talvolta complimentandosi, molto più spesso critici di questa assurdità. Le donne come gli uomini, ma và… Cecchi fece meglio di tutti e sfornò una teoria. Scrisse che gli americani avevano ceduto spazio e autorità alle donne perché non erano cattolici. Proprio così. Secondo lui, i cattolici avevano dalla loro il culto della Madonna e questo faceva sì che la loro idealizzazione della donna si concentrasse su quella figura. Cito: “Venerando la Madonna sugli altari, noi ci sentiamo più liberi e disinvolti riguardo alla donna in carne ed ossa.” In altre parole, i protestanti, ignorando la Madonna, erano finiti, scemi loro, a onorare la donna nelle loro vite. I cattolici, invece, erano liberi di lasciar le loro donne in un angolo, naturalmente uso-cucina.

 

Fa sorridere, oggi, leggere questi aneddoti. Ma solo tre generazioni fa era questa, la realtà. Per non parlare di che cosa abbia significato, per migliaia di anni, essere omosessuale, lesbica o transessuale. Per loro il percorso è stato ancora più duro e la strada ancora è lunga. Non oso immaginare come sia stato ai tempi delle palafitte.

Guido Bonsaver

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