Il Paese dei Ragazzi ha la sua tesi di laurea

Pubblicato nel 2008 – Un tuffo nel passato

È nata a Marradi in provincia di Firenze, ma da diversi anni vive a Predazzo con il marito Umberto Defrancesco e i due figli Edoardo ed Emanuele. Gianna Sartoni, nonostante l’impegno di mamma e il lavoro nella ditta di famiglia, ha deciso di lanciarsi in una nuova esperienza iscrivendosi alla facoltà di Scienze e Tecnologie della Comunicazione all’Università degli studi “La Sapienza” di Roma. Quest’esperienza l’ha portata a laurearsi il 14 novembre scorso, all’età di quarantasei anni, con una tesi dal titolo “ Facciamo finta che… noi siamo grandi. Il gioco e le rappresentazioni sociali nell’esperienza de “Il Paese dei Ragazzi “, nella quale appunta analizza il caso specifico de Il Paese dei Ragazzi, manifestazione che si svolge con successo da un paio di anni a Predazzo.

Gianna, come mai ha deciso di iscriversi all’università da “grande”?

«L’idea è nata alcuni anni fa – spiega Gianna – quando mio figlio Emanuele aveva ormai due anni ed ho avvertito l’esigenza di fare qualcosa per me. Un mio amico e la moglie si sono iscritti a un progetto di laurea a distanza che permette di studiare stando a casa, utilizzando oltreché i testi e il computer, di seguire le videolezioni on-air sul satellite. L’idea mi è subito piaciuta e ho voluto sperimentarla».

Qual è stato il suo precedente percorso scolastico?

«Mi sono diplomata al liceo classico e successivamente ho frequentato l’Isef a Bologna».

Perché ha scelto la facoltà romana?

«Conosco abbastanza bene Roma, perché ci ho vissuto per undici anni. Ho scelto di seguire il corso di Laurea in Scienze e Tecnologia della Comunicazione perché, tra le varie opzioni che questa modalità teledidattica offriva, il piano di studi mi è sembrato interessante. Insieme con altre persone che abitano anche fuori dall’Italia e che, come me, hanno deciso di adottare la modalità di studio a distanza abbiamo creato una corposa mailing list (indirizzario di posta elettronica) e un forum e tutto ciò ci ha permesso di creare un gruppo di studio utilizzando le tecnologie a nostra disposizione, come il ripasso su skype e l’invio di conferenze. Questo gruppo di studio è poi diventato un gruppo d’amici con cui mi tengo tuttora in contatto».

Di cosa si occupa oltre allo studio?

«Attualmente mi occupo della comunicazione dell’azienda di famiglia, soprattutto partecipando a fiere ed eventi in Italia ed anche all’estero perché conosco il francese, l’inglese, il tedesco e un po’ di spagnolo. Le lingue straniere mi sono sempre piaciute ed è per questo che, in passato, sono stata varie volte all’estero potendo così imparare la lingua direttamente sul posto. Devo dire, però, che in primis il mio lavoro è quello di mamma».

Come mai l’affascina tanto la Comunicazione?

«Questo tipo di laurea ambisce a fornire conoscenze tecnologiche sulla materia. Visto il mio carattere, ho ritenuto che fosse quella che mi si addiceva maggiormente perché già mi occupavo di comunicazione. Infatti, in passato ho già lavorato nel settore della pubblicità, del turismo e quindi possiedo una buona conoscenza pratica, mentre sapevo poco della teoria. E questa è stata la molla che mi ha spinto a informarmi e studiare».

La famiglia l’ha appoggiata nella sua decisione?

«Inizialmente c’è stata un po’ d’ironia da parte dei miei familiari. Ma io sono una persona molto determinata e ho ugualmente portato avanti questa mia sfida, anche se con molta fatica. Ho iniziato a studiare ed i primi esami sono andati molto bene. Quando mio marito ed i miei figli si sono accorti di questa mia ferrea volontà di proseguire in questa avventura sono stati i miei primi supporter e devo certamente anche a loro la riuscita di quest’entusiasmante esperienza».

