Scuri serài

Riportiamo l’articolo di Elisabetta Deidda pubblicato sul numero di maggio dell’Avisio (scaricalo qui). Una lettura che richiede il suo tempo, ma che riteniamo offra numerosi e interessanti spunti di riflessione.

 

Questo non è paese per giovani. Ho pensato questo di recente a proposito della mia Val di Fiemme. Non per la mancanza di occasioni di svago notturno, che personalmente non ricerco in modo particolare, ma per la difficoltà di trovare casa. Per una persona che non possa permettersi di acquistarne o costruirne una, o che non abbia appartamenti o case di proprietà, trovare un appartamento in affitto è cosa praticamente impossibile. Me ne sono accorta quando, tornata in valle dopo un periodo di studio all’estero, ho cominciato a cercare insieme al mio ragazzo un posto dove poter vivere assieme. Almeno per qualche mese, fino a quando uno dei due non avrà trovato un lavoro stabile da qualche parte in Italia o all’estero.

Questa difficoltà non è data dalla mancanza di case o appartamenti. Ce ne siamo resi conto nel momento in cui abbiamo iniziato a girare per Cavalese alla ricerca di cartelli “Affittasi”. Appena inizi a farci caso, cominciano ad apparire ovunque. E non parlo dei cartelli. “Varda quanti scuri serài”. Imposte chiuse, porte sbarrate, davanzali senza fiori. I nostri paesi ne sono pieni, di case e appartamenti abitati solo per qualche settimana all’anno, durante le due stagioni che vedono migliaia di turisti migrare verso le nostre terre alte. Nella stagione appena passata, durante la quale l’afflusso turistico è stato pressoché inesistente per motivi tristemente noti a tutti, molte di quelle case sono rimaste con le imposte chiuse anche durante la settimana di Natale, che in tempi normali è brulicante di gente. Sulla centrale via Bronzetti di Cavalese, in pochi si sono affacciati dai poggioli per ammirare la doppia fila di alberelli ricoperti di neve ed ascoltare la piacevole musica natalizia diffusa dagli altoparlanti.

Il mercato immobiliare della nostra valle, che si tratti di affitto o compravendita, è completamente modellato sul turismo stagionale e sulla domanda di seconde case. Gli affitti sono rivolti praticamente solo ai turisti, la cui permanenza limitata nel tempo e la cui disponibilità a sborsare somme di un certo peso li rendono favoriti ai locatori.   Durante le nostre – infruttuose – ricerche, è capitato che un distinto signore proprietario di una seconda casa contattato su consiglio di un amico, ci abbia detto: “Sinceramente non saprei quanto chiedervi… solitamente chiedo 600 euro a settimana, quindi volendo fare un contratto mensile, 600 per 4…”.

Pensando di rischiare meno senza perderci in termini di guadagno, la maggior parte dei proprietari di appartamenti sfitti sceglie di rivolgersi al mercato turistico, invece che a quello domestico, dove la domanda non manca di certo. Un’amica mi ha raccontato di aver ricevuto, prima ancora di riuscire a pubblicare l’annuncio di affitto per un appartamento da lei recentemente acquisito, ben cinque richieste. La selezione non è stata facile, ma alla fine la scelta è ricaduta su di una famiglia di origine straniera che in precedenza abitava in un piccolo e malsano seminterrato per giunta con delle spese conguagliate in nero. Me l’immagino un’ipotetica proprietaria di quattro appartamenti oltre al suo lamentarsi, in fila al banco della macelleria, della tassazione applicata sulle sue seconde case, con una signora straniera costretta a vivere con la famiglia nel tugurio di cui sopra: “Sapesse, signora mia…”.

