“Perché ci vuole orecchio”

Pubblicato nel 2012

«La musica, dono del Dio supremo, attira gli uomini, disegna dei. La musica rende dolci le anime selvagge ed eleva le menti tristi. La musica muove gli stessi alberi e le belve feroci». Walter Cavada, di Molina di Fiemme, ha fatto sue le parole di Orlando di Lasso, maestro della polifonia cinquecentesca. Senza tema di errore si può affermare che la musica è il filo conduttore della sua vita. Lo ha preso per mano quando era adolescente, lo ha portato alla maturità dando sostentamento, anche economico, alla sua vita. Ora lo accompagna sempre: nel lavoro e durante i momenti di riposo.

Alla musica Walter ha elevato un tempio nella taverna sotto casa. Due potentissime casse acustiche da 120 chilogrammi l’una, preamplificatori, amplificatori, lettori e uno straordinario piatto per dischi in vinile ad aria compressa. In un angolo un juke-box anni ’60 e una sterminata raccolta di dischi. Non manca una collezione di chitarre e, ovviamente l’iscrizione, in latino, del testo di Orlando di Lasso ricordato sopra. Comodamente seduti su poltrone di morbida pelle è possibile gustare la musica in tutta la sua profondità. Ascoltando la registrazione di un virtuoso della chitarra classica, oltre alle note divine di Bach, è possibile percepire il fruscio delle dita sulle corde e, cosa inaudita, anche il respiro dell’artista. Particolare difficile da avvertire con i lettori di Mp3 che riducono la musica all’essenziale.

Come è nata la tua passione per la musica?

«Erano i tempi di Bob Dylan, quando bastava una chitarra e una armonica a bocca per cambiare il mondo. Eravamo negli anni ’60 e la voglia di strimpellare con i coetanei era forte. La musica costituiva un modo per socializzare, per fare gruppo. Così, insieme ad amici come Claudio Giacomuzzi, Enrico Tommasini, Paolo Longo, Michele e Mariano Vinante, Adriano Zanon e Giancarlo Deflorian iniziò l’avventura del Varco Jazz Club di Tesero. Mi appassionai soprattutto di musica country e ricordo ancora con emozione un concerto tenuto a Moena insieme a Michele Vinante e con la voce cristallina di Angela Chiocchetti “Goti”. Trascorrevo tutto il mio tempo libero a provare con gli amici in una cantina».

Per i giovani di oggi sarebbe possibile un ritorno al “fare musica” come negli anni ’60?

«Difficile! Oggi i nostri figli hanno troppi impegni, sono strattonati da troppe cose, poi fanno meno gruppo. Un tempo poi non c’erano limitazioni così vincolanti legate alla Siae (Società italiana degli autori ed editori) e quindi potevamo promuovere con facilità serate danzanti che ci servivano per finanziarci. Il problema per noi era quello di reperire Gilberto Bonani risorse per l’acquisto della strumentazione».

La nuova ventata musicale con i grandi interpreti come Dylan, i Beatles, Jimi Hendrix ha raccolto subito l’attenzione dei giovani in Fiemme e Fassa?

«No, assolutamente. Il nuovo genere musicale era visto un po’ con sospetto e quindi per le serate danzanti dovevamo attenerci rigorosamente alla tradizione del tempo. Quando uscivamo dalla nostra cantina per animare una festa dovevamo ingaggiare un fisarmonicista per stare sul mercato. Non avremmo certo avuto seguito se avessimo suonato pezzi dei Creedence Clearwater Revival. Allora andava forte il melodico o i balli come walzer e mazurke».

Quando hai cominciato a vivere grazie alla musica?

«Nel 1975 sono stato congedato e, dopo il servizio militare, ho trovato lavoro nella fabbrica di pianoforti Del Marco-Bozzetta a Tesero dove si realizzavano gli strumenti. Così di giorno lavoravo in fabbrica e la sera andavo a suonare. Jazz e country erano le correnti musicali che amavo di più. Con gli amici cominciavamo ad andare oltre le due valli e fare da “spalla” a orchestre di jazzisti più blasonati come la Big Swing Orchestra di Pergine. Poi nel 1981 lasciai il Varco. Si erano fatte avanti persone molto più preparate di me che si affacciavano sul palcoscenico come Fiorenzo Zeni, sassofonista a 11 anni nella banda di Tesero, poi a 15 nel Varco Jazz Club dove si distinse subito. Intanto, nel 1982, il sottoscritto si era convertito alla professione di accordatore».

Cosa richiede questa professione?

«Orecchio e conoscenza dello strumento. La cosa era perfetta per me, vista l’esperienza maturata nella costruzione di pianoforti. La tecnica dell’accordatore mi è stata insegnata da Giancarlo Deflorian, poi ho iniziato a viaggiare tra Trentino – Alto Adige e Veneto. Tuttora, ogni settimana, sono a Trento e a Verona per verificare gli strumenti dei due conservatori. Poi ci sono le esigenze di privati o i grandi eventi dove è necessario assicurare la perfezione in occasione di concerti. Ho preparato i pianoforti su cui ha suonato il grande Chick Corea che, nonostante il suo nome, è di origine italiane».

Cosa dire della cospicua raccolta musicale e della passione di conservare chitarre?

«Il fare memoria è un impegno che è venuto poi nel tempo. Tutti gli appassionati della musica diventano necessariamente dei collezionisti. Ho iniziato a conservare le registrazioni dei concerti tenuti col Varco Jazz Club, i vinili dei miei artisti preferiti. Poi, con l’avvento massiccio dell’elettronica, tutto è diventato più facile. I cd occupano meno spazio, sono più maneggevoli e meno delicati. Ho acquistato diversi riproduttori musicali elettronici ma la parte dell’amplificazione rimane legata alle vecchie valvole. Qui la tecnologia del passato è ancora imbattibile. Invece il cd ha eguagliato la fedeltà del vinile con il vantaggio che il supporto è meno delicato rispetto ai microsolchi scavati nel Pvc (poli vinil cloruro). Parallelamente ho raccolto molte chitarre e altri strumenti musicali».

Qual è il pezzo della collezione a cui sei maggiormente legato?

«Senza dubbio il vecchio juke-box che ho trovato abbandonato in una soffitta. Ho lavorato duro per pulirlo, rimetterlo in funzione, rifare tutte le etichette e cercare i gettoni d’epoca. Ma ora mi sembra di essere tornato adolescente quando ascolto la musica dei vecchi 45 giri anche se gracchiante e imperfetta».

Gilberto Bonani

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