La sua è una laurea triennale o specialistica?

«Si tratta di una Laurea triennale. Naturalmente c’è la possibilità di una specializzazione ma solo come studente lavoratore o in presenza. Bisogna superare un test d’ingresso. Mi piacerebbe conseguire la specializzazione, vedremo, intanto aspetto che tutti i componenti del gruppo di studio si laureino in modo tale da poter proseguire insieme, mi piacerebbe molto».

Perché una parte della sua tesi è dedicata proprio a Il Paese dei Ragazzi?

«È stato “il caso di studio” della mia ricerca. E l’ho scelto, in primo luogo, perché mio figlio Edoardo vi ha partecipato rimanendone entusiasta. Per analizzare Il Paese dei Ragazzi ho dovuto studiare e consultare una bibliografia di autori illustri che, in campo sociologico e psicologico-sociale, hanno analizzato il “gioco” e la sua evoluzione. In particolare mi sono interessata al perché, nella fusione tra gioco e rappresentazione sociale, si approdi al gioco di ruolo che, altro non è, che Il Paese dei Ragazzi».

Come ha svolto la sua ricerca nel Paese?

«Vi ho trascorso diverso tempo e ho cercato di individuare quali fossero le dinamiche basi che avvicinavano i bambini a quest’esperienza, come queste dinamiche si susseguissero e venissero esplicate all’interno del borgo in miniatura e come i bambini vivessero questo particolare palcoscenico messo a loro disposizione. Il tutto senza perdere di vista il gioco. Per i partecipanti, infatti, si tratta pur sempre di un gioco anche se viene vissuto con grande serietà e responsabilità. Il Paese dei Ragazzi è una messa in scena del gioco di ruolo della vita degli adulti da parte dei bambini».

Ma che ruolo ha il gioco nella comunicazione?

«Partendo dal primo assioma della scuola di Palo Alto (famoso centro statunitense di ricerca e terapia psicologica) “non è possibile non comunicare”, qualunque situazione in cui vi sia un’interazione, quindi un rapporto tra due o più persone mediato o meno dalla tecnologia, ecco che si crea comunicazione. In quest’ottica Il Paese dei Ragazzi è un grande palcoscenico dove i bambini comunicano verso l’esterno le loro esigenze e lo fanno essendo attori primari, assoluti protagonisti».

I ragazzi, quindi, sono stati al centro del suo studio?

«Certo, perché ho dovuto compiere la mia ricerca direttamente sul campo, visto che non c’è una letteratura specifica sul tema. Ho trascorso una giornata con i piccoli cittadini osservandoli ed intervistandone alcuni. Il maggior problema è stato quello di riuscire ad essere il più possibile oggettiva e sopra le parti. Ho cercato di capire e di individuare i motivi che avvicinano i bambini a Il Paese, che tipo di interazioni si creano, come nascono le amicizie e di che tipo. Ho sottoposto ai bambini numerose domande e ho suddiviso le risposte, in base alla fasce di età: otto-nove anni, dieci-dodici anni e dodici-quattordici anni».

Pensa che si occuperà ancora di comunicazione e bambini?

«La comunicazione verso i bambini è un aspetto molto interessante e credo che, laddove me ne venga data l’opportunità, potrei anche occuparmene ancora. E non è detto che non succeda nell’ambito di un master, di primo livello, a cui potrei partecipare a breve, visto che con questa laurea mi viene data anche la possibilità di prendervi parte.

«Quindi, perché no?». Quali conclusioni trae da quest’esperienza?

«Mi risulta difficile dare una precisa definizione, trovare l’aggettivo adatto, ma posso sicuramente affermare che è stata un’esperienza stupenda, elettrizzante e interessante anche se altrettanto stancante. Vissuta in ogni caso, con passione ed energia».

Carla Giacomelli

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