Le conseguenze di questa tendenza le soffrono anche i lavoratori provenienti da fuori valle, che siano stagionali o stabili. I primi li si legge spesso sui gruppi social di offro/cerco lavoro chiedere contratti di lavoro comprensivi di alloggio. Se dovessero cercare un appartamento in affitto, sotto stagione, ci rimetterebbero più dello stipendio che recepiscono. Mi chiedo se sia normale lavorare magari per 10 ore al giorno e non potersi permettere un posto in cui vivere. Rispetto ai secondi, posso fare l’esempio di un’amica assistente sanitaria, venuta a lavorare all’ospedale di Cavalese dalla Lombardia. Arrivata in valle ad aprile, non ha avuto difficoltà a trovare un appartamento, nel quale è potuta restare però solo fino a giugno. A quel punto, infatti, ha dovuto liberare l’appartamento per fare spazio agli affittuari “storici” dei proprietari (residenti a Trento) che vi avrebbero trascorso le vacanze estive. Continuando a lavorare, si è messa a cercare un altro appartamento, trovando solo offerte a 2.000-2.400 euro al mese. Alla fine, è riuscita a trovare un posto per i mesi di giugno e agosto, ma ha dovuto trascorrere tutto il mese di luglio in ospedale, in una delle stanze a disposizione di chi si trova in situazioni come la sua. Totale: cinque traslochi in tre mesi. “La difficoltà – mi ha spiegato – è dovuta al fatto che i proprietari preferiscono affittare per periodi brevi (convinti che comunque affitteranno tutto l’anno) a prezzi alti, piuttosto che per periodi lunghi e a minor prezzo, ad una persona con cui si può anche instaurare un rapporto di fiducia”. Anche durante la nostra ricerca è capitato che ci venisse offerto un appartamento ma da liberare entro poche settimane, ché poi sarebbero arrivati gli attesi turisti. Saremmo stati i benvenuti, insomma, ma solo come tappabuchi.

Per quanto riguarda il mercato della compravendita di case, il discorso è simile. Non essendoci un limite a quanto un proprietario possa chiedere in termini economici, la soglia la stabilisce chi può spendere di più; spesso si tratta di facoltose persone provenienti da fuori valle alla ricerca di un rifugio montano verso cui fuggire nei weekend dalla calura della città. Pare essere pratica ricorrente, nel caso in cui gli acquirenti siano una coppia, trasferire la residenza di uno dei due coniugi nel paese alpino, in modo che la casa figuri come “prima casa” e non ci si debbano pagare spiacevoli tasse. Per la maggior parte dell’anno, gli “scuri” di queste case rimarranno “serài”.

Con la cosiddetta legge Gilmozzi approvata dal Consiglio Provinciale nel 2005 e poi recepita dalla LP 1/2008, si è tentato di porre un argine agli “interventi destinati ad alloggi per tempo libero e vacanze”. La legge stabilisce che siano i comuni, tramite i propri piani regolatori, a disciplinare il cambio di destinazione d’uso sul proprio territorio, ma pone un importante limite: non più del 50% dei volumi per il quale è richiesto il cambio di destinazione d’uso residenziale può essere destinato ad alloggi per tempo libero e vacanza. Quantomeno, grazie a questa legge non vedremo sorgere nuovi Villaggi Veronza, frutto del boom edilizio che nei decenni passati ha portato i confini dei nostri paesi ad espandersi, sacrificando ampie zone verdi per la costruzione di stabilimenti residenziali di dubbio gusto estetico e di fatto vuoti per la maggior parte dell’anno. Nel 2020 l’attuale giunta provinciale, con lo scopo di rilanciare il settore edilizio rallentato durante la pandemia, ha messo mano a questa legislazione, rendendo meno rigide le limitazioni al cambio di destinazione d’uso da residenza ordinaria a residenza per vacanze e tempo libero. Queste recenti modifiche, va detto, saranno valide fino alla fine del 2021.

