Un tuffo nel passato – Vigo, la torre delle torture

Abbiamo deciso di riproporre alcuni articoli del periodico l’Avisio. Si tratta di “pezzi” che ci raccontano come eravamo. Gli articoli sono antecedenti rispetto ai giornali digitali scaricabili gratuitamente dall’archivio contenuto ne L’AvisioBlog. Oggi vi proponiamo la storia del complesso fortificato in cui venivano imprigionate le streghe, pubblicata nel 2003. Buona lettura.

La ricerca storiografica ha prodotto un’accurata documentazione sugli atti dei processi delle streghe fassane, le più famose sono Orsola Lombarda (bruciata viva il 13 giugno 1573), Orsola de Luca e Maddalena Pilat. Ci furono quello che oggi si definirebbero tre maxiprocessi, istruiti in lingua ladina e poi celebrati a Bressanone in lingua tedesca. Ma è nella Torre di Vigo – luogo di giustizia – che le streghe di Fassa vennero imprigionate. Ed è proprio della torre che ci occupiamo.

La Torre di Vigo o Torn de Vich crollò per vetustà ed incuria Il 4 ottobre 1935. Subito dopo si procedette alla sua demolizione. Fu la fine di una delle più importanti testimonianze storiche della Valle di Fassa. Ora sull’area della torre sorge un edificio per vacanze estive (nel centro di Vigo, vicino alla scuola), ma molti sono gli elementi del complesso fortificato feudale: una feritoia, un sotterraneo (la cui unica apertura è il foro praticato nel pavimento del portico) e l’annesso edificio, a valle, anche se fortemente rimaneggiato. Sul fianco di quest’ultimo si leggono le date di erezione e di ricostruzione con le sigle degli autori scritte a sanguigna: 1682 C.M. e 1981 R.A.

La torre aveva pianta quadrata di circa 8 metri per lato. Era alta quindici metri. Aveva un tetto a quattro spioventi coperto di scandole, sporto sulla facciata nord, finte bugne agli angoli, alcune finestrelle di pietra a pieno sesto verso il coronamento e scale esterne. Un’enorme trave di legno reggeva l’intero apparato dei piani. La torre era la “Masseria di Corte di Sopra”, sede feudale del massaro vescovile di Valle. Un portico la separava dalla “Masseria di Sotto”.

La “Casa dell’Officio” era la sede della giudicatura, del capitano vescovile e della Comunità di Fassa. Sulla Torre c’erano le date del 1444, incisa sulla travatura dell’ingresso, del 1525, data di alcuni restauri. Di preciso la “Casa dell’Officio” fu ricostruita nella prima metà del Cinquecento per opera di Silvestro Soldà, essendo capitano vescovile Stefano Larcher.

Una quarantina di anni dopo, sotto Il capitanato di Gasparo Pajr (1573) furono incarcerate nella torre le prime “streghe di Fassa”. Dopo l’interrogatorio, con tortura, furono tradotte al giudizio di Bressanone dove furono condannate al rogo e bruciate. Le prigioni dell’Officio ospitarono tutte le varie streghe e stregoni di Fassa negli anni 1628-1629, 1644, 1681 e 1685. Nella torre vi erano le “prigioni di sotto” e quelle “di sopra”, dotate di ruota della tortura.

Fino alla soppressione dei principati di Trento e Bressanone (1803), la Valle di Fassa era inclusa politicamente nel territorio del Principato di Bressanone, dalla cui diocesi dipendeva anche ecclesiasticamente. Il confine col Principato e la diocesi di Trento correva poco a valle del paese di Soraga. In origine i fassani erano uniti in una comunità semilibera, retta da un massaro di corte.

L’eco della civiltà Longobarda si ritroverebbe nelle deganie, nella masseria di corte o corte regia di Fassa. Secondo il più grande studioso della Val di Fassa (padre Frumenzio Ghetta), la sede della corte regia di Fassa, entrata a pieno titolo nell’ambito politico giurisdizionale feudale del principe di Bressanone verso il decimo secolo, sarebbe stata, fin dall’origine, il luogo dove si trovava la torre di Vigo. Era composta, oltre che dall’elemento fortificato, dalla residenza, dagli edifici di servizio, da orti, campi e prati.

Una testimonianza linguistica? “Sotto il portegàl” (portico) è l’indicazione che si dava al luogo dove venivano gettati i prigionieri e spesso lasciati morire. Era un’unica apertura praticata nel pavimento. Rimane memoria di questa prigione sotterranea nel detto “te metto sotto el portegàl”, per indicare l’imprigionamento.

Brunamaria Dal Lago Veneri

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