Come accennato in precedenza, l’edilizia destinata ad alloggi per “tempo libero e vacanza” non ha solo conseguenze in termini di consumo di suolo, ma anche in termini sociali. Il valore – e quindi il prezzo – di una casa, è altamente influenzato dal prestigio della zona in cui essa si trova o verrà costruita. Questo indice ha, ad esempio, un forte ruolo nel determinare il costo iniziale del terreno su cui si intende costruire una casa, costo che andrà poi a pesare sul prezzo finale, oltre alle spese di costruzione e all’incremento che costituirà il margine di guadagno del costruttore. Il prestigio di una zona non è intrinseco ad essa ma, banalmente, influenzato dalla quantità – e aggiungerei, qualità – della domanda di immobili in quella stessa zona. Il problema, nella nostra valle, è che tale domanda non proviene solamente dall’interno, ma in larga parte dall’esterno: da un gran numero di persone (la quantità della domanda) in genere facoltose (la qualità) che desiderano possedere qui una casa nella quale risiedere per qualche periodo all’anno. La capacità di spesa di queste persone porta ad un aumento dei prezzi che li rende incompatibili con la disponibilità finanziaria delle persone che qui risiedono ed intendono vivere – persone comuni, con uno stipendio nella media, nella fase lavorativa della propria vita. Questo incremento dei prezzi in un mercato troppo libero, fa sì che un lavoratore o una lavoratrice, pur lavorando da anni e recependo uno stipendio medio, possa essere molto limitato/a nell’acquisto di una casa nella nostra valle. Una persona di mia conoscenza (ma sarà capitato a molti), lavoratore dipendente da 15 anni, stipendio dignitoso, al momento di accendere il mutuo ha dovuto chiedere ad entrambi i genitori che firmassero come garanzia. Umiliante. Un’amica, da ormai alcuni anni lavoratrice dipendente con contratto indeterminato e uno stipendio nella media, ha potuto accedere ad un mutuo di 140.000 euro (per il quale sono state necessarie, anche nel suo caso, le firme di entrambi i genitori, oltre alla stipula di un’assicurazione sulla vita), che le ha consentito di acquistare un piccolo bilocale classe energetica F in un complesso residenziale di Cavalese composto per il 99% di seconde case. Il suo appartamento, al di fuori della stagione turistica, è l’unico dalla cui finestra esca luce, l’unico con le tapparelle alzate, e le scarpe lasciate sullo zerbino ad asciugare.

Ho scritto questo articolo spinta da una forte sensazione di ingiustizia, per una situazione che, pur non danneggiandomi in maniera grave in prima persona, mi intristisce molto, perché contribuisce ad uccidere il nostro tessuto sociale e svuotare i nostri paesi. Verso chi indirizzare questa frustrazione? Non sarebbe giusto prendersela con una persona per cui una casa nella nostra valle rappresenta il sogno di una vita, che finalmente riesce a realizzare con i risparmi accumulati con molti sacrifici. D’altro canto, il libero mercato, pur essendo il responsabile finale di questa situazione, è notoriamente reticente a rispondere dei danni sociali che causa. Credo che di una possibile soluzione ai problemi che ho cercato di descrivere debbano farsi carico le nostre istituzioni pubbliche. I Comuni, la Comunità di Valle, la Provincia potrebbero ad esempio creare dei punti d’incontro tra proprietari di case e persone in cerca di appartamenti in affitto, facendosi mediatori in questo scambio tra domanda e offerta. Una legislazione coraggiosa dovrebbe imporre delle limitazioni a quanto un proprietario possa chiedere a chi sceglie di affittare o acquistare un immobile, basando il prezzo su criteri slegati, almeno in parte, dal fattore “prestigio della zona”, e creare dei meccanismi per cui venga data precedenza a chi decide di affittare o di acquistare per risiedere stabilmente.

Forse però, la spinta maggiore al cambiamento la può dare solo un nuovo (o forse antico) modo di pensarsi comunità. Il cambiamento culturale è probabilmente l’unico argine possibile alle logiche di mercato. Come comunità, possiamo decidere di incamminarci in un’altra direzione, mettendo al centro della discussione il diritto alla casa e all’abitare, e la fiducia reciproca, tra generazioni e tra persone che nella loro diversità sono accomunate dal chiamare “casa” lo stesso luogo. Le nostre comunità si stanno certo diversificando, e le reti sociali per diversi motivi allentando. Se vogliamo salvare quel senso di comunità di cui andiamo fieri, credo si debba ristabilire un senso di fiducia reciproca che non porti a guardare con diffidenza chi viene a chiederci un posto in cui vivere (vorrei sottolineare che non si tratta di carità, dato che anche chi affitta per risiedere stabilmente paga). Qualunque sia la sua età, che sia una persona sola o una coppia o una famiglia, qualunque siano il colore della sua pelle e la sua provenienza. Le persone che desiderano vivere qui sono quelle che manterranno la nostra comunità viva negli anni a venire. Si dovrebbe iniziare a rivolgere anche a loro quell’accoglienza che spesso viene riservata a chi vede i nostri paesi e valli come luoghi di passaggio e residenza temporanea.

Elisabetta Deidda

 

 

 

 

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Un commento su “Scuri serài”

  1. Assolutamente d accordo con l autrice dell articolo. Per 16 anni ho vissuto insieme la mia famiglia a moena. Beh! Cercar casa in affitto, sembrava chieder l elemosina… Qui mi fermo…!

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